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giovedì 19 maggio 2022
 
 

L’Italia “sporcata” per 20 anni dalle ecomafie

08/11/2013  «Dottore io non faccio coca, ma monnezza: guadagno uguale e non rischio niente». A metà degli anni Novanta, questo dicevano i camorristi al giovane magistrato Franco Roberti, oggi Procuratore nazionale antimafia. Le ecomafie 20 anni dopo: se parla a Napoli, alla tre giorni di Greenaccord. Ecco com’è la situazione oggi.

Le ecomafie compiono vent’anni. In realtà ne hanno molti di più, ma sono passati due decenni da quando Legambiente pubblicava il primo dossier che dava un nome al traffico di rifiuti e vari altri reati ambientali. «Dottore io non faccio coca, ma monnezza: guadagno uguale e non rischio niente». Franco Roberti era un giovane magistrato quando, a metà anni Novanta, registrava queste dichiarazioni dai camorristi. Erano le prime inchieste su reati ambientali in Campania.

Oggi Roberti è Procuratore Nazionale Antimafia, a questi traffici illeciti dedica ancora molto del suo tempo, ma per combattere le organizzazioni criminali che si finanziano con traffico e riciclaggio di rifiuti, mancano ancora molti strumenti: «La nostra legislazione non prevede il reato di disastro ambientale», ad esempio. E ancora: «Il 50 per cento dei reati penali va in prescrizione». Non c’è il tempo e mancano i mezzi per celebrare i processi: «Lo Stato deve creare le condizioni perché la giustizia penale possa lavorare», denuncia il Procuratore Nazionale Antimafia.

«Ancora oggi registriamo un’assenza raccapricciante della politica», dice Antonio Pergolizzi di Legambiente

Greenaccord, l'associazione cattolica in prima linea sui temi ambientali presieduta da Alfonso Cauteruccio, ha riunito operatori della comunicazione da una cinquantina di Paesi a Napoli, per discutere di Ecomafie e di “Un futuro senza rifiuti”. Quattro giorni, dal 6 al 9 novembre, dedicati alla Salvaguardia del Creato, nella suggestiva cornice di Castel dell’Ovo.

«Dire che tutto è inquinato significa fare un favore ai clan, facendo di tutte le erbe un fascio», ha ricordato Ermete Realacci, Presidente della Commissione Ambiente della Camera. Anche a Montecitorio però si parla della “Terra dei fuochi”. Aversa, provincia di Napoli: montagne di rifiuti bruciati hanno sparso diossina, inquinato coltivazioni, allevamenti e provocato malattie e decessi.

«Dobbiamo recuperare il senso della natura», auspica il vescovo di Aversa, Angelo Spinillo. Già, ma bisogna partire dal territorio: «La criminalità organizzata è entrata nei mercato nero dei rifiuti perché è un ambito abbandonato dallo Stato», denuncia Antonio Pergolizzi, di Legambiente. E non parla solo del lontano 1994, quando la sua associazione coniò quel neologismo, “ecomafie”: «Ancora oggi registriamo un’assenza raccapricciante della politica, non si possono lasciare soli i magistrati».

Realacci: «Nessuno commise errore più grande di non fare nulla solo perché poteva fare poco».

  

La Procura Nazionale Antimafia ha avviato una collaborazione con il Corpo Forestale dello Stato per combattere i reati ambientali. Ma non è facile tenere il passo con i traffici della Camorra: «Oggi le organizzazioni criminali si sono legate a centri di potere economico e finanziario per entrare nel mercato della green economy e smaltire i rifiuti in altre regioni, come la Toscana». È ancora il Procuratore Franco Roberti a ricordare che il Parco eolico di Isola Caporizzuto è stato avviato dal clan Arena.

A 20 anni dall’identificazione di un fenomeno criminale così grave, molto resta ancora da fare per proteggere il territorio e combattere i traffici illeciti. E tutti i cittadini sono chiamati a giocare un ruolo, in questa battaglia di legalità. Realacci non ha dubbi: «Nessuno commise errore più grande di non fare nulla solo perché poteva fare poco».

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