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mercoledì 10 agosto 2022
 
 

Lo show c'è, il talent no

27/11/2013  Dopo le prime puntate di Masterpiece, si è riacceso il dibattito sul genere televisivo più popolare degli ultimi anni tra chi non se perde una puntata e chi considera questi programmi solo una fucina di illusioni. L'impressione è che la "caccia al talento" non sia l'obiettivo principale.

Talent sì o talent no? La domanda si ripropone ogni volta che in Tv appare un nuovo programma catalogabile con questa formula. Di fronte alle numerosissime schiere di appassionati che non si perderebbero mai una puntata di X Factor, di Amici e di Masterchef, specie per il gusto di commentarla il giorno dopo sui social network, c'è un'altrettanta nutrita schiera di detrattori per i quali tali show sono solo una fabbrica di illusioni che solleticano gli istinti più bassi del pubblico. E' quanto è avvenuto puntualmente anche dopo le prime tre puntate andate in onda su Rai3 di Masterpiece, il talent riservato ad aspiranti scrittori che mette in palio la possibilità di pubblicare il proprio romanzo in 100 mila copie con Bompiani.

Se però si vuole ragionare sul fenomeno, liberandosi dai preconcetti in un senso o nell'altro, occorre distinguere due piani: quello squisitamente televisivo, spettacolare, e quello dell'obiettivo, almeno sulla carta, di questi programmi, ossia la scoperta di nuovi talenti. Sul primo punto, a proposito di Masterpiece, c'è poco da dire: si tratta di un prodotto, per una volta nato da un'idea italiana e non importato, più che valido, confezionato con un ritmo incalzante, un uso accattivante della voce fuori campo e contributi interessanti di altri scrittori come Walter Siti e Antonio Scurati.

La formula rispecchia quella di altri talent, con i provini dei partecipanti di fronte a tre giudici, ciascuno dei quali interpreta un ruolo ben preciso: in questo caso c'è il “simpatico” (Giancarlo De Cataldo), quella che punta sull'umanità (Taiye Selasi) e il “cattivo” Andrea De Carlo, capace di strappare la prova di una concorrente davanti ai suoi occhi o di tirarle dietro il suo manoscritto.

E, come in altri talent, sono proprio i concorrenti la forza e insieme il limite dello show. I prescelti sono quasi tutti “casi umani” o comunque gente che ha un vissuto curioso alle spalle: dall'ex galeotto, all'ex anoressica, dall'avvocato pariolino palestrato e dongiovanni al serbo trapiantato in Italia da quando aveva 12 anni e che si esprime ancora in un italiano stentato. Una scelta senz'altro funzionale alla logica narrativa del programma, perché viene subito voglia di saperne di più sulle loro storie, ma che fa sorgere una domanda: che c'entra la letteratura in tutto questo?

Il dubbio che sia un mero espediente spettacolare cresce con il procedere di Masterpiece: come si fa a valutare uno scrittore da un temino realizzato dopo una visita a un centro di accoglienza o a un matrimonio napoletano? Tornando quindi alla distinzione iniziale, lo show senz'altro c'è, il modo con cui Masterpiece va a caccia di nuovi talenti suscita invece molte perplessità.

Lasciamo però il giudizio sospeso, alla luce di quanto è accaduto in altri talent come Amici o X Factor: nelle prime edizioni, si vedevano dilettanti allo sbaraglio che nemmeno Corrado avrebbe preso alla Corrida; poi, pian piano, le selezioni si sono fatte più serie e sono venuti fuori cantanti che ormai da anni dominano le classifiche, come Emma e Alessandra Amoroso, oltre a un talento puro come Marco Mengoni. E' ormai diventato un luogo comune affermare che Fabrizio De André non avrebbe mai superato le selezioni di un talent show. Uno come Renato Zero, però, avrebbe sicuramente stracciato tutti. Il problema, quindi, non sta nei talent show, ma nel fatto che, specie nella musica, siano diventati ormai l'unica possibilità che ha un giovane con velleità artistiche di conquistare le luci della ribalta.

 
 
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