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Libia, l'angelo dei profughi

17/09/2012  Parla don Mussie Zerai, sacerdote eritreo che con la sua associazione Habeshia si occupa di dar voce a chi scappa dall’Eritrea e dall’Etiopia

Don Mussie Zerai. la foto di copertina è tratta dal documentario Mare Chiuso, di Stefano Liberti e Andrea Segre.
Don Mussie Zerai. la foto di copertina è tratta dal documentario Mare Chiuso, di Stefano Liberti e Andrea Segre.

“Anche stamattina mi hanno chiamato disperati. Ci sono state nuove percosse e maltrattamenti, una donna incinta all’ottavo mese è terrorizzata all’idea di partorire in queste condizioni”, racconta don Mussie Zerai, sacerdote cattolico eritreo che vive tra Roma e la Svizzera. Con la sua associazione Habeshia, che si occupa di dar voce a chi scappa dall’Eritrea e dall’Etiopia, è in contatto con molti dei migranti subsahariani detenuti nelle carceri libiche, grazie a cellulari che sono riusciti a nascondere. Dati certi non ce ne sono, ma don Mussie ha censito 21 prigioni; 150 detenuti nel carcere di Hums provenienti dal Ciad, dalla Nigeria, ma soprattutto dalla Somalia, dall’Etiopia e dall’Eritrea, altrettanti a Sibrata Mentega Delila (Tripoli), oltre 400 a Bengasi.

Addirittura, molti detenuti del Corno d’Africa sono richiedenti asilo politico e rifugiati, già riconosciuti dall’Unhcr nei campi profughi del Sudan. Alla faccia della protezione internazionale, c’è chi è recluso da anni. Da quando gli Stati europei, e l’Italia in prima fila, hanno stretto accordi con Ghedaffi per frenare l’immigrazione, i militari libici hanno arrestato molti africani con retate, casa per casa, nei quartieri popolari di Tripoli e di altre città. Altri sono stati imprigionati dopo essere stati respinti nel Mediterraneo da navi italiane. Nessuno di loro è mai stato processato davanti a un giudice. L’unica colpa è di aver attraversato il deserto per provare a raggiungere la “Fortezza Europa”. Tecnicamente, sono potenziali “clandestini” nel nostro continente. Da questo punto di vista, c’è piena continuità tra la Nuova e la Vecchia Libia. Racconta don Mussie: “Venerdì 24 agosto, i militari libici hanno ucciso tre prigionieri. È stata la risposta a uno sciopero della fame, indetto da alcune donne per ottenere cure mediche per tre detenute eritree incinta. I militari hanno picchiato selvaggiamente un ragazzo come capro espiatorio, per poi sparargli senza nessuna ragione. Di fronte alle urla di spavento degli altri detenuti, hanno sparato nuovamente. Alla sera, i cadaveri erano tre”.

Non è un caso isolato. Il 21 luglio, a Sibrata, per sedare le richieste di cibo dei detenuti, i militari hanno sparato contro un diciottenne eritreo, ferito all’addome. È stato presentato come un mercenario di Ghedaffi, ma era semplicemente un giovane richiedente asilo politico. Un altro ragazzo di 19 anni è stato colpito all’orecchio con una sbarra di ferro. Anche le donne di Sibrata, 6 delle quali in gravidanza, sono state colpite con sedie di ferro. Spiega don Mussie: “Qui, i militari si accaniscono particolarmente contro i detenuti cristiani, etiopi ed eritrei: il mese scorso li costringevano a digiunare per il Ramadan, mentre aizzavano contro di loro  i prigionieri di fede islamica. Alle donne cristiane, a differenza di quelle musulmane, non permettono di andare in bagno e fare la doccia”. “La situazione di tutti i detenuti è comunque un inferno”, commenta don Mussie. “In celle di pochi metri quadri, sono rinchiuse fino a quaranta persone, tenute a pane e acqua. Dormono per terra, non ci sono materassi”. E ogni giorno sono sottoposti a umiliazioni e vessazioni da parte della polizia: “Bastonati, costretti come schiavi ai lavori forzati, le donne subiscono violenze sessuali da parte dei militari”.

La situazione più grave è quella dei minori: “La madre di un bambino di due anni e mezzo continua a ripetermi che non sa cosa dare da mangiare al figlio, bisognoso anche di cure mediche”. A Sibrata, si trovano anche i 76 eritrei, richiedenti asilo politico, protagonisti il 29 giugno scorso di quello che don Mussie chiama “uno strano respingimento italiano”. “Soccorsi in acque internazionali da una nave italiana, sono stati portati su una piattaforma petrolifera gestita dall’Eni. Qui, sono stati poi presi in consegna dalla polizia libica e trasferiti direttamente nel carcere di Sibrata, compreso un bambino di due anni”. Secondo il sacerdote, “dovevano invece essere affidati alla Marina italiana”. Il Presidente dell’Associazione Habeshia conclude lanciando un appello alle istituzioni europee e italiane: “La morte, venerdì, dei tre richiedenti asilo nel carcere di Hums è una grave colpa anche dell'Europa, perché non sta vigilando sulla nuova Libia. Faccio appello al Parlamento Europeo affinché richiami il Governo di Tripoli al rispetto dei diritti umani e dei richiedenti asilo politico. Occorre liberare tutti i profughi e consegnarli all’Unhcr”.                          

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