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mercoledì 08 luglio 2020
 
L'opinione dell'esperto
 

Chi è stato Bettino Craxi? «Un innovatore tradito dalla volontà di dominio»

09/01/2020  Il ritratto del leader socialista da parte del politologo Franco Monaco: «Aveva una visione moderna della sinistra e del ruolo dell’Italia in campo internazionale, ma si dimostrò refrattario alle esigenze della legalità»

Da ultimo nella sua Milano ci si è puntualmente divisi circa l’opportunità di intestargli una via. È solo l’ultima riprova che la figura di Craxi ancora divide, che siamo lontani da un equanime giudizio storico, da una memoria condivisa su un sicuro attore e protagonista della cosiddetta Prima Repubblica. È ancora difficile stabilire in via conclusiva il saldo, soppesando le luci e le ombre di una personalità controversa e comunque dotata di una sua indubbia statura politica. Ragionare sine ira ac studio, ovvero «senza ira né pregiudizi», come è noto, è l’arte di distinguere, di non affidarsi a passione e pregiudizi. Così si deve fare anche per Craxi, distinguendo appunto diversi profili. Egli fu certamente un innovatore dotato di una sua visione nel campo della sinistra italiana: si adoperò per sintonizzarla con i processi di modernizzazione della società italiana degli anni Ottanta; per una revisione dei suoi referenti ideologici (da Marx a Proudhon, con il suo riformismo libertario); per l’autonomia di un Psi affrancato dalla subalternità al Pci (ancora non compiutamente approdato ai paradigmi delle democrazie costituzionali occidentali), così da propiziare una democrazia dell’alternanza; per affermare l’esigenza di riforme istituzionali atte a fare evolvere la nostra democrazia rappresentativa verso una democrazia governante; per dare prova di una qualche autonomia dell’Italia, pur nel quadro di una politica estera ancorata all’Alleanza atlantica. Obiettivi ambiziosi che forse – ma la storia non si fa con i se – avrebbe potuto ottenere se li avesse inscritti dentro un disegno simile a quello perseguito da Mitterand in Francia. Ma egli, al dunque, optò per un rapporto privilegiato (più di potere, che ispirato a una comune visione) con la Dc decadente del dopo Moro, con la formula del cosiddetto “preambolo” o del Caf (Craxi, Andreotti, Forlani). Nella quale si esaltava piuttosto una politique politicienne, una ricerca e una gestione del potere che quasi si compiaceva della propria volontà di dominio (fu Craxi stesso a paragonarsi a Ghino di Tacco, un masnadiero taglieggiatore dei pellegrini a Radicofani). E persino refrattario alle esigenze della legalità. Ancora di recente si è ricordata la sua (auto)denuncia del carattere illegale e irregolare dei finanziamenti ai partiti senza eccezioni. Parole apprezzabilmente immuni da una generale ipocrisia, ma che non possono giustificare ciò che giustificabile non è, né cancellare le condanne definitive che ne sono seguite. Non solo perché il fine non giustifica i mezzi, ma anche perché un certo modo di fare politica non si è esaurito lì e ha fatto scuola. Smodata personalizzazione, conflitti di interesse, leggi ad personam o ad aziendam hanno avuto largo corso negli anni successivi, fornendo materia ai populismi e all’antipolitica che tuttora ci affliggono.

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