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sabato 07 dicembre 2019
 
 

Libano, il Paese delle 18 confessioni

10/02/2015  E' l'unico Paese arabo non totalmente musulmano: il miracolo del Libano, dove convivono, sia pure con fatica, le più diverse confessioni.

Abuna Said Antonios, parroco di Tiro (foto R. Gobbo).
Abuna Said Antonios, parroco di Tiro (foto R. Gobbo).

C’è un Paese dove il cristiano può suonare le campane finché vuole e il muezzin può richiamare alla preghiera, senza che l’uno abbia qualcosa da dire dell’altro. Il Libano è l’unico dei 22 Paesi arabi che non è totalmente musulmano.
Vi convivono diciotto confessioni religiose, di cui 12 musulmane e 6 cristiane, i cui fedeli sono in condizione di parità; nel parlamento siedono 64 cristiani e 64 musulmani. Il presidente della Repubblica è cristiano, il primo ministro è musulmano sunnita, il presidente del parlamento è musulmano sciita. In tutti gli ambiti della società civile, va sempre mantenuto l’equilibrio, ma oggi sta diventando sempre più difficile, a causa dell’aumento del numero dei musulmani (60-65% della popolazione) - anche per l’arrivo dei profughi siriani (cifre ufficiose parlano di centomila persone, che vanno ad aggiungersi agli oltre 500mila palestinesi presenti nei campi fin dal 1948) -, e della diminuzione dei cristiani (35-40%).
Nel dettaglio, gli sciiti sono il 34,1% della popolazione, i sunniti il 21,2%, i maroniti (cattolici) 23,4%, gli ortodossi 11,2%, i drusi il 7%, le altre confessioni minori insieme fanno il 3,1%. Sintomatico è che da decenni non si faccia un censimento, il quale ufficializzando la nuova composizione della popolazione, metterebbe in discussione l’equilibrio di cui sopra, stabilito dopo il ritiro della Francia, nel 1946. Una convivenza che funziona, finché ciascuno si limita al suo, ma che non si parli di mescolarsi. Lo dimostra, per esempio, la questione dei matrimoni tra fedi diverse. La legge non li vieta, ma le tradizioni consolidate delle varie confessioni religiose li rendono difficili da gestire, soprattutto per quanto attiene all’educazione dei figli.

Don Pasquale Moscarelli è il cappellano militare, che, nella base di Shama, assiste spiritualmente il contingente italiano, fino ad aprile a comando Brigata Pinerolo: «I leader religiosi vogliono la pace, il popolo vuole la pace, soltanto i folli non la vogliono.
La gente vuole solo vivere serenamente, faticando la quotidianità. Questo non ha confini. Sono andato in visita ad una scuola cristiana con 900 allievi: 50 per cento cristiani e 50 per cento musulmani. Ho visto una perfetta convivenza; partecipano alle feste reciprocamente. Dove si crea cultura, dove si formano persone corrette, lì ci sono i presupposti per una pace duratura.
Dove c’è una scuola, si vedono i risultati. Se si vuole aiutare un popolo in difficoltà, lo si deve fare nel rispetto delle persone che vivono in quel posto, della loro identità, delle loro tradizioni. Se, invece, voglio svuotare o sostituire la cultura locale con la mia, rischio di suscitare una reazione di intolleranza. Bisogna entrare in punta di piedi in casa degli altri.
I popoli che vivono contingenze particolari, rinsaldano il senso di appartenenza, mentre chi sta troppo nell’abbondanza - come noi italiani, nonostante la tanto conclamata crisi - perde la propria identità. I nostri ragazzi non sanno più chi sono. Questo mi fa rabbia. Per riempirci la bocca di modernità, abbiamo dimenticato il nostro patrimonio storico-culturale, ma anche religioso. Un popolo che perde la sua identità non è più un popolo. L’identità del popolo libanese emerge da questo ecumenismo. Cristiani maroniti, cristiani cattolici, drusi, musulmani sciiti, sunniti hanno compreso che, se rimangono uniti, nonostante le diversità - che ci sono -, rimangono libanesi. Questo mi emoziona».

«Ogni uomo ha bisogno di pace. Prima di tutto di quella interiore – dice il greco-cattolico padre Said Antonios, parroco della chiesa di San Giorgio, nel villaggio di Tibnin -. Perché se io sono in pace con me stesso, con la mia famiglia, con Dio, sono in pace con gli altri, e allora arriva anche la pace più grande, quella tra le nazioni. A Natale, in Libano, i musulmani festeggiano con i cristiani. E quest’ultimo Natale, ho sentito i musulmani dire: “oggi è la nascita del Salvatore”, non era mai successo. Significa che la pace non è solo un modo di dire, ma qualcosa che tutte le parti ricercano».

- Abuna Said, che cosa i cristiani possono imparare dai musulmani?

«Il problema è che i media fanno vedere tutti i musulmani come terroristi, l’aspetto negativo dell’Islam è oggi il più conosciuto. Ma il vero Islam è un’altra cosa La parola muslim (musulmano) significa la persona che cerca la pace, che ha dato tutto se stesso a Dio. Iniziamo da qui. Chi dà tutto sé stesso a Dio, non ammazza. Il musulmano c’entra con me, con Dio, non nel senso di avere un nemico da ammazzare, ma di avere relazioni di pace, di amore. Questo è l’Islam come io lo ho conosciuto qui in Libano, non è un Islam che rifiuta l’altro, ma che cerca punti in comune con tutte le altre religioni, specialmente con i cristiani che sono qui».

- Perché l’Occidente non sembra molto attento ai cristiani d’Oriente?

«Finché al primo posto ci saranno gli interessi economici, continueremo a vedere gli altri come qualcuno da comprare, sottomettere. Quando vediamo soltanto soldi, allora possiamo anche ammazzare la gente per avere ricchezze, ma se io cerco l’uomo in quanto uomo, allora lo cerco ovunque, in Siria, in Libano, in Palestina, dappertutto; è questo che dice papa Francesco, che siamo tutti siamo uguali».

«La religione non chiede mai di ammazzare la gente, è la politica che distrugge tutto, da sempre è così»: è perentorio monsignor Michael Abrass, arcivescovo della comunità greco-melchita del Libano del sud, incontrato nella cattedrale di Tiro, dopo la solenne celebrazione di rito bizantino, nella giornata di Santo Stefano. «Noi qui viviamo insieme, non pensiamo mai alla religione, siamo prima di tutto libanesi. Io lo dico sempre: voi non potete farmi musulmano, io non potrò farvi cristiani. Ognuno è nato in una famiglia, quello che ci importa è la vita insieme, noi calpestiamo un terreno comune, quello che ci unisce è l’amore per la patria. Una volta che tutti amiamo la nostra patria, siamo tutti fratelli, e viviamo in pace. Io raramente faccio discussioni teologiche con un musulmano, perché lui non capisce o comunque non accetta quello che dico; d’altra parte, io non accetto se lui cerca di convincermi che l’Islam è la religione che ha completato tutte le altre. Loro non mi convinceranno mai di questo, e io non riuscirò a convincerli che Cristo è Dio».

Monsignor Abrass è arrivato da cinque, sei mesi, perciò è in visita pastorale nelle varie parrocchie, molte delle quali disseminate nella zona di montagna, e lontane da Tiro. «Girando, ci si rende conto che anche qui comincia ad esserci un problema di secolarizzazione. Io cerco di spiegare alla gente che cos’è il cristianesimo. Vivere sapendo che c’è Dio, aiuta molto, anche ad amare gli altri. Lo dice sant’Agostino: “Ama e fai quello che vuoi”, perché sa che non farò quello che voglio, ma farò il bene dell’altro, perché lo amo. Questa è l’etica che io cerco di spiegare ai miei fedeli. I libanesi qui sono quasi tutti pescatori, e vivono una vita povera; i giovani non trovano lavoro e se ne vanno. Ecco perché la Chiesa interviene anche con degli aiuti concreti, Quando aiutiamo, facciamo il nostro compito come cristiani, ma prima di tutto come uomini».

Il presule ha sottolineato che, in un momento in cui i valori vacillano, bisogna ripartire dalla famiglia. «L’esempio dei genitori è la prima scuola per i figli. La prima cosa che devono insegnare loro è il rispetto per l’altro. Quando c’è il rispetto, la vita si svolge serenamente. Tutti a priori sono capaci di dire: “Io amo Dio”. Ma in che cosa si concretizza questo amore? Nell’amore per l’altro». E questo nel Paese dell’unità nelle diversità, è fondamentale.

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