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martedì 22 giugno 2021
 
LA SCHEDA
 

"Loggia Ungheria", "corvi" al Csm, annessi e connessi. Riassunto per non addetti ai lavori

07/05/2021  Che cos'è la "Loggia Ungheria"? Che è successo di nuovo al Csm? Perché si usa la metafora del "corvo"? Che c'entrano Paolo Storari e Piercamillo Davigo? Chi è Piero Amara? C'entra qualcosa il caso Palamara? Perché tutto questo ci riguarda come cittadini? Proviamo a schematizzare la nuova complicata vicenda, ancora per tanti aspetti da chiarire, che sta scuotendo la giustizia italiana

Tutto comincia il 9 dicembre 2019 con Piero Amara, ex avvocato esterno all’Eni, che alla Procura di Milano, nell’ambito di un’inchiesta che i media riferiscono con il nome di “Falso complotto Eni”, rilascia dichiarazioni relative a una fantomatica "Loggia Ungheria", che si tratti di società segreta o di gruppo di potere - ammesso che esista -, coinvolgerebbe uomini delle istituzioni, magistrati, esponenti delle forze dell’ordine, avvocati, imprenditori. Si tratta di dichiarazioni tutte da riscontrare, potrebbero contenere un misto di vero, verosimile e palesemente falso, e nascondere il frutto avvelenato di vendette e ricatti. Il testimone è controverso, ha trascorsi (un processo chiuso con un patteggiamento) per corruzione in atti giudiziari, è ed è stato indagato per ragioni varie, compreso un caso di depistaggio. La sua attendibilità va presa con le pinze. Il suo nome compare anche nell’inchiesta perugina sul caso Palamara. A raccogliere le sue dichiarazioni a Milano, sono due magistrati notoriamente capaci ed esperti, l’aggiunto Laura Pedio e il sostituto Paolo Storari.

L'ESPLOSIONE DEL CASO

Il caso arriva all’opinione pubblica il 27 aprile 2021 quando Domani pubblica un articolo in cui per la prima volta si parla delle dichiarazioni di Amara, soltanto per a parte in cui riferirebbero di un presunto favore fatto a Giuseppe Conte quando era ancora un semplice avvocato. Ma è solo  un anticipo del caso che sta per esplodere. Poche ore dopo si scopre, infatti, che una parte dei verbali con le dichiarazioni di Amara sulla misteriosa "Loggia Ungheria" (non firmati e senza timbro) sono arrivati tra l’ottobre 2019 e il marzo 2020 nelle redazioni di almeno un paio di giornali accompagnati da lettere anonime. I giornalisti destinatari del plico a Repubblica e al Fatto Quotidiano, in presenza di fogli privi di ogni crisma di ufficialità, fiutano il rischio di una polpetta avvelenata. Se i verbali sono autentici c’è una clamorosa violazione di segreto investigativo; se sono falsi configurano calunnie sesquipedali. Invece di scriverne li portano in Procura della Repubblica, rispettivamente a Roma e a Milano, competenti per i luoghi in cui i fogli sono stati recapitati. Analogo plico giunge al magistrato Nino Di Matteo, membro del Consiglio superiore della magistratura, che a sua volta denuncia e poi riferisce, il 28 aprile 2021, al plenum del Csm. Tra i nomi citati da Amara compare anche quello del consigliere Sebastiano Ardita, parole che Di Matteo bolla come «palesemente calunniose, perché la loro falsità è facilmente riscontrabile; si tratta», dice, «di un vero e proprio dossieraggio volto a screditare Ardita e condizionare l’attività del Csm». 

CHE COSA SAPPIAMO

  

Diverse inchieste in corso stanno provando a ricostruire quanto accaduto.

1. Sarebbe stato Paolo Storari, magistrato noto soprattutto per la parte svolta nelle indagini confluite nel processo Crimine-Infinito contro la 'ndrangheta a Milano, inizialmente a insaputa del suo procuratore, a portare fuori dalla Procura di Milano quei verbali e consegnarli, (tra il marzo e l’aprile 2020?) al Consiglio superiore della magistratura nelle mani di Piercamillo Davigo all’epoca consigliere al Csm, magistrato anch’egli di esperienza e indubbia professionalità, che Storari conosce da tempo e di cui si fida. L’intento sarebbe stato quello di “autotutelarsi” da eventuali contestazioni disciplinari in futuro, perché dal suo punto di vista ci sarebbe stata un’inerzia nella prosecuzione dell’indagine: non avrebbero avuto seguito le sue richieste anche scritte al Procuratore Francesco Greco di poter procedere a iscrizioni e al riscontro delle affermazioni di Amara, che in astratto potrebbero contenere tanto la notizia di gravissimi reati quanto all’opposto altrettanto gravi calunnie ai danni delle persone citate a proposito della fantomatica "Loggia Ungheria". Indiscrezioni fanno capire che le opinioni sulla gestione del fascicolo hanno avuto divergenze di vedute: Storari avrebbe voluto agire subito, Procuratore e Aggiunto avrebbero preferito una strada di maggior cautela. Quanto abbiano inciso i rallentamenti dovuti alla pandemia non è dato di capire.

2. Piercamillo Davigo nei giorni scorsi aveva laconicamente confermato ai media di aver effettivamente ricevuto quei verbali e di aver informato: «Chi di dovere». Ne avrebbe parlato con Davide Ermini, vicepresidente del Csm e con Giovanni Salvi, Procuratore Generale, della Corte di Cassazione, titolare dell’azione disciplinare che attraverso una nota ha fatto sapere di essere stato informato da Davigo di «contrasti nella Procura di Milano circa un fascicolo molto delicato, che riguardava anche altre procure e che – a dire di un sostitituto – rimaneva fermo; nessun riferimento fu fatto a copie di atti».

3. Il procuratore di Milano Francesco Greco, pure lui magistrato stimato e non certo a corto di esperienza, ai giornali ha negato «spaccature». Chiamato da Salvi, nella primavera del 2020, avrebbe relazionato sull’andamento dell’inchiesta relativa alle dichiarazioni di Amara, proseguita poi con tre iscrizioni al registro degli indagati nel maggio 2020. Ma tante date sono da accertare. Dal dicembre 2020 l'indagine è passata sul tavolo di Raffaele Cantone, procuratore di Perugia, per competenza. Intanto su richiesta del Procuratore Generale di Milano (Francesca Nanni, insediata nel gennaio scorso), Greco ha ricostruito in una relazione i fatti dal suo punto di vista, che ovviamente sarà diverso da quello di Paolo Storari.

CONTRASTI NELLE PROCURE, TRA NORME E INTERPRETAZIONI

A questo punto occorre aprire una parentesi: divergenze di vedute, all’interno agli uffici di Procura, sui modi di conduzione di un’indagine, ce ne sono e ce ne sono sempre stati, anche se non escono all’esterno, se non in rari casi. Attengono a un tema giuridicamente sottile, non semplice da spiegare ai profani: il grado di indipendenza del singolo magistrato rispetto all’ufficio di Procura di cui fa parte. Se da un lato infatti portare all’estremo l’indipendenza del singolo impedirebbe ogni possibilità di dare una qualche uniformità all’esercizio dell’azione penale, dall’altra parte un eccesso di gerarchizzazione porterebbe a concentrare un potere pressoché assoluto nelle mani del Procuratore. La stratificazione di riforme del codice procedura, leggi ordinarie, circolari del Csm ha portato, dall’entrata in vigore della Costituzione, a far pendere, senza toccare gli estremi, ora da una parte ora dall’altra, a seconda dei periodi storici, la bilancia tra queste due esigenze, ferma restando l’obbligatorietà dell’azione penale. Su questo genere di contrasti incide anche il fatto che le norme, riguardo all’iscrizione al registro degli indagati, lasciano margini abbastanza ampi di interpretazione e valutazione. Tutto questo non significa che sarebbe consentita un’eventuale inerzia, tanto è vero che si dà al Procuratore generale (l’omologo del procuratore della Repubblica in secondo grado e competente sull’intero distretto) il potere di intervenire avocando a sé l’indagine che giace.

UNA GESTIONE TROPPO "INFORMALE"

  

Nel caso in questione a far discutere - oltreché, ovviamente, l’uscita delle carte secretate, che può impattare su diversi profili (dal disciplinare al penale) - è la modalità, per dirla con un eufemismo, tutta “informale” della gestione della vicenda: il fatto che Storari avrebbe confidato le sue difficoltà a un singolo consigliere nel chiuso di una stanza senza investire ufficialmente il Consiglio. Il fatto che Piercamillo Davigo avrebbe ricevuto la confidenza (e le carte), informandone altri membri del Csm, parimenti senza riportare la questione nell’alveo dell’ufficialità del Consiglio. Procedure tutte da vagliare. Va ricordato, comunque, che in Italia il segreto investigativo è posto a tutela non delle persone coinvolte ma della buona riuscita dell’indagine. Paradossalmente, se le inchieste confermeranno che le cose sono andate come sembra, in questa vicenda almeno inizialmente, nel passaggio dagli uffici di Milano al Csm, questa fuga di notizie sarebbe nata non con l’intento di impallinare l’indagine, ma al contrario per farla marciare più spedita o almeno per evitare che un’eventuale inerzia sfociasse in contestazioni disciplinari. Questo almeno nelle intenzioni iniziali, perché nel frattempo gli effetti sono sfuggiti al controllo. Storari, in ogni caso, si è detto pronto a riferire ogni cosa al Csm.

LA "FUGA" DEI VERBALI FANTASMA

A complicare enormemente la questione, già ingarbugliata, e a renderla molto più spinosa è intervenuta l’uscita di quei verbali dalle stanze del Csm, avvenuta quando Piercamillo Davigo era già in pensione e non più membro del Csm. Per questa uscita risulta ora indagata per calunnia a Roma Marcella Contrafatto, da molti anni in servizio al Csm, all’epoca in cui i verbali sono stati portati al Consiglio segretaria di Piercamillo Davigo, e poi passata ad assistere un altro consigliere, il laico Fulvio Gigliotti. Sospesa dalle funzioni, ha fatto ricorso al Tribunale del Riesame. Nell’ambito dell’inchiesta che cerca di ricostruire questa clamorosa fuga di verbali e la genesi delle lettere anonime che l’hanno accompagnata, è stato sentito come persona informata sui fatti Piercamillo Davigo a Roma. Per l’8 maggio è stato convocato Paolo Storari.

PERCHÉ SI PARLA DEL "CORVO"

  

La metafora del “corvo” ha a che fare con le lettere anonime che hanno accompagnato i verbali spediti ai giornali e a Di Matteo. La si rispolvera ogni volta che qualcosa rievoca per analogia il "corvo" di Palermo, mai identificato, che ha spedito le lettere anonime che nel palazzo dei veleni nei primi anni Novanta agirono per screditare Giovanni Falcone.

PERCHÉ INDAGANO QUATTRO PROCURE

Su tutte queste vicende sono al momento in corso diverse indagini in quattro Procure diverse:

1. A Milano prosegue l’inchiesta sulla fuga di notizie.

2. A Perugia, competente per indagini che riguardano magistrati romani, è stato trasmesso il fascicolo relativo alle parole di Amara. Si indaga per capire se ci sia qualcosa di attendibile nelle dichiarazioni sulla presunta "Loggia Ungheria", a proposito della quale il testimone avrebbe accennato a una lista di nomi che però non ha mai consegnato. Né, a quanto pare, si è trovata nei luoghi che aveva indicato.

3. Un altro fascicolo è sul tavolo dei Pm di Brescia, al momento conoscitivo: è possibile che confluisca lì, per competenza, il fascicolo romano sulla rivelazione d’atti d’ufficio per cui è indagato a Roma Storari, se fosse confermato che le bozze dei verbali sono state consegnate a Davigo a Milano.

4. A Roma prosegue anche l’indagine con l’ipotesi di calunnia, per via del contenuto delle lettere anonime che accompagnavano i plichi arrivati a Di Matteo e ai giornalisti.

In condizioni normali è competente la Procura del luogo in cui il reato contestato si consuma, cosa non esente da complicazione perché capita che accertamenti successivi spostino la competenza. A complicare in questo caso c’è il fatto che quando un reato coinvolge magistrati (come vittime o come sospettati) lo scacchiere cambia con un meccanismo stabilito per legge che serve a evitare che si indaghi direttamente sul vicino di scrivania: perciò se ci sono di mezzo magistrati in servizio a Roma indaga Perugia, se ci sono di mezzo magistrati in servizio a Milano indaga Brescia e via seguitando.

Fin qui il profilo penale, la vicenda ne ha anche uno disciplinare, dal momento che atti segreti sono usciti da un ufficio di Procura: di questo aspetto e dei contrasti interni a Milano si occuperà il procuratore Generale della Cassazione Giovanni Salvi, mentre la ministra della Giustizia Marta Cartabia, in un colloquio proprio con Salvi, ha fatto sapere che non manderà ispettori per evitare interferenze. Altrettanto eviterà ogni interferenza il presidente della Repubblica e presidente del Csm, che già era al corrente dei problemi, informato da Ermini.

PERCHÉ CI RIGUARDANO LE (TANTE) IMPLICAZIONI DI QUESTA VICENDA

  

Questa complicata vicenda, come tutte le altre – più o meno pervasive - che in questi mesi hanno appannato l’immagine del nostro sistema giudiziario, ha implicazioni che vanno oltre i singoli episodi: se le rivelazioni di Amara fossero vere, se davvero ci fosse una "Loggia Ungheria" in grado di condizionare decisioni, nomine e chissà che altro, avremmo un vulnus grave all’interno delle istituzioni, se le affermazioni controverso testimone fossero calunniose dovremmo domandarci: chi ha interesse a screditare le istituzioni in questo modo, a quale scopo? E in ogni caso, che cosa si nasconde dietro la mano anonima che ha fatto uscire quei verbali corredati di lettere anonime?

 

L'IMPATTO POTENZIALE SU RIFORME, NOMINE, PROCESSI IN CORSO

In un momento in cui ci sono sul piatto profonde riforme del sistema giudiziario, questo clima di discredito rischia di compromettere la buona riuscita di un processo riformatore, che dovrebbe portare a una giustizia più celere, efficace ed efficiente senza perdere in garanzie e in indipendenza. Sarebbe un problema per tutti noi, dato che l’indipendenza della magistratura è la principale garanzia di giustizia uguale per tutti, se le riforme si trasformassero nell’occasione, da parte di certa politica, che non ha mai nascosto l’insofferenza verso il controllo di legalità nelle proprie stanze, di ridurre l’indipendenza del potere giudiziario. La stessa proposta che sta dividendo la maggioranza di avviare una commissione d’inchiesta sull’uso politico della giustizia potrebbe facilmente trasformarsi in un regolamento di conti. Anche perché la politica non si è sottratta, in questi trent’anni, alla strumentalizzazione di indagini e processi, ma vi ha partecipato attraverso la lettura politica dei risultati investigativi e processuali. Lo stesso caso Palamara ha coinvolto insieme politici e magistrati. Un contesto ingarbugliato, con divergenze che lacerano la stessa maggioranza, e che verosimilmente non faciliterà la composizione dei contrasti ideologici, tante volte invocata dal ministro della Giustizia Marta Cartabia, in vista della laboriosa scrittura di riforme del processo civile e penale.

La stessa magistratura, che ha più di una ragione per fare autocritica e riflettere sull’urgenza di recuperare una credibilità che troppi recenti episodi hanno reso periclitante, può fare questo solo in un clima di lucidità e di equilibrio che corvi e veleni di certo non favoriscono.

Il fatto che sia di nuovo finito nella bufera il Consiglio superiore della magistratura – che ha annunciato di volersi costituire come parte lesa in tutti i procedimenti - , inoltre, potrebbe portare a implicazioni indirette e letture distorsive sulle nomine in corso e in procinto di avvenire, non ultima quella del Procuratore di Milano, dal momento che Francesco Greco andrà in pensione il prossimo novembre. E, intanto sullo sfondo resta il caso Palamara, di cui al momento, all’opinione pubblica, attraverso le Tv e il suo fortunato libro, arriva quasi solo la campana di Luca Palamara, fonte certo informata ma di sicuro non disinteressata. Amara è testimone anche del processo che lo riguarda. Un aspetto che rende il groviglio ancora più avviluppato.

 
 
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