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martedì 26 ottobre 2021
 
 

Luca Argentero: "Meglio spiato e protetto: non ho nulla da nascondere"

21/06/2013  L'attore Luca Argentero non teme il Grande Fratello del datagate: "Vivo nel 2013, credo che dobbiamo farcene una ragione, comodità e sicurezza hanno un prezzo. Sono disposto a pagarlo. Non ho niente da nascondere".

Privacy, sicurezza, tracce disperse di sé, in Rete e non solo, sono temi presenti nella vita di tutti noi. Ma lo sono di più se uno si chiama Luca Argentero e fa l’attore. Non bastassero le implicazioni dell’esordio al Grande Fratello e dei paparazzi sotto casa, al momento è nelle sale con Cha cha cha, un film che parla di intercettazioni e trame oscure di poteri nella Roma contemporanea. Argentero dà il volto a Corso, un investigatore privato che è stato poliziotto e che indaga con i moderni mezzi sulle trame di cui sopra. ­

Ha imparato cose nuove, studiando il personaggio?
«Non direi, ho studiato il personaggio più in chiave fumettistica, facendo riferimento alla tradizione del genere noir: non saprei dire se un investigatore privato vero lavori come il mio personaggio».

Dopo questo film che esce in contemporanea allo scandalo datagate, si sente più spiato?
«Direi di no. L’idea di lasciare tracce non mi spaventa. Sono consapevole dell’era in cui vivo, se uso la carta di credito, viaggio, ho il conto in banca, so che i miei dati sono alla mercé di tutti. Ma se uno è tranquillo rispetto alla vita che conduce, deve anche fare un po’ pace con l’idea che se acquista una cosa dopo gli arriva la pubblicità mirata perché sanno che cosa ha comprato. Mi sembra anacronistica l’idea che si possa vivere al riparo da questo rischio, al di là del fatto che i dati vengano usati per ragioni di sicurezza o commerciali. Chiaramente non ne accetto l’utilizzo fraudolento. Ma è facile criticare, se succede un attentato dicono che non s’è fatto abbastanza, se si indaga a tappeto dicono che si viola la privacy, mi metto nei panni di chi ha la responsabilità».

Non la scandalizza il Big Data?
«Dipende dall’utilizzo che si fa di quei dati. Non mi scandalizza l’idea che se metto su Google tre volte al giorno la parola terrorista e cerco siti in cui si impara a costruire bombe, posso temere che qualcuno sospetti di me. Credo che sia anche un po’ inevitabile che si faccia la pesca a strascico, ma insomma se intercettano me, notizie di reato non ne trovano, al massimo mi sentono mentre parlo con la mamma. Il modo che abbiamo di difenderci è nel condurre una vita civile. Io sono sposato con la stessa donna da dieci anni, se trovo i paparazzi sotto casa chissenefrega. Se io andassi a escort ogni sera avrei qualcosa di che preoccuparmi. Ma posso scegliere di non andarci, la mia vita pubblica ha delle conseguenze, se vado al ristorante con mia moglie devo accettare che qualcuno mi fotografi. Dopodiché sono io il responsabile dei miei comportamenti».

E pensando agli utilizzi illegali che si intuiscono nel film, che cosa la inquieta di più?
«Certamente, la sensazione che il vero controllo sia a un livello che non conosciamo. Quando l’ispettore risolve il caso non lo risolve davvero, perché trovati i buoni e i cattivi, sopra di loro c’è ancora qualcun altro. Il fatto che non si arrivi mai a una verità».

Dov’è il paletto di privacy che non è disposto a spostare?

«Dentro casa: la sfera familiare va tutelata. Non darei in pasto al pubblico la foto di mio figlio se ne avessi uno. Non vedrete mai in giro la foto degli interni di casa mia»

 
 
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