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martedì 28 maggio 2024
 
la storia
 

«Con Geolier abbiamo già vinto la Champions. Della musica»

12/03/2024  A poche ore da Barcellona-Napoli, pubblichiamo un estratto del reportage che abbiamo realizzato a Napoli all'indomani del secondo posto conquistato a Sanremo dal rapper Emanuele Palumbo che rinnova la favola del bravo ragazzo simbolo di riscatto per la sua gente. «E ora ci ha promesso che farà costruire dei campetti di calcio per i bambini»

«Sto ascoltando Geolier. Ma come ve lo spiego? Emanuele non se’ po’ spiegà. Ricitangell a’ chi nunn o’ sap ch’ se sentess a Nino D’Angelo». Sì, Emanuele non si può spiegare, e chi non lo conosce ascolti Nino d’Angelo. Perché tra Emanuele Palumbo, in arte Geolier, e il cantautore partenopeo la storia è la stessa. Solo che nei video musicali il jeans e la maglietta sono diventati di un costosissimo brand, la piccola utilitaria è diventata una macchina di lusso e al posto dei capelli biondi c’è un baffetto che adesso tutti i ragazzini imitano, come accadde per il caschetto di Nino. Cambia la melodia, cambia il ritmo, cambia il genere della musica, ma a cantare la vita reale, i problemi degli adolescenti, le crisi d’amore, le difficoltà di avere dei soldi in tasca o di crescere senza un genitore, il lavoro che ancora manca, le rivincite di chi ha avuto un’infanzia difficile, l’adolescenza altrettanto complicata magari per via della droga e finalmente le speranze per il futuro, è ancora una volta un bravo ragazzo che arriva dalla periferia di Napoli e che fino al giorno prima di apparire in televisione lavorava con i fratelli, nella loro azienda, dove costruiscono lampadari.

Sconosciuto al popolo della televisione e dei giornali patinati, Geolier, 23 anni, è una star che ha conquistato visualizzazioni e like sul Web, una specie di televoto gratuito e dato senza alcuna richiesta. Il mezzo mediatico, in questo caso, ha fatto la differenza. Chi non ascolta musica online ha fatto fatica a capire da dove sia potuto sbucare quel ragazzo che ha fatto parlare di sé a Sanremo. E così raccontare Geolier e la sua Napoli del rione Gescal nel quartiere Miano, fatta di profumi di cibo proveniente dalle cucine del- le case al piano rialzato, di terre abbandonate, di stradine che sbucano sul vicino quartiere di Secondigliano dove i ragazzi si incontrano per sfilare e farsi notare, non è un fatto semplice. Geolier, non ha frequentato accademie o reality, Emanuele – che, come ricordano gli abitanti del suo quartiere, veniva “trascinato” ogni mattina a scuola dalla mamma che lo teneva per mano – e la sua musica sono cresciuti insieme. «Io lo dovevo cacciare da qua dentro perché quando stava lui qua non si capiva più niente, tutti attorno a lui che rappava». Pasquale è lo storico gestore del circolo del Napoli di Miano.

Ricorda Emanuele, Manu, da piccolino, quando a 12 anni con gli amici andava a giocare a biliardino in quel ritrovo a pochi metri da casa. «Entrava per giocare con gli amici, ma poi vedeva qualcosa di particolare e si sentiva ispirato» – racconta Pasquale mentre prepara il caffè – «bastava che uno entrasse con un cappello un po’ diverso e lui si inventava le rime e cantava. Improvvisava spettacoli, tutta l’attenzione era per lui e qua dentro non si capiva più niente. Ero costretto a cacciarlo!». Gli spaccati di vita reale, le esperienze, sono stati continuamente tradotti in parole da Emanuele. Come quando racconta dei bambini che, sotto casa, tra i rifiuti e le erbacce, giocano a pallone. Un cliché per Napoli, che quest’anno però ha trasformato ogni scugnizzo in un campione. «Manc’ po’ terzo scudetto do’ Napol amm fatt stu poc» («Nemmeno per lo scudetto del Napoli abbiamo fatto questa festa»). Il macellaio Marco Ferrara è un omone. Sembra una guardia del corpo e, la sera del ritorno a casa di Geolier, è stato proprio lui a riaccompagnarlo da mamma e papà con il suo minivan. Ma non per merito della sua prestanza fisica: solo per amicizia. Al Gescal tutti si conoscono e tutti sono orgogliosi di Emanuele. Tra una costoletta di maiale e una fetta di arrosto, Marco ha deciso di dedicare anche un panino a Emanuele e l’ha preparato chiedendogli i suoi gusti: hamburger di scottona, cheddar, bacon, insalata croccante e una crema azzurra come il suo Napoli. «Emanuele ci ha regalato l’emozione di un’altra vittoria importante». Quella sera, in tanti si sono stretti nel rione Gescal di Miano. Un lembo di terra a forma di ferro di cavallo incastrato tra la Calata Capodichino, strada che porta verso il centro di Napoli, e il corso Secondigliano: Miano, appunto. È da quel rione che Emanuele è partito per Sanremo ed è in quelle strade, dove le case popolari si accavallano una sull’altra, che la festa per il ritorno di Emanuele ha fatto più rumore di quella organizzata per il terzo scudetto del Napoli. «Emanuele è un ragazzo come tanti che aveva bisogno di spazio ed è riuscito a farsi largo con le sue canzoni perché è riuscito a raccontare il suo vissuto». Padre Carlo De Angelis dei Caracciolini è il parroco che da sempre segue quel rione. «Conosco la sua famiglia da tempo, conoscevo anche i suoi nonni, ho battezzato Emanuele e l’ho visto crescere qui intorno quando, un po’ per i compiti, un po’ per la piscina, frequentava il nostro oratorio. E mi ha promesso che appena torna dall’America viene qui e sta un po’ con i ragazzini». Il complesso di San Francesco Caracciolo è un prefabbricato che da decenni accoglie chiunque, ma a causa della sua posizione un po’ defilata rispetto al quartiere sembra essere slegato dalla vita di quelle palazzine. Solo una sensazione, del resto la nuova chiesa sorgerà, entro un paio di anni, proprio nel cuore del rione, sotto il murale di Diego Armando Maradona che Emanuele ha regalato al quartiere. La prima pietra della nuova chiesa, benedetta anche dall’arcivescovo Domenico Battaglia, è stata posizionata, e accanto sorgeranno dei campetti a cui Emanuele vorrebbe contribuire. «Perché nel rione, quando noi eravamo piccoli, la porta per tirare i rigori la disegnavamo sopra il muro delle palazzine con una bomboletta spray o il gesso». 

 
 
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