Contribuisci a mantenere questo sito gratuito

Riusciamo a fornire informazione gratuita grazie alla pubblicità erogata dai nostri partner.
Accettando i consensi richiesti permetti ad i nostri partner di creare un'esperienza personalizzata ed offrirti un miglior servizio.
Avrai comunque la possibilità di revocare il consenso in qualunque momento.

Selezionando 'Accetta tutto', vedrai più spesso annunci su argomenti che ti interessano.
Selezionando 'Accetta solo cookie necessari', vedrai annunci generici non necessariamente attinenti ai tuoi interessi.

logo san paolo
lunedì 20 maggio 2024
 
Mostra del cinema
 

Lo sguardo di Minervini sull'America razzista di Trump

07/09/2018  Con il suo documentario in concorso a Venezia, il regista racconta la crescita degli omicidi ai danni di neri nell'indifferenza generale e il nuovo vigore del Ku Klux Klan in un Paese che sembra tornato indietro di decenni.

Il bianco e nero per esaltare il colore della pelle, la differenza di scava nella discriminazione che caratterizza l’America profonda. What You Gonna Do When The World’s On Fire?, documentario di Roberto Minervini in gara a Venezia,  vuol dire “Che fare quando il mondo è in fiamme?” (si ispira a una canzone dei Birmingham Jubilee Singers) e ci introduce in una materia incandescente. Solo nel 2016 la polizia ha ucciso trentanove “neri” molto probabilmente disarmati. E con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca la tensione è aumentata. Il Ku Klux Klan si è rafforzato, rinvigorito, pubblicando tweet di sostegno al nuovo presidente. Trump ha inserito nella lista delle “potenziali organizzazioni terroristiche” le nuove Black Panthers (le “Pantere Nere”), rinate nel 2014. In quattro anni non hanno mai commesso un crimine.

Roberto Minervini ci racconta la disperazione di chi non può integrarsi, costretto a vivere in un “ghetto” senza via di uscita. Il regista va a Jackson, in Mississippi, per seguire il caso di un ragazzo afroamericano trovato morto in un campo (solo la testa staccata dal corpo…), che la polizia ha archiviato come suicidio. È uno dei tanti episodi che ai media non interessano, e dai quali la giustizia esce sconfitta. Le Black Panthers aiutano la gente andando porta a porta, cercando di offrire conforto e fiducia. E con loro Minervini si immerge nell’esistenza di chi si sente rigettato, di chi è condannato dal rifiuto della sua terra. Scava nella quotidianità di persone comuni, con un passato pieno di traumi e un presente da dimenticare.

Le madri provano a tenere i figli lontani dalla criminalità, sbocco quasi inevitabile per il loro impossibile inserimento sociale. I giovani si rifiutano di frequentare la scuola, perché si sentono emarginati, senza futuro. Due piccoli fratelli vorrebbero scappare, prendere un treno per andare in Florida. Ma le loro sono solo fantasie, difficili da realizzare. Minervini mantiene la sua anima politica, attacca direttamente le basi di una società classista, ipocrita. Si predica l’uguaglianza, ma intanto il KKK continua ad agire indisturbato. Gli atti di violenza aumentano, molti restano impuniti. È una crisi che dura da decenni e viene confinata nell’ombra. Il regista la porta alla luce, con lo stesso spirito militante di Louisiana (The Other Side), dove puntava il dito contro le “omissioni” dell’allora presidente Obama.

Minervini non ha paura di mostrare, di dare voce a chi non ne ha. È un regista dalla parte degli ultimi, che non si ferma davanti alle apparenze e insegue la verità. Lo dimostra la sua trilogia sul Texas (The Passage, Low Tide e Stop The Pounding Heart), ma in What You Gonna Do When The World’s On Fire? diventato più maturo. Narra con sicurezza, in bilico tra finzione e documentario, e vuole guardare oltre la fine del tunnel, con la speranza che le cose cambino. Il senso del film è nella risposta del piccolo alla madre. Lei gli domanda: “Com’erano i bambini che ti hanno picchiato?”. E lui: “Erano come me”. Non neri, non bianchi, ma esseri umani.

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo