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mercoledì 17 aprile 2024
 
esperti a confronto
 

L’intelligenza artificiale è come un mezzo di trasporto: serve un codice della strada

24/02/2024  Sono d’accordo sulle opportunità e la dovuta prudenza nell’affrontare quella che, a tutti gli effetti, è una rivoluzione tecnologica Paolo Benanti, francescano, teologo, presidente della Commissione A.I. per l’Informazione e Marco Landi, il solo manager italiano a essere stato ai vertici di Apple. Benanti e Landi si sono confrontati all'Università del Dialogo di Torino in una riflessione sulle sfide dell’intelligenza artificiale

Un viaggio appena iniziato, ma sicuramente destinato a portarci molto lontano. In quale direzione? Verso nuove conquiste o verso rischi incalcolabili? Questo dipenderà da noi. L’intelligenza artificiale, con le sue alchimie di algoritmi, è una tra le più grandi sfide del nostro tempo e pone interrogativi che toccano in profondità ogni aspetto della vita: lavoro, abitudini quotidiane, relazioni sociali, etica e perfino senso del sacro. Di tutto questo si è parlato in un prezioso incontro organizzato a Torino dal Sermig (Servizio Missionario Giovani), il gruppo fondato da Ernesto Olivero, impegnato a fianco degli ultimi per costruire pace, armonia, sviluppo umano e bellezza, nel capoluogo piemontese come in tanti altri luoghi del mondo. Inserito tra gli appuntamenti dell’Università del Dialogo (iniziativa voluta dal Sermig proprio per affrontare, con il coinvolgimento dei più giovani, i temi centrali del nostro tempo), l’incontro ha avuto per protagonisti due esperti che da tempo si interrogano, seppur da angolazioni diverse, sui nuovi orizzonti tecnologici: Paolo Benanti, francescano, teologo, presidente della Commissione A.I. per l’Informazione, nonché unico membro italiano del Comitato sull’Intelligenza Artificiale delle Nazioni Unite, e Marco Landi, il solo manager italiano a essere stato ai vertici di Apple, come direttore generale dell’azienda. Stimolati dalle domande dei tanti giovani presenti, i due ospiti hanno spaziato a tutto campo su molti temi direttamente connessi con l’intelligenza artificiale.

«Il termine va innanzi tutto chiarito» ha esordito Landi. Infatti quando parliamo di intelligenza pensiamo immediatamente al cervello umano e questa è una delle ragioni per cui la parola “intelligenza artificiale” tende a far paura. In realtà, in inglese, il termine intelligence ha più a che fare con la raccolta di dati, da mettere poi a disposizione per risolvere questioni, anche molto complesse». Dunque è un errore pensare che una macchina “pensi” e “ragioni” come noi. Eppure delle analogie ci sono. E anzi, in alcuni casi le macchine sono già state capaci non solo di emulare il pensiero umano, ma di superarlo, «elaborando strategie e soluzioni che per una mente umana sarebbero fuori portata». Pensiamo al computer che ha battuto a scacchi l’immenso Garry Kasparov, o all’intelligenza artificiale usata per creare un nuovo tipo di antibiotico che nessuno studioso, per quanto formato e preparato, avrebbe potuto mettere a punto. Dunque, è chiaro che abbiamo tra le mani uno strumento potentissimo: «ed è chiaro che, proprio per questo, servono regole».

Un momento dell'incontro di mercoledì 21 Febbraio all'università del Dialogo di Torino
Un momento dell'incontro di mercoledì 21 Febbraio all'università del Dialogo di Torino

Che l’intelligenza artificiale abbia innumerevoli applicazioni positive è fuori discussione. «Pensiamo, ad esempio, all’ambito della medicina, soprattutto per le aree più povere del mondo, dove i medici sono pochi e poco specializzati» ha fatto notare Benanti. «In questi casi, la tecnologia potrebbe facilitare le diagnosi o collegare centri di ricerca distanti fra loro». D’altra parte vi sono intere categorie professionali che potrebbero essere spazzate via, cosa che, del resto, è avvenuta in ogni rivoluzione tecnologica. E l’allarme riguarda tanto più un Paese come l’Italia, con un tessuto industriale costituito in grandissima parte da piccole e medie imprese, «molte delle quali potrebbero non avere le risorse economiche necessarie per compiere il salto tecnologico» ha osservato il teologo.

Non solo. Sull’argomento, Landi ha citato una scoperta dei ricercatori che si occupano di intelligenza artificiale e robotica: è il cosiddetto paradosso di Moravec, in base al quale per una macchina è molto più semplice svolgere compiti complessi che compiti semplici. «Ad esempio, un bambino di tre anni può aprire una porta senza alcuna difficoltà, ma gli serviranno tanti anni di studio per apprendere un’operazione matematica complessa come l’estrazione della radice quadrata. Con le macchine avviene l’opposto». È più semplice programmare un computer che estragga, in pochissimo tempo, le radici quadrate, che progettare un robot in grado di svolgere gesti manuali apparentemente semplici (ma in realtà frutto di milioni di anni di evoluzione). Alla luce di questa legge, come potrebbero cambiare gli scenari lavorativi? Se le rivoluzioni tecnologiche dei decenni passati hanno inciso in modo irreversibile sul destino dei colletti blu, cioè sulla classe operaia, «l’intelligenza artificiale potrebbe colpire soprattutto i colletti bianchi, cioè coloro che svolgono mansioni meno fisiche e più remunerative. E di tutto questo dobbiamo tener conto, in un Paese come il nostro, che si fonda sulla sussistenza di una classe media».

Ma il lavoro non è che uno degli ambiti coinvolti, poiché le nuove frontiere tecnologiche investono in maniera determinante anche il mondo dell’informazione (uno dei pilastri della democrazia) e chiamano in causa il concetto stesso di verità, vista la possibilità di manipolare immagini e video, introducendo contenuti falsi, ma così simili al reale da ingannare anche gli occhi e le orecchie più attente. Entrambi gli esperti hanno rimarcato la mancanza di una normativa adeguata, e il rischio che la gestione di questi processi delicatissimi venga demandata ai colossi del web, con risultati spesso tutt’altro che trasparenti. «C’è chi sostiene che mettere dei limiti allo sviluppo dell’intelligenza artificiale voglia dire soffocare l’innovazione» ha osservato il teologo. «Io penso che, invece, ci si debba comportare come con un mezzo di trasporto: il codice della strada e i limiti di velocità non ci hanno impedito di arrivare dove vogliamo, ma hanno semplicemente limitato gli incidenti». Alla fine, la questione, ridotta all’osso, è antica quanto l’uomo: il problema non è lo strumento in sé, ma l’uso che se ne fa. «Anche una clava può servire per aprire noci di cocco o per ferire e uccidere un altro essere umano. Sta a noi capire come maneggiarla».

Di sicuro dobbiamo prepararci per una grande rivoluzione «ed è fondamentale che le giovani generazioni inizino da oggi ad approfondire questi temi, perché il futuro è nelle loro mani» ha esortato Landi. La tecnologia avrà un ruolo sempre più pervasivo nelle nostre vite. «Potrebbe diventare una sorta di nuovo oracolo, cui affidarsi per capire come affrontare la vita, dal lavoro all’amore, un po’ come nell’antichità pagana ci si rivolgeva all’oracolo di questo o quel dio. Ma possiamo anche scegliere un diverso rapporto con la vita, con la nostra umanità, col senso del sacro» ha concluso Benanti. E poiché i cristiani sono chiamati alla speranza, «possiamo anche immaginare l’intelligenza artificiale come uno strumento in grado di aprirci la porta all’altro, sottraendolo dal ruolo di nemico per donarcelo come fratello e sorella. Ovviamente non abbiamo alcuna certezza che tutto ciò accada, ma se andremo in questa direzione potremo aspettarci delle belle sorprese».

 
 
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