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venerdì 10 luglio 2020
 
Televisione
 

Luca Zingaretti: "I miei vent'anni con Montalbano"

09/03/2020  Il 9 marzo 2020 torna in Tv con nuovi episodi il Commissario più amato dagli italiani. Ecco che cosa ci ha raccontato di lui e del loro rapporto l'attore protagonista quando il loro sodalizio ha compiuto vent'anni

Ha già la cuffia in testa e il cappotto abbottonato, è pronto per uscire. Ma lo sguardo grigio di Luca Zingaretti è come calamitato dallo schermo che manda a ripetizione il trailer di uno degli episodi del Commissario Montalbano, che  trasmessi su Rai 1 l’11 e il 18 febbraio 2019. A differenza di quello calmo di poco prima, mentre eravamo seduti a parlare, è uno sguardo severo: sorride quando glielo facciamo notare. «È vero, non mi piace mai rivedermi, anche se in molti casi questo è un mestiere per vanesi».

Le capita mai di specchiarsi distrattamente e di vedere per un attimo Salvo Montalbano?

«Per fortuna no, sarei da ricovero».

Tra lei e il commissario è nato un rapporto personale in vent’anni?

«È come andare a trovare un vecchio amico una volta l’anno, per sapere come sta e fare due chiacchiere».

Montalbano evolve o resta uguale?

«Evolve ed è sempre uguale a sé stesso, come tutti noi. Spendiamo gran parte della nostra vita a cercare di cambiare le persone che ci stanno accanto, ma in realtà si resta sé stessi, cambiando in piccole cose piano piano. Salvo invecchia, nei film e nei libri. Ciò che più cambia è il mondo che gli sta intorno. Le sfide che affronta, i casi su cui indaga sono l’esito dei mutamenti della nostra società, che sono stati sensibili negli ultimi vent’anni. Come molti protagonisti di gialli seriali, si pensi a Philip Marlowe di Raymond Chandler, per dirne uno, Salvo Montalbano è calato nella storia e nella cronaca del proprio tempo».

Come si trova in questa Italia un po’ spaventata, un po’ incattivita?

«Bisognerebbe chiederlo ad Andrea Camilleri, che comunque dà una risposta nei libri. È un Montalbano cui non piace quello che stiamo vivendo. Ma a chi piace? La crisi economica da dieci anni morde ai polpacci la gente, molti faticano ad arrivare a fine mese e questo genera timore, che a sua volta genera violenza e rabbia. Un’emergenza ambientale, di cui non capiamo la portata, subliminalmente ci porta ansia; la forbice tra ricchi e poveri s’è allargata a dismisura, in termini di Paesi e in termini di individui. È una situazione esplosiva e Montalbano risente del clima plumbeo in cui viviamo».

Tutto questo la spaventa da padre?

«Sì, temo l’emergenza ambientale che i nostri governanti non affrontano, l’incertezza del futuro. Il sapere che tra pochi anni molti lavori non esisteranno più mi fa sentire impotente: come indirizzare un figlio? Basterà dar loro elasticità mentale, sicurezza di sé?».

Le occasioni di cronaca si prestano al clamore. A Montalbano piace fare un po’ di “scarmazzo”? «

Se è utile sì, diversamente no».

Ha detto che il commissario incarna valori antichi che non avremmo dovuto perdere: a che pensava?

«Al fatto che Salvo non ha un prezzo attaccato alla giacca, non si vende. Quello che è giusto è giusto, quello che non lo è non è contrattabile. Si può discuterne, provare a convincerlo, ma non costringerlo a cambiare opinione. Ha il baricentro della propria esistenza dentro di sé. Riesce a chiedersi: “Di che cosa ho bisogno io per vivere una vita piena?”. Dalle risposte che si dà si muove per ottenere quelle cose, non ciò che altri vorrebbero. Noi viviamo sempre alla ricerca di qualcosa, ma non ci chiediamo se è quello che ci rende felici: siamo troppo impegnati a correre. Lui ricorda la generazione dei nostri nonni, ha un suo rigore morale, un modo di pensare per cui non possiamo che provare struggente nostalgia».

Mai avuta la tentazione di dirgli da amico: «Quando ti decidi a formare una bella famiglia come la mia!»?

«No, lui e Livia sono due persone adulte, hanno più anni di me: è difficile dopo una vita rinunciare alle abitudini, se dovessero non dico sposarsi ma coabitare resisterebbero una settimana. L’importante per loro è volersi bene, rispettarsi, non vivere nella stessa casa».

Lei e Luisa Ranieri vi siete sposati a Ragusa, un omaggio a Montalbano?

«Noo (ride, ndr). Un caso. Avevamo capito che la nostra prima figlia, essendo nata fuori dal matrimonio, avrebbe potuto godere di minori diritti nel caso in cui noi fossimo mancati. Volevamo fare in fretta. Io stavo lavorando in Sicilia, ho detto a Luisa: “Vieni, stiamo insieme, prepariamo il matrimonio e ci sposiamo”. È stato bello».

Com’è spiegare a due bambine piccole che papà e mamma sono “altri” nello schermo?

«All’inizio non capiscono, ti guardano perplesse: “Perché tu stai e qui e anche là, dove ci sono i cartoni animati?”. Poi si abituano».

Essere famosi in due complica il quotidiano?

«Premesso che è molto piacevole l’affetto del pubblico, la Tv ti porta in casa delle persone in momenti intimi, quando stanno insieme davanti al desco familiare: questo fa sì che ti sentano “di casa” e te lo dimostrano. Qualche complicazione c’è, non solo perché siamo spesso inseguiti dai paparazzi, ma per le bimbe. A un certo punto la prima non voleva che io facessi foto: soffriva di gelosia perché fuori casa non si riusciva a darle un attimo di esclusività».

Come mai un Paese sregolato s’è innamorato così d’uno sbirro?
«È uno sbirro che si fa carico anche delle debolezze delle persone, incarna una giustizia dal volto umano che ti protegge e ti accoglie ma non ti vessa».

C’è qualcosa che non le piace in lui?

«No, ma in una cosa siamo diversi: io non potrei mai stare senza la mia famiglia, lui è un solitario impenitente».

Quale personaggio interpreterebbe, come sfida da attore? «Ho un conto aperto con Mussolini, ho rischiato di interpretarlo da giovane e poi scelsero Banderas. Forse ora non sarebbe il momento storico adatto, ma sarei curioso di rendere la sua follia con cui l’Italia, come spesso le accade con i fatti recenti, non ha ancora fatto i conti fino in fondo».

In compenso ha portato in teatro un monologo su Aldo Moro...

«Ho voluto rimetterlo al centro come uomo, non solo come caso sepolto dalle carte processuali: avevo 17 anni quando l’hanno ucciso, ho sentito che niente sarebbe più stato come prima. Io credo che abbiamo iniziato lì un lento e inesorabile declino nel nostro Paese, nella politica, un degrado...».

Civile?

«Ecco, sì». Per l’attore il corpo è strumento di lavoro, può essere un limite? «Sì, non ho mai fatto Amleto. Vi pare che con le mie gambe storte potrei andare in calzamaglia nera?».

(Intervista uscita su Famiglia Cristiana numero 6 2019)

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