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martedì 22 giugno 2021
 
Manovra e mamme
 

«L’ultimo mese di gravidanza? E' delicato e fondamentale»

06/12/2018  Con la manovra del governo cambia il congedo per le neomamme lavoratrici. Chi vorrà (con via libera del medico) potrà rimanere al lavoro fino al nono mese. Una scelta che fa riflettere per la salute delle donne e soprattutto se nella logica delle politiche familiari. Ne parliamo con la ginecologa Elena Corradini.

Con la manovra cambia il congedo per le neomamme lavoratrici. Chi vorrà (con via libera del medico) potrà rimanere al lavoro fino al nono mese, portandosi “in dote” l'intero periodo di astensione di 5 mesi a dopo il parto. È questo quanto prevede un emendamento della Lega dedicato alle politiche delle famiglia approvato dalla commissione Bilancio della Camera. Il nuovo sistema viene proposto come “alternativa” all'attuale che impone invece l'obbligo di astensione (di uno o due mesi) prima della nascita del bambino. In sintesi, si potrà lavorare fino al parto e scompare l’obbligo di astensione prima della nascita. Una scelta che fa riflettere soprattutto se inserita a parer loro nella direzione delle politiche famigliari. Ne parliamo con Elena Corradini, ginecologa presso l’Humanitas Mater Domini di Castellanza (Varese).

Da neo mamma ritengo che il nono mese sia un mese fondamentale e delicatissimo. Condivide?

«L’ultimo mese è un momento importante in cui si preparano corpo e mente ad accogliere il bambino e la donna si dedica a se stessa e alla famiglia».

Da un punto di vista medico quali sono le conseguenze possibili della scelta di lavorare fino al parto?

«Le donne libero professioniste spesso lavorano fino all’ultimo ma solo per una questione di minori tutele. Nel nono mese lo stress può influenzare l’ultimo periodo di gravidanza causando l’innalzamento della pressione arteriosa e delle resistenze dalla placenta. Così la fatica fisica. Le donne per esempio che devono affrontare un viaggio per raggiungere il posto di lavoro o usare i mezzi sono sicuramente più esposte a questo rischio».

Il che non contraddice la possibilità di vivere una vita normale in quell’ultimo mese. Ovviamente se la gravidanza è fisiologica.

«L’ultimo mese, se la gravidanza è fisiologica, si può e si deve condurre una vita normale, ma ripeto si innalzano i rischi: oltre alla pressione, aumentano le contrazioni uterine e quindi il rischio di parto prematuro. Non lavorare vuol dire avere una maggiore attenzione al corpo, il tempo per ripercorrere gli esercizi di respirazione, assecondare quella forte componente di connessione “mente corpo”. Tutelare la donna nell’ultimo mese non vuol dire di metterla in una campana di vetro. In quell’ultimo mese prendendosi cura di sé la mamma si prende cura anche del figlio. Lo stress psicologico e psicofisico sono la prima causa di complicanze nella gravidanza e nel parto».

In realtà, però, il decreto prevede che con un certificato medico la donna possa astenersi. Sembrerebbe quindi più un passaggio “culturale” che reale quello in atto…

« È una discriminazione al contrario: sancisce la possibilità di dire a una donna “se puoi perché non vieni a lavorare? Nella mia esperienza clinica le donne vogliono lavorare perché la professione è importante e sono collegate col cuore al lavoro. Ma la donna ha bisogno di uno spazio, quello del nono mese, per prendersi cura si sé. Io stessa devo limitare donne che lavorano fino all’ultimo per tutelare la loro salute. La donna va tutelata perché non è un contenitore ma in connessione ormonale e fisica col bambino».

Quindi non è una modifica a favore delle donne…

«Chi l’ha pensata di certo pensa di averlo fatto per le donne, ma in realtà non ha fatto che aggiungere l’ennesima scelta difficile in un momento così particolare in cui ci si sente già discriminate per aver scelto di fare figli, si va in maternità non sapendo se quando si tornerà le condizioni di lavoro saranno le medesime. A questo così sia aggiunge la responsabilità di sottrarsi per un motivo sacrosanto un mese prima al lavoro e la paura certa di tante donne di sentirsi giudicate. Visto che con questo decreto ai loro occhi e agli occhi del loro capo potrebbero stare al lavoro fino all’ultimo. Mentre quello che manca sono le politiche per la famiglia. Politiche di supporto per riuscire a conciliare lavoro e famiglia».

Invogliando così a fare figli invece di vivere questa scelta sempre e soltanto, le volte in cui la si fa ormai sempre meno, come un estremo atto di coraggio…

«Le donne che visito e incontro in studio ormai si dividono in due grandi categorie: le più giovani che si dividono faticosamente tra famiglia e lavoro, e quelle che da quando vanno in meno pausa accudiscono i genitori anziani. Lì bisognerebbe intervenire, con politiche a supporto di queste fatiche. Tempo fa una paziente di 35 anni mi ha detto: “Sto pensando se avere un figlio, ma sa che tutte le donne che hanno avuto figli non sono felici? Perché non sanno più come organizzarsi la vita”. Le sembra possibile?»

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