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domenica 31 maggio 2020
 
Lotteria Italia
 

Le nostre vite divenute lotteria perenne. E perdiamo sempre

06/01/2020  Che senso ha la Lotteria Italia in un tempo in cui si gioca ovunque e sempre, anche di notte? Non per vincere ma per riempire il tempo di esistenze andate distrutte. Negli anni Novanta si giocava molto di meno e si vinceva di più. Poi lo Stato decise che bisognava far cassa arruolando alla dipendenza patologica di massa milioni di persone

C’era una volta la Lotteria Italia. O meglio, c’è ancora ma nulla è più come prima. Rito collettivo, appuntamento fisso delle feste natalizie, autorizzazione, per una volta all’anno, a sognare. Con l’ansia, recondita, di perdere il tagliando vincente come il malcapitato protagonista del film Ho vinto la lotteria di Capodanno del 1989 interpretato da Paolo Villaggio.

Niente come la Lotteria Italia può spiegare l’evoluzione perversa che l’azzardo ha avuto in questo sciagurato Paese dove si tira la cinghia su tutto ma non sul gioco: nel 2018 abbiamo sperperato la bellezza di 107 miliardi di euro, più di quattro finanziarie messe insieme. Al confronto, i 34 milioni di euro (tantissimi, beninteso) spesi per la Lotteria Italia di quest’anno sembrano poca cosa.

La Lotteria Italia nacque negli anni Cinquanta. Sono gli anni del boom economico, di una ritrovata vitalità dopo la guerra. I soldi, guadagnati con il sudore della fronte, sono sacri. E quindi da spendere con cura, anche nel vizio del gioco. Ma una deroga all’anno è concessa. Si acquistava il biglietto e si attendeva la notte della Befana sperando in una “calza” generosa. Con il passare degli anni, quell’appuntamento con la fortuna non è venuto meno, certo, ma nulla di paragonabile alla montagna di quattrini che gli italiani spendono adesso per giocare. Oggi la Lotteria Italia non s’addice più a quella patologia di massa che è diventato l’azzardo in Italia, con la complicità dello Stato che dai primi anni Novanta ha iniziato a pompare questo settore sperando di ricavare più soldi possibili per le perennemente esangui casse dell’erario.

Per fare questo, va da sé, bisognava arruolare il maggior numero di persone possibile ad una dipendenza patologica di massa: giocare sempre, giocare di più, giocare ovunque. E così è stato. Si sono moltiplicati i giochi (ce ne sono cinquantuno tipi oggi, in Italia): lotterie istantanee (Gratta&Vinci), scommesse su qualsiasi cosa, giochi online, slot-machine presenti in tutti i locali pubblici, sale gioco aperte h 24 e sette giorni su sette con le VLT, dove al posto delle monete si possono infilare le banconote. Le estrazioni sono bisettimanali, quotidiane, addirittura ogni ora. Risultato: non si gioca più vincere ma per giocare. Il gioco per il gioco. Il gioco come surrogato per riempire il tempo libero, il tempo degli affetti, dello svago, del riposo (sì, perché si gioca anche di notte).

Nel 1994 si giocava di meno e si vinceva (molto) di più

Dunque la Lotteria Italia, con quei biglietti acquistati in autunno con la speranza di vincere a Natale, è diventata anacronistica, demodé, non più funzionale al modello che ci vuole tutti giocatori a ogni ora del giorno e della notte in qualunque luogo, compresi i supermercati.

Se consideriamo le vincite consistenti, quelle superiori ai 500 euro percepite come il colpo di fortuna che ti cambia la vita o quasi, nel 1994, quando il comparto online non esisteva e c'erano soltanto Totocalcio, Lotto e, appunto, la Lotteria Italia, le vincite complessive sono state di 1 miliardo e 850 milioni di euro. Nel 2012, l’anno del boom dell'online, le vincite si sono fermate a 920 milioni di euro (ma le vincite "vere" sono ancora meno perché i signori dell'azzardo chiamano vincita anche la somma recuperata per aver giocato). Venticinque anni fa gli italiani giocavano di meno e vincevano il doppio rispetto a oggi. Oggi giocano molti più soldi e vincono di meno. Perché gran parte degli introiti della “filiera del gioco” (così la chiamano, con un perverso rovesciamento delle parole, come se l’azzardo fosse assimilabile a qualsiasi altro normale settore produttivo) servono a ristorare i concessionari, gli esercenti e lo Stato che, altro paradosso, a fronte dei soldi spesi dagli italiani guadagna, in proporzione, sempre di meno. Non è un caso se per la Lotteria Italia l’anno che segna il minor numero di biglietti venduti sia stato il 2002, quando comincia a farsi strada il gioco online e le onnipresenti macchinette. Mentre il record assoluto, con trenta milioni di tagliandi venduti, è del 1988 quando era abbinata al varietà di Raiuno Fantastico 9, simbolo di un'era che stava finendo.

Dai primi anni Novanta per il gioco in Italia cambia tutto. E lo Stato, in nome del motto “vizi privati, pubbliche virtù”, per fare cassa moltiplica mostruosamente l’offerta di gioco e ne detassa alcune tipologie con una sorta di aiuto statale neanche tanto mascherato, arruolando più cittadini possibile a una dipendenza patologica di massa con tutto quel che ne consegue: famiglie sfasciate, persone finite nelle grinfie degli usurai, giocatori suicidi, aziende in bancarotta, persone sempre più povere costrette a bussare ai servizi sociali dei comuni per avere un pasto caldo o un tetto sotto il quale dormire. Il gioco, oggi, è diventata una gigantesca tassa sui poveri. Che giocano non nella speranza di vincere ma per riempire le loro vite ormai distrutte.

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