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lunedì 08 marzo 2021
 
L'ANNIVERSARIO
 

Leonardo Sciascia, a 100 anni dalla nascita merita un posto tra i classici del Novecento

07/01/2021  L'etichetta del "mafiologo" ha oscurato a lungo il narratore, che solo di recente ha trovato il riconoscimento delle sue doti nella storia della letteratura

A cento anni dalla sua nascita, avvenuta l’8 gennaio 1921, a 31 dalla morte, i tempi dovrebbero essere maturi per riconoscere, definitivamente, a Leonardo Sciascia il posto che merita tra i classici della storia della letteratura italiana del Novecento. È un canone nel quale ha faticato a inserirsi, rimasto a lungo confinato nell’etichetta (reale ma riduttiva) dell’esperto di mafia, per molto tempo è entrato nelle antologie destinate alle scuole soltanto come saggista prestato alla narrativa, senza che gli venisse riconosciuta la patente di narratore tout court che pure avrebbe meritato, se non altro per l’immediato successo di pubblico del Giorno della civetta, il suo primo romanzo, uscito nel 1961, quando la mafia era poco meno che un tabù, per i Gettoni Einaudi (collana di esordienti diretta dal potente e non sempre indulgente Elio Vittorini). In un tempo, per altro, in cui a partire dallo stesso Vittorini non si era faticato a riconoscere lo status di letteratura a tante opere (neorealistiche) in cui l’impegno civile dominava nei temi.

Non piaceva allo scrittore di Recalmuto la nicchia del “mafiologo” e analista politico, ruoli che pure Sciascia ha ricoperto in un’ampia produzione e nei quali, nella vicinanza ai fatti, ha trovato tante analisi centrate, ma anche posizioni non condivisibili, quali, per esempio, quelle passate alla storia con la formula «Né con questo Stato, né con le Brigate Rosse» o con l’articolo sui professionisti dell’antimafia in cui sbagliò bersaglio attaccando Paolo Borsellino. Scriveva: «Sono semplicemente uno che è nato in un Paese della Sicilia occidentale e ha sempre cercato di capire la realtà che lo circonda, gli avvenimenti, le persone. Sono un esperto di mafia così come lo sono in fatto di agricoltura, di emigrazione, di tradizioni popolari, di zolfara: a livello che le cose viste e sentite, delle cose vissute e in parte sofferte...».

Forse aveva ragione, come gli autori classici che amava, da Manzoni a Hugo, è stato un acuto osservatore e un coraggioso descrittore della realtà che lo circondava. E se la Storia della colonna infame o gli inserti storici dei Promessi Sposi potevano andar bene come archetipo di certe sue inchieste tra storia e narrativa: come La scomparsa di Majorana, la sola vocazione saggistica non può bastare a esaurire la portata profetica del Giorno della civetta (1961), del Contesto (1971), di Todo modo (1974) in cui molto prima che ci arrivassero le inchieste giudiziarie e le cronache del tempo presente, aveva descritto in anticipo sui tempi dinamiche e atmosfere che la storia si sarebbe fatta carico di dimostrare al prezzo altissimo di tanti delitti di mafia e di tanti insabbiamenti, di troppe collusioni tra consorterie criminali e politiche.

È questo, diceva Calvino, che rende tali i classici: la capacità di raccontare storie (di solito di fantasia) andando oltre e di parlare al di là del tempo nel quale sono stati scritti. Tanti capolavori di Sciascia, non solo le celebri citazioni del dialogo tra don Mariano e il Capitano Bellodi e dell’abusata metafora della linea della palma e del caffè ristretto, hanno questa caratteristica. Si direbbe anzi che il narratore Sciascia abbia visto più lontano del saggista e del giornalista che pure è stato. Sarebbe riduttivo, alla luce di tutto questo, fermarsi alla lettura del primo strato, accontentandosi di fare di Sciascia il “maestro del giallo all’italiana”, senza rilevare non solo che così facendo resterebbero delusi i lettori di pura trama, tirati in fondo alla ricerca di un colpevole, che invece spesso, in Sciascia, non si trova. Ma soprattutto perché si perderebbero di vista caratteristiche importanti della sua letteratura che trovano la massima espressione in due delle sue ultime prove Porte aperte (1987) e Una storia semplice (1989): la capacità di creare personaggi di inarrivabile spessore (su tutti la nobilissima dirittura morale del Piccolo giudice protagonista di Porte aperte) e quella di costruire nella coesione senza sbavature il “romanzo perfetto” in cui nessun particolare è irrilevante (è il caso di Una storia semplice).

E manca ancora l’aspetto decisivo per chi meriti d’entrare nel novero della letteratura con la maiuscola: lo stile. Benché se ne sia parlato poco, Leonardo Sciascia aveva eccome uno stile, rintracciabile nel nitore della sua scrittura esatta, nella quale ogni parola occupa il proprio posto preciso: dando la sensazione a chi legge che sia l’unico possibile. «Non credo», spiegava poco tempo fa in un’intervista a margine dell’uscita dell’ultimo volume delle Opere di Sciascia, Paolo Squillacioti, il filologo che ha curato l’edizione critica, «che saremmo ancora qui a parlare di Sciascia, se fosse stato solo un interprete del suo tempo. È nei suoi romanzi e nelle sue inchieste intrise di narrativa che sta la cifra originale di una scrittura destinata a durare. Perciò che esista uno stile sciasciano mi pare fuor di dubbio: pensi al modo in cui si svolgono i dialoghi nei suoi racconti, all’equilibrio con cui fa emergere gli elementi saggistici nella narrazione e le numerose citazioni ricavate dalle opere di altri scrittori, all’ironia che attraversa tutta la sua opera». Negando con decisione, per lo scrittore siciliano, l’equazione: facilità di scrittura = semplicità: «I suoi libri, anche quando appaiono scorrevoli e lineari, consentono sempre diversi livelli di lettura, hanno la complessità tipica dei classici del modernismo novecentesco, con in qualche caso (penso a Il cavaliere e la morte) possibili sconfinamenti nel postmoderno».

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