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martedì 26 ottobre 2021
 
 

Accorciare i tempi: lo scetticismo degli insegnanti

12/11/2013 

A sentir parlare di riduzione del corso di studi e del passaggio a quattro anni delle scuole superiori pubbliche dello Stivale, il corpo docenti statale da ogni dove leva un coro di dissensi quasi unanime, punta sulla qualità e non evita di guardare anche in casa propria.
«Ne penso tutto il male possibile», tuona Angelica Zappitelli, docente di Lettere al Liceo classico “O. Fascitelli di Isernia. Trentasei anni d’età, sette appassionati di cattedra di cui cinque da precaria, un dottorato alle spalle, curatrice di un libro in uscita che raccoglie i temi più belli dei sui studenti del primo liceo classico (Cuori pensanti a scuola, edizioni Qualevita, ricavato a sostegno di progetti di istruzione in paesi in via di sviluppo). «Sono fortemente convinta del valore formativo insostituibile della scuola superiore e soprattutto del triennio. Posto che è giusto uniformarsi agli standard europei perché non si comincia dagli standard di qualità? Questo è un dato quantitativo: a ogni riforma si mette mano alla scuola da un punto di vista di forma e non di sostanza e la sostanza è la qualifica serie degli insegnanti dal punto di vista culturale e attitudinale. Se manca attenzione per la competenza e la capacità nel fare il nostro lavoro non si entra mai nel cuore del problema». E aggiunge, pensando alle 40 mila cattedre in meno di cui parlano i sindacati: «Sarebbe una riforma fortemente anti meritocratica anche per i docenti, con gli esuberi e il conseguente blocco degli accessi si taglierebbero le gambe alle persone più giovani che non avrebbero speranze di poter insegnare alle superiori: una discriminazione generazionale imperdonabile per una società civile» .

Più moderata Milena Ancora, in cattedra da 30 anni, docente di Lettere al liceo scientifico Statale Elio Vittorini di Milano e da tempo collaboratrice dell’Università Statale di Milano in qualità di tutor nei percorsi di abilitazione degli insegnanti di scuola secondaria, dalla Ssis al Tfa. «Ho qualche perplessità su una riduzione a quattro anni: la qualità degli allievi, che oggi non è certo alta, potrebbe ulteriormente scadere. La sperimentazione è partita nelle scuole private, dove i soldi ci sono, in quelle pubbliche ci sarebbero non poche difficoltà. Per uniformarsi agli standard europei, cosa opportuna, occorre invece iniziare dalla formazione degli insegnanti. Il percorso che si segue oggi non è tra i più validi, c’è un sistema fortemente disciplinare. La formazione è basilare, soprattutto quella sul campo, il tirocinio, che si nutre dell’esperienza diretta e guidata da parte di chi questo lavoro lo fa da anni. Si deve cominciare nelle università ma finire nelle scuole, tra i banchi, elemento che ogni nuova riforma tende a ridurre» .

Toccando la punta dello Stivale il risultato non cambia, la visuale sì: «C’è continuità con le riforme degli ultimi anni basate tutte su un unico principio: quello del risparmio». Un miliardo e trecento milioni di euro in meno, contano i sindacati. Parla Francesca Viscone, docente di Lingua e civiltà tedesca al Liceo linguistico Tommaso Campanella di Lamezia Terme, giornalista e scrittrice, all’attivo numerose pubblicazioni e un impegno civile antimafia che non le ha risparmiato minacce personali. «Niente di nuovo», prosegue, «ma tutto sulla pelle dei cittadini e dei ragazzi: bisognerebbe rafforzare la didattica non accorciare i tempi. Ci hanno provato a riformare, da Berlinguer in poi: ma era la riduzione di un anno di scuola media, non di liceo. Riformare la scuola media sì, i programmi sono generici e ripetitivi e non ha senso perché si riprende tutto al liceo. E prosegue: «Poi, vorrei capire: laurearsi un anno prima che cosa significa? Un anno in più di disoccupazione. In Europa i ragazzi vengono accompagnati alla scelta delle scuole di livello superiore e all’università, qui in Italia alla dispersione. L’Europa non è avanti perché noi abbiamo i corsi di studio più lunghi, là ci sono istituzioni collaterali alla scuola che guidano lo studente passo passo nelle sue scelte. Da noi se tagliamo di un anno li abbandoniamo un anno prima. Con che cosa lo sostituiscono un anno di scuola in meno? Con un anno di sfiducia. I nostri ragazzi escono dalle scuole professionali e vanno a lavorare facendo i commessi a 12 ore al giorno per 700 euro al mese in busta paga – poi chissà quanto prendono in realtà- nei supermercati della ‘ndrangheta. Fa differenza tenerli un anno in più o in meno a scuola. Il risparmio immediato sulla scuola lo Stato lo paga dopo, in termini sociali. E ha un costo altissimo: depressione che nasce dal non sapere dove andare, possibilità di scelte di vita sbagliata, frustrazione anticipata di un laureato a 22 anni col massimo dei voti. Questo all’estero l’anno capito: il loro primo obiettivo non è accompagnare i ragazzi fuori dal sistema scolastico, ma guidarli dal sistema formativo a quello professionale. In Germania un neo laureato può essere preso da una banca, seguito e formato per 3 anni dalla stessa e poi diventare subito direttore di filiale. Qui da noi no».

 
 
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