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mercoledì 16 giugno 2021
 
 

Libia, vi racconto la verità

12/05/2011  Tiziana Gamannossi, l'unica imprenditrice italiana rimasta in Libia, critica la missione contro Gheddafi e il Governo italiano. Ecco perché.

ribelli libici a Misurata.
ribelli libici a Misurata.

Nei giorni scorsi Tiziana Gamannossi è ripartita per Tripoli; unica italiana, oltre al vescovo, monsignor Martinelli, ad essere rimasta dopo lo scoppio della rivolta a fine febbraio e in seguito all’attacco da parte della coalizione occidentale. Tiziana è un’imprenditrice che nel 2001 comincia a lavorare con la Libia, dopo la fine dell’embargo dell’Onu nel 1999. I suoi viaggi d’affari si intensificano di anno in anno finché nel 2005 quello libico diventa il suo unico mercato. Si occupa di import-export, inizia come fornitore di pezzi di ricambio per Eni Gas, “valvole, tubi e tutto quello che serve per un impianto petrolifero”, poi diventa consulente per le imprese italiane che forniscono impianti industriali: “fornaci per mattoni nell’edilizia, impianti alimentari per produrre la pasta e per lavorare la polpa di pomodoro, che costituiscono anche il pezzo forte della struttura industriale italiana”.

     Tiziana fa il consulente per il mercato libico: “Un mercato che bisogna conoscere molto bene perché non è affatto semplice”, racconta. Quando in Libia scoppia la rivolta ha tra i suoi clienti una ventina di aziende, tra le quali alcune francesi.  La sua vita ora è in Libia, e si dissocia con forza dal Governo italiano “perché noi siamo stati sempre amici dei libici e non ho condiviso il fatto che, nel momento in cui loro ci chiedevano delle commissioni d’inchiesta per andare a verificare la situazione, prima di adottare qualunque risoluzione, non c’è stata risposta e anzi sono iniziati i bombardamenti”.

Gheddafi con due delle sue famose guardie del corpo.
Gheddafi con due delle sue famose guardie del corpo.

 

      Tiziana è molto ferma anche a negare le stragi e le notizie di eccidi di cui si è parlato: “A Tripoli no” ripete con fermezza, “a Bengasi non c’ero, ma a Tripoli no”. A due mesi dall’inizio della rivolta ha deciso di fondare la Non Governmental fact finding commission on the current events in Lybia, una commissione per stabilire la realtà dei fatti.  

- Perché è nata, di cosa si occupa e da chi è composta la commissione della quale sei fondatrice?

     "Ci arrivava un flusso di notizie contrastanti da entrambe le parti in conflitto, abbiamo così deciso di fondare una commissione indipendente formata da stranieri e da libici della quale fanno parte, oltre a me, insegnanti, professionisti e persone della società civile. Al momento siamo una quindicina. Ci occupiamo di raccogliere informazioni su quello che sta avvenendo. Da noi vengono varie Ong dalla Germania, dall’Egitto, dall’Inghilterra e dalla Francia per collaborare e per verificare le notizie che arrivano dai media o tramite You Tube".  

- Ti senti sicura in Libia?

     "Non ho mai temuto per la mia incolumità, perché i miei amici libici mi hanno sempre detto che se ci fosse stato pericolo mi avrebbero portato con loro nelle fattorie dell’interno, dove eventualmente loro stessi si sarebbero rifugiati in caso di attacchi o di scontri particolarmente violenti. La zona in cui vivo dista al più uno o due chilometri da Tajura, quartiere in cui ci sarebbero stati diversi scontri e non ho mai avuto problemi. Mi hanno anche intervistata per la loro tivù pubblica quando hanno saputo che ero italiana ed ero rimasta lì. Erano molto orgogliosi del fatto che fossi una imprenditrice e per di più donna, loro si sono sentiti abbandonati in particolar modo da noi".  

- Com’è adesso la situazione per le imprese italiane?

     "È diventata molto difficile: praticamente sono due mesi che non lavoriamo. Le imprese italiane sono in grave difficoltà. Ora comincia ad esserci un po’ di ripresa e il Governo libico ci dà comunque la possibilità di andare avanti. Anche se sono l’unico imprenditore che sta tornando giù ora, ho ricevuto le chiamate di molti colleghi pronti a ripartire perché in tanti rischiano il fallimento".  

- E il Governo del nostro Paese?

     "Nessun segnale, nonostante le nostre richieste di aiuto, visto che fino a un mese prima il Governo ci invogliava a investire in Libia, e poi dal 17 febbraio siamo nel mezzo di questa crisi politica. Non abbiamo ricevuto né risposte né sostegno per andare avanti in un momento così difficile. So che c’è stata una riunione il 23 marzo in Confindustria a Roma alla quale hanno partecipato diverse imprese italiane che operano in Libia e che hanno esposto le problematiche al Governo e agli altri soggetti pubblici come l’Abi e l’Ice. Ma non abbiamo ottenuto risposte, se non negative. All’Associazione bancaria italiana chiedevamo una moratoria sui nostri debiti in Italia, dal momento che la prima azione che le banche italiane hanno intrapreso è stato chiedere il rientro dai vari debiti ai quali erano esposte. Ma l’Abi ha detto no, perché sarebbe stato diseducativo darci una risposta positiva che avrebbe creato un precedente per altre aziende in difficoltà nella stessa situazione. Eppure a quanto mi risulta l’unico trattato di amicizia stipulato dal nostro Paese è con la Libia. E poi...".

Uno dei Tornado italiani impegnati sulla Libia.
Uno dei Tornado italiani impegnati sulla Libia.

- E poi?

     "C’è poi un secondo problema che rende difficoltosi i pagamenti: le banche libiche sono entrate nella lista nera degli istituti di credito a livello mondiale".  

- A cosa sono dovute le difficoltà e gli impedimenti di cui parli?

     "All’embargo occidentale, che crea problemi nelle forniture di merci per l’industria, ma anche per i beni alimentari e i medicinali. Via mare le spedizioni non arrivano perché le navi militari americane intercettano quelle dirette a Tripoli e le scortano a Malta. L’aeroporto di Tripoli è bombardato e c’è la no-fly zone. L’unico modo è via terra dalla Tunisia. Non mi sembra giusto però che vengano bloccati anche medicinali e generi alimentari, perché se le motivazioni della guerra sono quelle di tutelare le persone allora bisogna far entrare in qualsiasi modo i generi di prima necessità. Non è giusto poi neanche che le medicine arrivino a Bengasi e a Tripoli no, non si possono avere due pesi e due misure. Nella città manca il latte per i bambini e i generi alimentari cominciano a scarseggiare. Ho notizie certe che un cargo della compagnia marittima Tarros che trasportava generi alimentari è stato intercettato e scortato a Malta da una nave militare americana. Parlo di generi alimentari, non di armi.  

- Secondo te siamo di fronte a una guerra civile o a una rivoluzione simile a quelle che sono avvenute in Egitto e in Tunisia?

     "Il fatto che Bengasi abbia sempre cercato di staccarsi da Tripoli è risaputo, non è la prima volta. In Libia c’è senza dubbio una struttura tribale e quello che è successo in Egitto e in Tunisia è completamente diverso. I giovani chiedevano qualcosa di più, è vero, però non dobbiamo dimenticare che in Egitto e in Tunisia stanno molto peggio che in Libia. Dalla Tunisia venivano per lavorare. Poi, come in tutti i Paesi, ci sono quelli a favore e quelli contro il Governo".  

- Non è un po’ riduttivo? A dire il vero si è parlato di scontri molto violenti a Tripoli tra la popolazione che manifestava e i soldati fedeli a Gheddafi, molto prima dell’attacco della coalizione.

     "Quello che è successo è che ci sono state manifestazioni ogni venerdì dopo la preghiera; da quello che so erano manifestazioni contro Gheddafi. Le cose sono andate così: dal momento che si sapeva che a Bengasi c’erano stati scontri armati molto duri, qui a Tripoli l’esercito si è presentato con i carri armati e i fucili davanti ai manifestanti, i quali a loro volta erano armati. Si temeva che succedesse la stessa cosa che è successa a Bengasi, dove i manifestanti avevano preso le armi dalle caserme. Personalmente comunque non ho mai visto né sentito di cannonate o bombe sulle persone scese in piazza da parte dell’esercito, almeno qui a Tripoli. Le prime bombe che ho visto sono quelle della Nato, dal 19 marzo, quando la coalizione ha cominciato a bombardare la città".  

- Cosa vorrebbero i ribelli, chiedono più democrazia, elezioni, un sistema partitico?

     "Chi è a favore di Bengasi vorrebbe ovviamente un Governo diverso. Per quanto riguarda il sistema partitico non fa parte della loro logica e della loro cultura: quando io stessa ho chiesto ai miei amici e conoscenti se volevano un sistema bipolare o partitico tipo il nostro mi hanno risposto con una battuta dicendo: “Perché da voi funziona?”. Le votazioni invece le vorrebbero, al momento la gente di Tripoli sarebbe disposta ad andare a elezioni per fare una verifica e dimostrare al mondo che loro veramente vogliono Gheddafi. Ma da Bengasi viene un aut aut: prima di qualunque discussione Gheddafi deve andare via".  

- Quali sono gli effetti dei bombardamenti Nato a Tripoli?

     "Da quasi due mesi la Nato bombarda gli obiettivi militari, ma sono state toccate anche alcune case. Hanno colpito l’abitazione della famiglia di Gheddafi, poi a quanto so io hanno sempre tirato su basi militari e su alcune strade. Però ogni volta che viene colpita una caserma o una base militare c’è uno spazio di deflagrazione, e spesso queste istallazioni sono vicine alle case o peggio agli ospedali. Ci sono state diverse vittime. Nel mio caso il deposito più vicino di armi è a un chilometro di distanza, ma molte persone vivono a cinquanta o cento metri dalle istallazioni".

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