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mercoledì 08 luglio 2020
 
VITA, CARCERE E CULTURA
 

Liberi dentro, quando le parole rompono le catene

09/12/2019  Martedì 10 dicembre 2019, alle ore 14.30, presso la sala "Caduti di Nassirya" del Senato, viene presentato il libro "Parole di vita nuova" curato dal giornalista Orazio La Rocca per le edizioni Marcianum di Venezia: è la raccolta ragionata di tesi di laurea, poesie, racconti e disegni dei detenuti premiati al concorso "Sulle ali della libertà". Pubblichiamo la prefazione di don Luigi Ciotti.

«Il carcere che funziona non è quello che priva della libertà, ma quello che produce libertà». Queste parole – tratte dal lavoro di Francesco Argentieri, fresco vincitore del concorso “Sulle ali della libertà” ideato dall’associazione “L’Isola Solidale” per la promozione della cultura negli istituti di pena – mi sembrano una splendida sintesi del senso e del valore di questa iniziativa. Sì perché “l’umanità” e la “funzione rieducativa” della pena a cui esplicitamente richiama l’articolo 27 della Costituzione, si realizzano non solo rispettando le persone detenute nella loro inviolabile dignità – il carcere non può essere uno strumento di ritorsione – ma offrendo loro anche opportunità di cambiamento affinché, uscite dal carcere, diventino una risorsa sociale, cittadini che tutelano e costruiscono il bene comune. La cultura e il lavoro giocano da sempre in questa trasformazione un ruolo cruciale perché il lavoro è prima di tutto espressione di sé, delle proprie passioni, inclinazioni e talenti (fatto salvo, ovviamente, per quelle forme di sfruttamento e umiliazione – ahinoi tanto diffuse – che sono la negazione stessa del lavoro). D’altro canto, la cultura è la strada maestra per diventare persone consapevoli, persone che scoprono quanta vita c’è oltre gli angusti confini dell’io, oltre i suoi impulsi di potere e di affermazione, il suo storpiare e ridurre la libertà ad arbitrio.

E quando si diventa consapevoli e dunque ci s’interroga sul senso del proprio agire – riflessione che non smette mai di accompagnarci – le nostre azioni non possono più volere né commettere il male perché sono azioni che non esprimono un “io” isolato, ma un io incluso in un “noi”, in costante relazione con gli altri e con la Terra che ci ospita, dunque azioni animate da una libertà responsabile, da un desiderio di essere liberi con gli altri e non contro o a scapito loro, come continua a fare quell’individualismo che sta distruggendo il tessuto sociale e il pianeta, che mercifica i beni comuni e prosciuga anime e cuori da ogni senso di fraternità, condivisione, corresponsabilità. Ecco allora che le parole di Francesco (nome oggi non semplice da portare…) diventano uno stimolo importante: la privazione della libertà prevista dalla pena deve trasformarsi – se non vogliamo trasformare le carceri in discariche sociali – in strumento per costruire una libertà vera, responsabile, che sia di beneficio alla persona detenuta, ma anche a tutta la comunità. Non è semplice e tuttavia indispensabile, di questi tempi. Tempi in cui è prevalsa un’idea distorta di sicurezza, una sicurezza elevata a “idolo” e, come tale, propagandata da certa politica che costruisce nemici immaginari per coprire le proprie omissioni e responsabilità. Ecco allora che l’accanimento contro gli immigrati, la riduzione della tragedia dell’immigrazione a un problema di ordine pubblico e di pattugliamento delle frontiere, sono comode scorciatoie per nascondere o manipolare la verità, per non riconoscere che le paure e le angosce della gente nascono dal vivere in una società che non ha più nulla di sociale e di socievole, ridotta a spazio dove vince l’individualismo estremo del “mors tua, vita mea”, dove crescono le disuguaglianze e le povertà e dove il lavoro, quando c’è, è degradato a prestazione occasionale e malpagata, ormai prossima allo sfruttamento. Una deriva che, in nome di una idea falsata e opportunistica di sicurezza, ha via via smantellato negli anni lo Stato sociale per fare sempre più spazio a uno Stato penale, teso unicamente a punire e a escludere.

 

Itinerario nei corridoi dei Pozzi, a Palazzo Ducale, Venezia. Circa 40 anni fa, durante i restauri ordinari delle celle delle prigioni del palazzo, apparvero, nelle prigioni sotterranee dette "i pozzi", dei graffiti che, a differenza di altri, diffusi nelle celle adiacenti, davano subito l'idea di un complesso pittorico vero e proprio, tracciato da mani esperte. Erano quelle di Riccardo Perucolo, "frescante", cioè pittore di affreschi, di Conegliano, anch'egli lì prigioniero. Foto A. Merola/Ansa
Itinerario nei corridoi dei Pozzi, a Palazzo Ducale, Venezia. Circa 40 anni fa, durante i restauri ordinari delle celle delle prigioni del palazzo, apparvero, nelle prigioni sotterranee dette "i pozzi", dei graffiti che, a differenza di altri, diffusi nelle celle adiacenti, davano subito l'idea di un complesso pittorico vero e proprio, tracciato da mani esperte. Erano quelle di Riccardo Perucolo, "frescante", cioè pittore di affreschi, di Conegliano, anch'egli lì prigioniero. Foto A. Merola/Ansa

Con riflessi evidenti anche sull’impianto giuridico, perché è da quella falsa sicurezza, e dalla politica che ne ha fatto un cavallo di battaglia, che sono uscite leggi come la “Bossi-Fini” sull’immigrazione, la “Fini-Giovanardi” sulle droghe, la “ex Cirielli” sulla prescrizione dei reati, leggi che, dicono i giuristi più illuminati, sono le prime responsabili del sovraffollamento carcerario e della difficoltà se non impossibilità in molte carceri di conferire alla pena l’indirizzo sociale e inclusivo previsto dalla Costituzione.

Per fortuna non dappertutto è così: ci sono oasi di resistenza, realtà dove associazioni e istituzioni uniscono forze e impegno per ridare speranza alle persone detenute e dunque a tutti noi. Realtà dove la parola giustizia e la parola umanità s’incontrano e si completano l’una con l’altra, perché l’umanità è l’unità di misura della giustizia e solo un mondo giusto è un mondo che può davvero dirsi umano. Le riflessioni accurate, profonde spesso illuminanti di queste persone detenute sono un prezioso frutto di questo connubio.
 

                                                                                                                          Don Luigi Ciotti

                                                                                Fondatore del Gruppo Abele e presidente di Libera

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