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giovedì 26 novembre 2020
 
 

Il pediatra Tamburlini: «Apriamo servizi educativi e centri estivi. Solo così saremo pronti per settembre»

19/05/2020  Non ha dubbi Giorgio Tamburlini, presidente del Centro per la salute del bambino. Bisogna riaprire nel rispetto delle regole, abitando spazi nuovi e con nuove modalità di educazione e insegnamento «perché l'impatto di questi mesi senza scuola sui bambini si fa sentire»

Giorgio Tamburlini
Giorgio Tamburlini

Si ragiona sulla riapertura di centri e servizi educativi estivi e il dibattito si accende. Tra chi teme che questa scelta riattivi un meccanismo di contagio e chi si chiede, essendo costretto a tornare al lavoro, dove potrà lasciare i figli piccoli. Ne parliamo con Giorgio Tamburlini, pediatra e presidente del Centro per la salute del bambino. Attivo nell'ambito dell'Alleanza per l'Infanzia che raccoglie molte entità impegnate sui temi dell'infanzia e della famiglia e che ha in più occasioni richiamato la necessità di portare attenzione al tema dei minori (www.alleanzainfanzia.it).

Dottore vogliamo parlare di questi bambini dimenticati in primis dai decreti?

«Più che dimenticati, direi che sono stati ridotti a puri serbatoi di virus»

Partiamo da lì, allora. Quali sono i rischi reali di infezione per i bambini?

«Fermo restando che gli studi non danno ancora risposte definitive e che abbiamo ancora molto da imparare , sappiamo che i bambini hanno un rischio di infezione più basso di quello degli adulti, e un rischio di ammalarsi in modo grave infinitamente minore degli adulti. Si contano sulle dita delle mani i bambini sotto i 14 anni che si sono ammalati gravemente».

Possono essere contagiosi?

«Sì, certo, ma propagano meno l'infezione perché ne sono parzialmente immuni».

È stata segnalata nei più piccoli questa complicanza, la malattia di Kavasaki. Ci aiuta a capire?

«è una malattia che colpisce 2.3 bambini su 1000, quindi è molto rara.. È una reazione autoimmune che colpisce il sistema vascolare, di cui si è osservato un aumento di casi in corrispondenza con l'epidemia del Covid e per alcuni dei pazienti vi era evidenza di infezione da Covid. Si tratta certo di un forte indizio di rapporto causale,d’altronde che il Covid-19, così come altri microrganismi, possa scatenarla è plausibile. Resta comunque una malattia nota e che i pediatri italiani sanno riconoscere e trattare, prevenendo le complicanze più serie. ».

Nel complesso quindi il rischio di ammalarsi è molto basso, andando o non andando a scuola?

«Assolutamente sì, anzi io sostengo che laddove una situazione è controllata, i bambini fanno certi percorsi, si lavano le mani, e anche gli adulti che se ne occupano seguono le precauzioni i rischi sono più bassi che se servizi e scuole restassero chiusi, anche perché, se i genitori lavorano, i bimbi a casa da soli non possono stare, e quindi ci sarebbe comunque una socializzazione non controllata, con parenti e amici. È chiaro dunque che il confronto non può essere fatto tra il rischio del ritorno a scuola e un "rischio zero", perché quest'ultimo comunque non esiste, allo stato attuale dell’epidemia».

Non abbiamo comparato i rischi sanitari da quelli non, per esempio l'impatto psicologico di questi mesi senza scuola

«O quello educativo, dell'apprendimento; sei, sette mesi senza scuola sono un rischio per tutti, a maggior ragione per chi aveva già difficoltà. Poi, certamente, man mano che il periodo si allunga, la situazione peggiora: all'inizio la nuova situazione era una sorpresa, poteva essere piacevole; poi, però sono aumentati i motivi di preoccupazione tensione anche in famiglia; i problemi economici, lo stress, il conflitto, i bambini che si preoccupano per i genitori, per i nonni. Ecco che oggi emerge una componente di stress e le conseguenze annesse di depressione e ansia, già a partire dai 5.6 anni. Maggiormente, come sempre, nelle famiglie problematiche: pensiamo per esempio a tutti quei bambini che fanno un unico pasto decente e completo a scuola, o a quelli che hanno bisogno di servizi abilitativi, di sostegno . O all'inattività fisica, così dannosa. Tutti aspetti che non vanno trascurati».

Poi c'è tutto il rapporto coi pari?

«Si tratta di una componente fondamentale della vita dei bambini, e il motivo stesso per cui è bene che vengano socializzati presto. Una volta erano almeno 10, 15 in un cortile. Adesso sono gli spazi educativi quelli in cui si socializza. Aspetto che difficilmente viene compensato dai contatti virtuali, senza trascurare le disuguaglianze tra chi ha mezzi tecnologici e chi non li ha».

Alla luce di quanto ci siamo detti lei è favorevole alla riapertura di spazi educativi per l'estate?

«Sì. Come opportunità di sperimentare forme nuove in spazi mai usati in precedenza e di innovare negli approcci educativi, con ricadute positive anche sui tempi medi. Per esempio in Italia c'è la cattivissima abitudine di tenere i bambini al chiuso, ignorando che questi non si ammalano stando fuori, ma stando dentro perché è negli spazi chiusi che il rischio infettivo è maggiore. E pensiamo alla classe tradizionale con i banchi: una forma di apprendimento che va superata perché chi sta apprendendo e condividendo una esperienza dovrebbe quanto meno guardarsi. Mentre i nostri bambini vedono le schiene di quelli davanti. Tra l’altro, in Italia c'è spesso una sovrabbondanza di spazi educativi rispetto alla richiesta (nelle scuole elementari ci sono tantissime aule vuote); la scuola dell'infanzia ha perso il 15-20 percento dei bambini in pochi anni per via del calo drammatico della natalità; resta il problema del personale e quindi va fattosu questo un investimento forte, del resto si tratta del nostro capitale umano, perché la didattica è più efficace a piccoli gruppi. Oltre che diminuire il rischio infettivo per il Covid adesso, innovando le modalità educative e di apprendimento avremmo preso un'utile misura per il futuro».

Quindi tocca riaprire e sperimentare?

«A Torino ad esempio sono già al lavoro grazie a una sperimentazione molto oculata coordinata dal Politecnico, dove i servizi pubblici lavorano di concerto con le associazioni e le cooperative che reggono una parte non indifferente del servizio educativo. Così anche in altre parti d’Italia. In questo modo si può capire quali sono le modalità più efficaci e e generalizzabili su larga scala. Partire sperimentando, sì. Anche sui numeri. Per esempio mi chiedo: occorre davvero avere un educatore ogni tre bambini? Io credo di no. Da un lato è impraticabile: servirebbero altri educatori, quindi con costi insostenibili. Ma poi, aumentare il numero di adulti può aumentare il rischio di contagio attivo e passivo. Insomma, come sempre occorre pesare le diverse alternative e i loro costi e benefici».

Il rischio zero quindi è da dimenticare?

«Non possiamo pensare di perseguire il rischio zero sia perché allo stato impossibile sia perché daremmo un eccesso di responsabilità a dirigenti scolastici uole e amministratori pubblici. I casi ci potranno essere, e vanno sollevati da questa responsabilità i responsabili dei servizi nel momento in cui hanno rispettato tutte le regole che ci saremo dati»

In conclusione?

«Diamoci delle regole, apriamo e osserviamo quali sono le modalità più praticabili. Usiamo gli spazi che prima non venivano usati, immaginiamo attività più di movimento e meno statiche e con un numero ridotto di bambini. Facciamo formazione agli insegnanti sulla prevenzione (disinfezione, tamponi,...) e anche sulle possibili ricadute di questa esperienza sui bambini per trovarci più pronti a settembreInformiamo le famiglie e gli stessi bambini. Solo così saremo pronti. Anche perché altrimenti ci ritroveremo a sperimentare a settembre, quando, quello dovrebbe essere il tempo delle risposte certe».

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