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sabato 31 luglio 2021
 
Stragi e misteri
 

L’“Operazione Verità” è solo all’inizio

25/05/2014  I documenti declassificati in questi giorni sono soltanto il 10% del totale. Ma è un buon avvio: fra quelle carte ci sono tante notizie. Che fanno nascere, però, anche tanti interrogativi. Eccone alcuni.

In questo primo blocco di documenti desecretati (che sono una piccola parte dell’archivio delle Commissioni parlamentari “Alpi-Hrovatin” e delle ultime tre sul ciclo dei rifiuti) non ci sono grossi colpi di scena. Ci sono tante notizie, diversi nuovi spunti, anche qualche sorpresa. Ma non “la svolta”. È anche vero che siamo solo all’inizio. È tanto, davvero tanto, il materiale da rendere pubblico. Siamo appena all’antipasto.

Qualche considerazione però la si può fare. La prima. Già a due soli mesi dall’omicidio Alpi-Hrovatin i servizi segreti danno una serie di indicazioni sul legame del duplice assassinio col traffico d’armi e con le scorie radioattive. Ci si chiede: perché siamo a scrivere oltre vent’anni dopo che quelle piste non sono state indagate a fondo né dalla Procura di Roma né dalla Commissione d’inchiesta? Com’è possibile che la “Alpi-Hrovatin”, nel 2006, abbia votato a maggioranza una relazione che andava in tutt’altra direzione? Anziché difendere ancora oggi il proprio operato, perché il presidente di quell’organismo parlamentare, Carlo Taormina, non ci spiega come ha fatto a non accorgersi che persino le relazioni delle Nazioni Unite avevano ampiamente documentato i traffici d’armi avvenuti fra il 1992 e il 1994, alcuni dei quali gestiti proprio dalle navi su cui indagava Ilaria Alpi nel suo ultimo viaggio. Relazioni pubblicate dall’Onu nel 2002 e nel 2003, ossia appena prima che cominciasse a operare la Commissione parlamentare.

Una seconda considerazione, immediata conseguenza della prima. Questo primo blocco di documenti fa crescere enormemente la curiosità di conoscere tutta quella parte di archivio della “Alpi-Hrovatin” che riguarda le “procedure interne” dello stesso organismo parlamentare: vorremmo conoscere chi ha indirizzato le indagini in una certa direzione invece che in un’altra, chi ha bloccato certe piste di approfondimento, chi ha fatto avere alla Commissione documenti e testimoni fuorvianti che ne hanno deviato le indagini. Ci sono tante cose da sapere, di ciò che è avvenuto all’interno di quella Commissione. E saranno probabilmente i documenti che riserveranno le maggiori sorprese.

Infine, una terza e ultima riflessione. Da questi primi faldoni emerge chiaramente che in quegli anni non c’era solo la guerra civile che opponeva i signori della guerra Ali Mahdi e Aidid per conquistare il Paese. C’era anche la guerra delle cordate italiane legate ai due warlord somali: una guerra sorda – e per certi aspetti sordida – combattuta a colpi di informative, dossier, testimonianze costruite ad arte. Raffinati ma squallidi ricatti incrociati, nel mezzo dei quali si sono trovati a fare la loro inchiesta Ilaria e Miran.

Non va dimenticato che dalle investigazioni di Ilaria Alpi nulla avevano da temere i signori della guerra somali (chi mai li avrebbe processati e condannati?), ma molto avevano da temere gli italiani che avevano appoggiato, armato, e fatto affari con loro.

In Italia stava finendo la Prima Repubblica, i vecchi padrini e padroni erano finiti nel fango, i partiti si disintegravano e la mafia. Uomini dei servizi, diplomazia, faccendieri, tangentari, mercanti d’armi, trafficanti di rifiuti, corruttori… insomma, tutta la pletora di personaggi che avevano lucrato sui rapporti con la Somalia e sulla mala-cooperazione erano rimasti senza garanzie e senza protettori.

E i somali lo sapevano, molto bene. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, in quel marzo 1994, si trovano al centro di questo fuoco incrociato tra le due fazioni «italo-somale». Nel Paese africano si sparano bombe e pallottole, in Italia informazioni e dossier. Nel nostro Paese Ilaria trova diverse di quelle informazioni e dossier, in Somalia perciò trova le pallottole.

 
 
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