Contribuisci a mantenere questo sito gratuito

Riusciamo a fornire informazione gratuita grazie alla pubblicità erogata dai nostri partner.
Accettando i consensi richiesti permetti ad i nostri partner di creare un'esperienza personalizzata ed offrirti un miglior servizio.
Avrai comunque la possibilità di revocare il consenso in qualunque momento.

Selezionando 'Accetta tutto', vedrai più spesso annunci su argomenti che ti interessano.
Selezionando 'Accetta solo cookie necessari', vedrai annunci generici non necessariamente attinenti ai tuoi interessi.

logo san paolo
lunedì 14 ottobre 2024
 
 

Londra, una babele con stile

18/04/2011  Parola di Enrico Franceschini, autore di Londra Babilonia, un libro perfetto per farsi accompagnare, da turisti o aspiranti cittadini nella capitale inglese. Lo sguardo sull'Italia.

Per fare un tavolo ci vuole il legno, per fare un viaggio ci vuole un libro. Insomma, non è indispensabile, però è bello e aiuta accostare un luogo accompagnati da pagine che lo riguardano. Un libro libro, però, non una guida. Quella si porta come strumento di servizio, il libro invece per compagnia, anzi per farsi accompagnare.

     Chi fosse in partenza per Londra, turista per caso, o studente d'inglese, famiglia in visita pasquale o viaggiatore solitario, troverà compagnia adatta nell'agile e allegro Londra Babilonia, scritto per Laterza da Enrico Franceschini, corrispondente da Londra per Repubblica: un libro che racconta la capitale britannica a partire dalla sua anima multietnica e quindi un po', non senza un velo di autoironia, a partire da noi, italiani a Londra a qualunque titolo.

- Franceschini, Londra raccoglie persone con provenienze disparate, che non hanno niente a che fare con Londra e con le sue tradizioni. Come la abitano? 

     «Benché non sia possibile diventare britannici, per l'accento, per le tradizioni - come invece accade di diventare americani a New York - a Londra si diventa londinesi, cittadini di una città-nazione. La mia piccola teoria è che in questo mondo globalizzato, in cui cadono muri e frontiere, quello che ti marca sono le grandi città che hanno una forte impronta identitaria come New York, Shanghai, Rio, Londra, in cui cinesi, indiani, brasiliani, francesi, italiani che ci vivono, continuano a sentirsi quello che sono, non certamente britannici, ma abitanti di questa grande città che dà loro quella particolare condizione per cui è difficile, dopo, stare bene da un'altra parte». 

- E con la monarchia, e con i suoi anacronismi, gli abitanti della Londra multiculturale che relazione hanno?

     «La famiglia reale britannica appartiene a tutto il mondo perché è l'ultima monarchia delle fiabe, anche i fermamente antimonarchici o gli indifferenti la guardano come l'ultima fiaba del nostro tempo e la guardano con simpatia, una simpatia condivisa anche dagli inglesi per due ragioni: la prima è che la monarchia porta soldi, ogni contribuente paga grosso modo un euro l'anno per finanziare la famiglia reale. Ma molti ne traggono vantaggi economici: attorno alla maestosità di questa monarchia vive il turismo, si vendono gadget, tabloid, si fanno affari. Senza il cambio della guardia e il fascino della corona, Londra perderebbe qualcosa del suo appeal. La seconda ragione è che da un lato gli scandali e le disgrazie hanno avvicinato la fiaba alla nostra vita. Anche i reali vivono le nostre vicende: tragedie, gaffes, figli scapestrati. Dall'altro lato c'è una persona, la Regina, che regna da 60 anni e l'ha fatto bene, senza errori clamorosi, a confronto con gli altri capi  di Stato e di Governo ha fatto una figura splendida. Ha commesso un solo errore, poi riparato su consiglio di Tony Blair: non capì subito come doveva comportarsi con la morte di Diana».

Della società inglese si dice che sia classista, fin dall'accento con cui si parla l'inglese. Come si concilia questo con la capacità di integrazione di Londra?
«Per certi versi non si concilia: il classismo esiste, ci sono scuole come Eton, università come Oxford e Cambridge che sono luoghi da cui esce un'elite. Però contemporaneamente non esiste il meccanismo molto italiano della raccomandazione: il merito è una moneta che può farti entrare nel club anche se non ci sei nato, e comunque, club a parte, in tutti i campi del lavoro c'è una forte etica meritocratica. Questa è la ragione per cui fior di ricercatori italiani a 28 anni trovano finanziamenti consistenti per un'idea che vale. Prevale il merito e la giovane età non è uno svantaggio.

L'italia di oggi vista oltremanica com'è?
«Vissuta con contraddizione, da un lato l'Italia è l'everybody's favourite country, il Paese preferito di tutti: un amore sviscerato, dai tempi del tour europeo di  Lord Byron,  porta gli inglesi a colonizzare il Chianti e le masserie della Puglia, innamorati del clima, della cucina della nostra capacità, a loro dire, di godere la vita. Dall'altro lato ci sono il disprezzo e la meraviglia per il nostro sistema politico, per la nostra burocrazia, per la nostra difficoltà a esprimere concetti chiari. Con il risultato che, cosa che si è acuita molto ultimamente, ci prendono sempre meno sul serio: non occorre neanche specificare il motivo, perché lo sanno tutti».

Si direbbe che facciano più fatica a comprendere il rapporto disinvolto con il ruolo e le istituzioni del lato boccaccesco della vicenda. E' così?
«Gli inglesi hanno uno Stato e hanno delle regole, sono abituati a rispettare sia l'uno sia le altre. Ancor più che le accuse rivolte al primo ministro li colpisce l'atteggiamento di tutti gli altri: il fatto che la gente dia per scontato che delle istituzioni si possa fare un po' quello che si vuole, che non ci sia il sacro rispetto per il quale solo l'ombra di un sospetto su una figura istituzionale fa sì che ella si faccia da parte almeno finché non è sicura che l'ombra sia stata lavata. Tutto questo vale per lo scandalo attuale, ma anche per i piccoli scandaletti quotidiani che fanno sì che le istituzioni vengano usata a vantaggio personale».

In fatto di immigrazione e di integrazione, di cui tanto si discute, che cosa abbiamo da imparare da Londra come luogo di immigrazione?
«Intanto che l'immigrazione arricchisce, Londra accoglie dai tempi dell'impero britannico ed è piena di storie di immigrati di successo. Dall'altro è che le regole vanno rispettate. Si mette l'accento sul fatto che se uno viene a casa tua non è obbligato a diventare britannico, ma deve rispettare le regole di tolleranza del luogo. Non per caso qui il problema del burka non si è posto, io abito vicino a una moschea,  il venerdì ci sono tutte le donne velate e nessuno fa una piega, ma anche queste donne devono rispettare le regole di uguaglianza e democrazia vigenti nel Paese. Aggiungo come corollario il fatto che anche qui il dibattito sull'immigrazione è aperto e fin dai tempi di Blair si dice chiaramente che non bisogna demonizzare chi ha paura dell'immigrazione. Ad averne paura spesso non è l'industriale con la villa sui colli e la Maserati, che vota a destra, ma la pensionata che prende l'autobus di un paesino e non ha identità politica precisa. Qui si è fatto lo sforzo di capire lo shock di vedere il proprio quartiere trasformato visivamente e magari anche da innegabili problemi di sicurezza. Demonizzare chi ha paura crea chiusura e opposizione, invece bisogna spiegare e difendere le persone con grande fermezza.  Chi viene a casa tua deve avere verso di te il massimo rispetto e chi viola le regole va punito in modo esemplare».

Da londinese d'adozione ai turisti per caso. Tre cose di Londra da non perdere, fuori dai luoghi comuni?
«Partendo da Brick Lane, dove ci sono i ristoranti bengalesi, visitare l'East End, prima di un anno quando l'Olimpiade cambierà faccia al quartiere etinico che ha le gallerie d'arte più innovative, i ristoranti e gli hotel più nuovi e interessanti. Poi Clerkenwell road, la vera "little Italy" di Londra, dove c'è la vecchia chiesa italiana, un quartiere pieno di negozietti e di viuzze, e dove i pub aprono alle sette di mattina perché i facchini dello Smithfield market ci andavano a mangiare smontando da turno. Infine Primprose Hill, il quartiere degli artisti, degli intellettuali, dei cantanti, il posto dove c'è un piccolo giardino in cui dalla collina si gode una splendida vista su Londra. Un quartiere di pub molto carini, incluso il mio preferito, di cui però non vi dico il nome. Lo scoprirete se ci andate, se guardate nell'ultimo tavolo in fondo a sinistra c'è Franceschini».
La caccia al tesoro è aperta.

I vostri commenti
1

Stai visualizzando  dei 1 commenti

    Vedi altri 20 commenti
    Policy sulla pubblicazione dei commenti
    I commenti del sito di Famiglia Cristiana sono premoderati. E non saranno pubblicati qualora:

    • - contengano contenuti ingiuriosi, calunniosi, pornografici verso le persone di cui si parla
    • - siano discriminatori o incitino alla violenza in termini razziali, di genere, di religione, di disabilità
    • - contengano offese all’autore di un articolo o alla testata in generale
    • - la firma sia palesemente una appropriazione di identità altrui (personaggi famosi o di Chiesa)
    • - quando sia offensivo o irrispettoso di un altro lettore o di un suo commento

    Ogni commento lascia la responsabilità individuale in capo a chi lo ha esteso. L’editore si riserva il diritto di cancellare i messaggi che, anche in seguito a una prima pubblicazione, appaiano  - a suo insindacabile giudizio - inaccettabili per la linea editoriale del sito o lesivi della dignità delle persone.
     
     
    Pubblicità
    Edicola San Paolo