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lunedì 18 ottobre 2021
 
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La catechesi di don Romano Matrone: «Le tre perle de Concilio»

15/12/2017  Gli interventi del sacerdote tenuti durante la navigazione e incentrati sullo sforzo dei Papi nell'applicazione del Vaticano II.

PREMESSA  

A 50 anni dalla fine del Concilio desidero portare l’attenzione su 3 perle preziose, che i Padri conciliari, scavando nella ricchezza della tradizione ecclesiale, hanno restituito alla vita di fede e liturgica di tutti noi, oggi.

Viverle nella fede è stato un po’ difficile e, continua a esserlo, visto il perdurare del nostro attaccamento a vecchi schemi di catechismo preconciliare: il cambio di mentalità è di per sé molto difficile, perché ciò che è vecchio fa parte delle nostre abitudini che tante volte scambiamo per espressione della nostra fede.

Viverle, poi, nella celebrazione liturgica è stato ancora più problematico: le nostre chiese, dalla controriforma in poi, hanno presentato strutture ed espressioni di celebrazioni, che costituivano le nostre sicurezze e devozioni, quindi, a ogni cambiamento. Il ritornello che si sentiva sulla bocca di tutti era quello: “Ma ora ci cambiano la religione”, manifestando, quindi, ogni avversione al cambiamento (meglio rinnovamento) liturgico e delle strutture architettoniche.

Il Concilio non ha cambiato ma ha rinnovato, o come diceva papa Giovanni XXIII, ha aggiornato!

Non ha fatto un restauro della Chiesa secondo la moda del tempo, ma ne ha riscoperto le radici: vivendo oggi quello che era alle origini!

1 – POPOLO di DIO

Ritornando alle fonti bibliche, già prima del Concilio, il movimento biblico, riscopre che Dio sceglie un popolo, Israele, e fa un’alleanza con lui: questa presa di coscienza passa al Concilio e al Catechismo della Chiesa cattolica.

La salvezza dell’uomo non è un fatto individuale ma di popolo.

«Piacque a Dio di santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse nella verità e santamente lo servisse» (Lumen gentium 9; Ccc 781).

Ha scelto Abramo, l’uomo di fede, e in lui la sua discendenza. Fa alleanza con Abramo (Gn 12,2; 15,5-6) e la rinnova con tutti i patriarchi. Con Mosè, sul Sinai, stabilisce con Israele un’alleanza (Es 19,5-6; Dt 7,6): «Tutto questo avvenne in preparazione e in figura di quella nuova e perfetta alleanza che doveva concludersi in Cristo … cioè la nuova alleanza nel suo sangue, chiamando gente dai Giudei e dalle nazioni, perché si fondesse in unità, non secondo la carne ma nello Spirito»        (Lg 9; Ccc 781).

Questa alleanza nuova è con un nuovo popolo che è la Chiesa.

 - Chiesa come popolo di Dio

Dio chiama tutti gli uomini, nel suo Figlio,  alla comunione con la sua vita divina: «I credenti in Cristo li ha voluti convocare nella santa Chiesa, prefigurata fin dal principio del mondo, mirabilmente preparata nella storia del popolo di Israele e istituita negli ultimi tempi, è stata manifestata dall’effusione dello Spirito Santo» (Lg 2).

«Come la volontà di Dio è un atto, e questo atto si chiama mondo, così la sua intenzione è la salvezza dell’uomo, ed essa si chiama Chiesa» (Sant’Epifanio, Panarion 1,1,5).

Il popolo di Dio non si identifica con nessuna etnia di questo mondo: non appartiene in proprio ad alcun popolo. È il popolo che Dio si è acquistato da coloro che un tempo erano  non-popolo: “la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa”   (1Pt 2,9). Si diviene membri di questo popolo non per la nascita fisica, ma per la nascita dall’alto, “dall’acqua e dallo Spirito” (Gv 3,3-5), cioè mediante la fede in Cristo e il Battesimo.

Questo popolo è messianico perché, avendo per capo Cristo, l’unzione scende dal capo al corpo.

Ha per Legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati.

Ha per missione di essere il sale della terra e la luce del mondo (Mt 5,13-16). «Costituisce per tutta l’umanità un germe validissimo di unità, di speranza e di salvezza» (Lg 9; Ccc 782).                

 - Caratteri del popolo di Dio

«Gesù Cristo è colui che il Padre ha unto con lo Spirito Santo e ha costituito Sacerdote, Profeta e Re. L’intero popolo di Dio partecipa a queste tre funzioni di Cristo e porta le responsabilità di missione e di servizio che ne derivano» (Giovanni Paolo II, Redemptor hominis 18-21; Ccc 783).

Noi tutti per il nostro Battesimo apparteniamo a un popolo sacerdotale, regale e profetico.

     - sacerdotale

«Cristo Signore, pontefice assunto di mezzo agli uomini, fece del nuovo popolo ‘un regno di sacerdoti per Dio, suo Padre’. Infatti per la rigenerazione e l’unzione dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati a formare una dimora spirituale e un sacerdozio santo» (Lg 10; Ccc 784)

    - regale

Per i cristiani “regnare” è “servire” Cristo (Lg 36), soprattutto nei poveri e nei sofferenti, nei quali la Chiesa riconosce l’immagine del suo fondatore, povero e sofferente (Ccc 786; Lg 8).

Cristo esercita la sua regalità attirando a sé tutti gli uomini mediante la sua morte e la sua risurrezione (Gv 12,32). Cristo, Re e Signore dell’universo, si è fatto il servo di tutti non essendo «venuto per essere servito ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti» (Mt 20,28).

      - profetico

L’aspetto profetico del cristiano è essere testimone (martur) di cristo in mezzo a questo mondo (Lg 12; Ccc 785).

- Vita del popolo di Dio: liturgia e carità

Questo popolo che Dio, in Gesù Cristo, si è scelto e con cui ha stabilito un’alleanza nuova, ha una sua celebrazione, un suo culto, una sua vita di carità e un giorno di convocazione che ne costituisce la più originale identità: la domenica.

«Che cos’è la Chiesa se non l’assemblea di tutti i santi»? La comunione dei santi è precisamente la Chiesa (Ccc 946)

    - Popolo come assemblea

La Chiesa, fin dal giorno della risurrezione è convocata in assemblea, per celebrare ogni otto giorni il mistero pasquale, in quello che si chiama giustamente giorno del Signore o Domenica. (Sc 106).

Il giorno della risurrezione di Cristo è a un tempo “il primo giorno della settimana” memoriale del primo giorno della creazione e “l’ottavo giorno” in cui Cristo dopo il “suo riposo” del grande sabato, inaugura il “giorno che il Signore ha fatto” (Sal 118,24), il “giorno che non conosce tramonto”. La “Cena del Signore” ne costituisce il centro, poiché in essa l’intera comunità dei fedeli, riunita in assemblea (sunaksis) espressione visibile della Chiesa (Ccc 1329), incontra il Signore risorto che la invita al suo banchetto (Ccc 1166) 

       - Popolo come comunione

Siamo membra del corpo di Cristo, strettamente uniti a Cristo: «In quel corpo la vita di Cristo si diffonde nei credenti che attraverso i sacramenti vengono uniti in modo arcano ma reale a Cristo che ha sofferto ed è stato glorificato» (Lg 7). Ciò è particolarmente vero del Battesimo, in virtù del quale siamo uniti alla morte e risurrezione di Cristo, e dell’Eucaristia, mediante la quale «partecipando realmente al Corpo del Signore, siamo elevati alla comunione con lui e tra di noi» (Ccc 790).

L’unità del corpo genera e stimola tra i fedeli la carità: «E quindi se un membro soffre, soffrono con esso tutte le membra» (Lg 7).

Infine l’unità del corpo vince tutte le divisioni umane: «Quanti siete battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più né giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» ( Gal 3,27-28; Ccc 791; 958; 959; 1071).

«La Chiesa è il grande sacramento della comunione divina (Koinonia) che unisce i figli di Dio dispersi. Il frutto dello Spirito nella liturgia è inseparabilmente comunione con la SS. Trinità e comunione fraterna» (1Gv 1,3-7; Ccc 1108).

2 -LA CENTRALITA’ DELLA PAROLA di DIO

  

«La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture, come venera il corpo stesso del Signore. Essa non cessa di porgere ai fedeli il Pane di vita preso dalla mensa della parola di Dio e del Corpo di Cristo» (Dv 21; Ccc 103).

«La fede cristiana non è una ‘religione del libro‘ ; essa è la religione della ‘Parola‘ di Dio: di una parola cioè che non è una Parola scritta e muta, ma il verbo del Dio vivente» (Ccc 108).

 - Cristo come Parola

Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, è la Parola unica, perfetta e definitiva del Padre, il quale in lui dice tutto, e non ci sarà altra parola che quella:

«Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» ( Eb 1,1-2).

San Giovanni della Croce esprime ciò in maniera luminosa: «Dal momento che ci ha donato il Figlio suo, che è la sua unica e definitiva Parola, ci ha detto tutto in una sola volta in questa sola Parola e non ha più nulla da dire … infatti quello che un giorno diceva parzialmente ai profeti, ce l’ha detto tutto nel suo Figlio, donandoci questo tutto che è suo Figlio. Perciò chi volesse ancora interrogare il Signore e chiedergli visioni  o rivelazioni, non solo commetterebbe una stoltezza, ma offenderebbe Dio, perché non fissa il suo sguardo unicamente in Cristo e va cercando cose diverse o novità al di fuori di lui» (Subida del  Monte Carmelo, 2,22, 3-5; Ccc 65).

- Liturgia della Parola

La liturgia della Parola è parte viva e primaria di ogni celebrazione: se Dio non entra nella nostra storia, nel nostro oggi, con la proclamazione della sua Parola non ci potrà essere nessuna risposta nella fede.

«Lo Spirito Santo ricorda in primo luogo all’assemblea liturgica il senso dell’evento della  salvezza vivificando la parola di Dio che viene annunziata per essere accolta e vissuta» (Ccc 1100).

«La parola di Dio e il suo soffio sono all’origine dell’essere e della vita di ogni creatura» ( Ez 37,10; Ccc 703).

- Parabole sulla Parola:

         del seme

 «La parola del Signore è paragonata al seme che viene seminato in un campo: quelli che l’ascoltano con fede e appartengono al piccolo gregge di Cristo hanno accolto il regno stesso di Dio» (Lg 5; Ccc 543).

          del Seminatore

«Il seminatore semina la Parola. Quelli lungo la strada sono coloro nei quali viene seminata la Parola, ma quando l’ascoltano, subito viene Satana e porta via la Parola seminata in loro. Quelli seminati su terreno sassoso sono coloro che quando ascoltano la Parola, subito l’accolgono con gioia, ma non hanno radici in sé stessi, sono incostanti e quindi, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della Parola, subito vengono meno. Altri sono quelli seminati tra i rovi: questi sono coloro che hanno ascoltato la Parola, ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e la seduzione della ricchezza e tutte le altre passioni, soffocano la Parola e questa rimane senza frutto. Altri ancora sono quelli seminati sul terreno buono: sono coloro che ascoltano la Parola, l’accolgono e portano frutto: il trenta, il sessanta, il cento per uno» (Mc 4,14-20; Ccc 2707-2708).

       della zizzania

«Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo (la parola di Dio seminata nel nostro cuore). Ma, mentre dormivano, venne il suo nemico seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò (il diavolo semina seduzioni delle ricchezze e amore per sé: la mentalità del mondo). Signore non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania? … Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio» ( Mt 13,24-30; Ccc 681).

Queste parabole racchiudono in sé il mistero pasquale di morte e risurrezione: è ciò che l’ascolto della Parola compie in noi, se l’accogliamo nel cuore: morire alle nostre vecchie abitudini e far sorgere in noi Cristo, nuovo uomo.

3 – L’EUCARISTIA: PASQUA DEL SIGNORE

Nell’ultima Cena con gli apostoli, Gesù opera il passaggio dalla Pasqua ebraica, memoriale dell’Esodo, alla Pasqua cristiana, memoriale della sua morte e risurrezione, e comandò ai suoi apostoli di celebrarla fino al suo ritorno:

«Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi prima della mia passione … Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo come mio memoriale”. Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi”» (Lc 22,7-20 e par.; Ccc 1339).

- Eucaristia “fons et culmen”

«L’Eucaristia è “Fonte e culmine di tutta la vita cristiana”… Nella santissima Eucaristia  è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua» (Po 5; Ccc 1324).

L’Eucaristia è il compendio e la somma della nostra fede: “ Il nostro modo di pensare è conforme all’Eucaristia, e l’Eucaristia, a sua volta, si accorda con il nostro modo di pensare”» (Ccc 1327).

 - Memoriale

 «Dobbiamo dunque considerare l’Eucaristia

            - come azione di grazie e lode al Padre,

            - come memoriale del sacrificio di Cristo e del suo corpo

            - come presenza di Cristo in virtù della potenza della sua Parola e del suo Spirito” (Ccc 1358).

«L’Eucaristia è il memoriale della Pasqua di Cristo … In tutte le preghiere eucaristiche, troviamo una parola chiamata anamnesi o memoriale» (Ccc 1362).

«Il memoriale: quando la Chiesa celebra l’Eucaristia, la Pasqua di Cristo diviene presente: il sacrificio che Cristo ha offerto una volta per tutte sulla croce rimane sempre attuale. Ogni volta che il sacrificio della croce, col quale Cristo nostra Pasqua è stato immolato (1Cor 5,7), viene celebrato sull’altare, si effettua l’opera della nostra Redenzione» (Lg 3; Ccc 1364).

- Segni dell’Eucaristia:

                         mensa (Ccc 1383)

                         pane e vino (Ccc 1333-1335)

- Nomi dell’Eucaristia: (Ccc 1328)

                        Cena del Signore (Ccc 1329)

                        Frazione del Pane (Ccc 1329)  

                        Assemblea  eucaristica  (Ccc 1329)

                        Memoriale della Pasqua del Signore (Ccc1330)

- Presenze di Cristo nell’Eucaristia

«Nella celebrazione dell’Eucaristia appaiono manifesti successivamente i vari modi in cui Cristo è presente nella sua Chiesa, poiché in primo luogo, egli appare presente nella stessa assemblea dei fedeli, riunita nel suo nome; poi nella sua Parola, quando viene proclamata e spiegata la Scrittura, e nella persona del ministro; infine, e in modo speciale, sotto le specie eucaristiche. Per cui, a motivo del segno, è più consono alla natura sacra della celebrazione che, per quanto è possibile, il Cristo, non sia eucaristicamente presente nel tabernacolo sull’altare in cui viene celebrata la Messa, fin dall’inizio della medesima; infatti la presenza eucaristica del Cristo è il frutto della consacrazione e come tale deve apparire» (Eucharisticum Mysterium 55, Paolo VI,  1967).

                        Assemblea

I cristiani si riuniscono nello stesso luogo per l’Assemblea eucaristica e Cristo, sommo Sacerdote della nuova alleanza, la presiede: Cristo in maniera invisibile; il vescovo o il presbitero in maniera visibile (agendo in persona Christi capitis). Tutti hanno la loro parte attiva nella celebrazione, ciascuno secondo il suo carisma.

L’assemblea manifesta la propria partecipazione attraverso l’Amen. (Ccc 1348)  

                        Presbitero

Non si concepisce un’assemblea cioè un corpo senza il presbitero che la presiede, cioè la sua testa; né si concepisce una testa senza un corpo, cioè un presbitero senza assemblea.

                        Parola

La liturgia della Parola comprende gli scritti dei profeti cioè l’Antico Testamento e le memorie degli Apostoli ossia le Lettere e i Vangeli.

Chi presiede, nell’omelia, esorta ad accogliere questa Parola come è veramente, quale Parola di Dio – omelia – (1Ts 2,13; Ccc 1349).

                        Pane e vino eucaristicizzati

Nell’epiclesi (invocazione-su) il presbitero supplica il Padre di inviare lo Spirito santificatore affinché il pane e vino diventino il corpo e sangue di Cristo:

«Tu chiedi in che modo il pane diventa il corpo di Cristo e il vino sangue di Cristo? Te lo dico io: lo Spirito Santo discende e realizza ciò che supera ogni parola e ogni pensiero. … Ti basti sapere che questo avviene per opera dello Spirito Santo, allo stesso modo che dalla santa Vergine e per mezzo dello Spirito Santo, il Signore, da sé stesso e in sé stesso, assunse la carne» (San Giovanni Damasceno, Expositio fidei 86; Ccc 1105; 1106; 1353).

L’Eucaristia nella Chiesa antica

Fin dagli inizi la Chiesa è stata fedele al comando del Signore:

«Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. … Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio, e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore» (At 2,42.46; Ccc 1342).

«Così, di celebrazione in celebrazione, annunciando il mistero pasquale di Cristo “finché egli venga” (1Cor 11,26), il popolo di Dio avanza camminando, per l’angusta via della croce, verso il banchetto celeste, quando tutti gli eletti si riuniranno alla mensa del Regno» (Ccc 1344).

«Soprattutto il primo giorno della settimana, cioè la Domenica, (Ccc 2177-2178)  il giorno della risurrezione di Gesù, i cristiani si riunivano per spezzare il pane» (At 20,7; Ccc 1343).

Testimonianza preziosa di tutto ciò è la  prima Apologia di san Giustino martire che verso il 155 scrive all’imperatore Antonino Pio (138-161) per  spiegare ciò che fanno i cristiani:

«Nel giorno chiamato del sole (Domenica) ci si raduna tutti insieme, abitanti della città e delle campagne (Assemblea)

(Tu non puoi pregare a casa come in Chiesa, dove c’è il popolo di Dio raccolto, dove il grido è elevato a Dio con un cuore solo. … là  c’è qualcosa di più, l’unisono degli spiriti, l’accordo delle anime, il legame della carità, la preghiera del presbitero, come dice san Giovanni Crisostomo (Ccc 2179; Sc  7;106; Em 9) .

«Si leggono le memorie degli apostoli o gli scritti dei profeti, finché il tempo consente (Liturgia della Parola). Poi quando colui che proclama ha terminato, colui che presiede (presbitero) fa l’omelia ed esorta ad accogliere la Parola

(Il presbitero non fa sermoni moralistici. Il presidente rende attuale nell’oggi la Parola proclamata, la manifesta presente nell’assemblea, annunciandola cherigmaticamente. È quello che fa Gesù nella sinagoga di Nazaret: “Questa parola si compie oggi” (Lc 4,16-21)

«Poi tutti insieme ci alziamo in piedi e facciamo la Preghiera sia per noi stessi sia per tutti gli altri, dovunque si trovino (Preghiera dei fedeli o universale).

Preghiera non preghiere. Dei fedeli, perciò non la facevano i catecumeni: ciò viene da Gesù Cristo che nell’ultima Cena fa l’Orazione: in questo la Chiesa compie la sua missione di essere sacerdote per il mondo.

«Finite le preghiere ci salutiamo l’un l’altro con un bacio (Bacio di pace).

«Poi vengono portati a chi presiede un pane e una coppa d’acqua e di vino temperato. Egli li prende e innalza lode e gloria (anafora: benedizione o azione di grazie) al Padre dell’universo nel nome del Figlio e dello Spirito Santo, e fa un rendimento di grazie (Eucaristia).

«Quando egli ha terminato l’azione di grazie, tutto il popolo presente acclama Amen

 (= solidità, affidabilità,  fedeltà; Ccc 1062; Gesù Cristo stesso è l’Amen –Ap 3,14-. Egli è l’Amen definitivo dell’amore del Padre per noi; assume e porta la pienezza del nostro Amen al Padre: per questo sempre attraverso di lui sale  a Dio il nostro Amen per la sua gloria -2Cor 1,20-; Ccc 1065).

«Dopo che il presidente ha fatto il rendimento di grazie e tutto il popolo ha acclamato, quelli che noi chiamiamo diaconi distribuiscono a ciascuno dei presenti, il pane e il vino eucaristicizzati (euxaristeténtos) e ne portano agli assenti (Comunione).

Spezzando e mangiando il pane, corpo di Cristo, partecipiamo alla sua morte; bevendo al calice, facciamo un’alleanza nel suo sangue partecipando alla sua risurrezione.

Paolo VI con il nuovo Ordo Missae ha incoraggiato a riprendere l’uso antico di comunicare con il pane e di bere al calice: La natura del segno esige che la materia della celebrazione eucaristica si presenti veramente come cibo: La Comunione esprime con maggiore pienezza la sua forma di segno, se viene fatta sotto le due specie.

«I facoltosi e quelli che lo desiderano, danno ciascuno liberamente quello che vuole e ciò che viene raccolto viene posto ai piedi del presidente (colletta). Questi soccorre gli orfani, le vedove e chi è indigente per malattia o per qualche altra causa; e i carcerati e gli stranieri che si trovano presso di noi: insomma si prende cura di chiunque sia nel bisogno» (Apologia 1,65-67; Ccc 1345-1351).

CONCLUSIONE

  

Il fine di questi riferimenti è permettere di meditare su alcuni punti fondamentali della nostra vita liturgica.

Da questi documenti appare che, nel Concilio, la Chiesa non ha inventato niente, ma ha rinnovato tutto nutrendosi delle sue radici.

Soprattutto nella celebrazione dell’Eucaristia è ritornata alla celebrazione antica, togliendo dalla perla preziosa, che è il Mistero Pasquale, tutti gli stracci che durante i secoli l’avevano ricoperta.

Che grande dono di Dio sarebbe per tutta la Chiesa, a 50 anni dalla conclusione del Concilio, poter recuperare queste tre perle preziose: Il popolo di Dio riunito in assemblea e presieduto dal presbitero; la centralità della parola di Dio; l’Eucaristia celebrata nel giorno del Signore.

E con esse recuperare i luoghi dove tutto ciò avviene: l’architettura delle chiese e la disposizione degli spazi per accogliere l’assemblea.

Gli amboni della Parola.

I segni dell’Eucaristia come banchetto di Pasqua: la mensa e il pane e il vino.

E tutto questo anche in relazione, come diceva Paolo VI, alla liturgia come segno: la rinnovazione deve esprimersi attraverso i segni.
   

Riferimenti

Enchiridion Vaticanum, documenti ufficiali del Concilio Vaticano II; Ed. Dehoniane
Catechismo della Chiesa Cattolica, Testo integrale, Edizioni Paoline 2017

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