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martedì 07 dicembre 2021
 
 

Libia, i tesori tra mare e deserto

14/03/2011  Siti archeologici, resti di antiche città, oasi e dune di sabbia. Il Paese nordafricano racchiude un grande patrimonio. Ma il turismo non è mai stato incentivato.

Il teatro romano di Leptis Magna.
Il teatro romano di Leptis Magna.

    Le bellezze dell'antichità conservate nei siti archeologici - i più famosi del Nord Africa - lungo la costa mediterranea: Leptis Magna e Sabratha, prima insediamenti fenici poi grandiose città dell'Impero romano, rispettivamente a Est e a Ovest di Tripoli. E ancora l'oasi di Ghadames, la porta del deserto, la più nota delle antiche città carovaniere; i villaggi berberi; la capitale, Tripoli, con le rovine del passato romano che si intersecano con le moschee e i minareti della dominazione araba; il Parco naturale dell'Akakus con le sue testimonianze di arte rupestre preistorica e, più oltre, il paesaggio sconfinato del Sahara.

    Tra le dune sabbiose del deserto e il Mediterraneo, la Libia racchiude un patrimonio di tesori archeologici e naturalistici che merita di essere scoperto, ma che è stato sempre molto poco valorizzato come risorsa. Sotto il regime di Gheddafi, il turismo non è mai stato incentivato, a differenza di quanto è avvenuto nei vicini Egitto e Tunisia. Eppure, da diversi anni vari tour operator propongono la Libia come meta turistica, studiando diversi itinerari e pacchetti di viaggio, tanto che negli ultimi tempi, prima dello scoppio del conflitto interno, si cominciava a parlare della Libia come di un Paese emergente dal punto di vista dei viaggi. «Il 2011 era cominciato come il grande anno della Libia», commenta Fabio Urtatelli, direttore di Tour operator associati (TOA), organizzazione con sede a Roma che si occupa di turismo da quasi 40 anni, «dall'inizio dell'anno con noi erano già partiti 160 turisti italiani, divisi in cinque gruppi. Se si pensa che in media abbiamo 250 clienti all'anno che viaggiano in Libia - il 10 per cento della nostra clientela totale nel mondo -, i numeri erano molto elevati».

Urtatelli, quando sono scoppiati gli scontri in Libia, voi avevate là dei turisti. Cosa è successo?
«In quei giorni avevamo là un gruppo di 22 turisti: si trovavano nel deserto e, invece di rientrare a Tripoli (da dove avrebbero dovuto riprendere il volo di ritorno), per fortuna si sono fermati nella città di Sebha, nel cuore del Sahara, dove esiste una pista aeroportuale utilizzata dall'Eni per i trasporti e che, per l'occasione, è stata usata come pista internazionale: così il nostro gruppo è stato fatto rientrare in Italia da lì a bordo di un C130. Se fosse tornato a Tripoli, in mezzo al caos di quei giorni, le cose sarebbero state molto più complicate».

Chi sono i turisti italiani che viaggiano in Libia?
«Sono soprattutto archeologici o comunque appassionati di archeologia. Si tratta di un turismo di nicchia, che presenta una serie di difficoltà oggettive. In Libia manca totalmente la cultura turistica dell'accoglienza e dell'ospitalità, non esistono strutture alberghiere sviluppate; bisogna preparare i turisti alla necessità di andare in strutture a 5 stelle, le uniche possibili, perché gli alberghi statali sono improponibili. Così, il viaggio diventa per forza più impegnativo da punto di vista dei costi. A meno che non si è archeologici, allora si è pronti ad arrangiarsi in strutture di fortuna. E pensare che il Paese offre dei panorami che lasciano senza fiato e il deserto, poi, è straordinario».

  Perché il turismo nel Paese non è mai stato valorizzato?
«Il regime di Gheddafi non ha mai considerato il turismo una risorsa, come del resto accade in tutti i regimi totalitari: i turisti stranieri non sono ben visti e ben accetti perché rappresentano comunque un occhio esterno, indiscreto. E le autorità di questi Paesi non gradiscono gli osservatori. Il discorso vale, ad esempio, per il Birmania, per il Laos e per tutta la fascia indocinese; valeva anche per il Vietnam, che però negli ultimi anni ha fatto grandi passi avanti e si è affacciato al flusso turistico. Va comunque detto che il turismo rappresenta una grande opportunità, ma anche una possibilità di sconquasso. Credo che per certi Paesi sia meglio che l'apertura all'economia turistica avvenga poco a poco, in modo lento, e non a ritmi scellerati».

Alcuni imprenditori in anni recenti hanno fatto tentativi di sviluppo turistico in Libia. Con quali risultati?
«Ci ha provato, ad esempio, la Valtur una decina di anni fa. Hanno fatto un grosso investimento ma poi hanno dovuto mollare tutto. Il fatto è che, un po' come in tutto il mondo arabo, in Libia è carente la cultura del servizio. Basti pensare che nei Paesi arabi i servizi di housekeeping, le pulizie ecc... sono svolti dagli uomini, che però in genere hanno meno attenzione e meno cura delle donne».

E i viaggi che avete in programma?
«Per adesso è tutto fermo. Restiamo a vedere cosa succede».







   
    

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