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martedì 19 gennaio 2021
 
 

L'inutile pianto greco dei governatori delle zone rosse

06/11/2020  Molti presidenti di Regione si sono lamentati del colore dato ai loro territori, quasi si trattasse di pagelle e non di messa in sicurezza. Eppure sono stati loro a fornire i dati al Governo

I governatori delle zone rosse l’hanno presa male. Quasi che l’assegnazione di un colore alle Regioni d’Italia corrispondesse a un voto in pagella o a una punizione: il giallo come un buon risultato, arancione così così e rosso dietro la lavagna. Non ci si rende conto che è solo un criterio di protezione basato sulla diffusione e sull’incidenza del virus, indipendentemente dall’operato di chi regge la macchina amministrativa e sanitaria degli enti locali. La zona rossa non è un cartellino rosso. La zona rossa è protezione Il Covid non ha preferenze politiche, si diffonde dove trova le condizioni più adatte al contagio in quel momento, che dipendono da fattori acquisiti scientificamente e altri non ancora chiari.

Possiamo dire che in Lombardia non sia stato fatto tutto il possibile e che invece in Basilicata, la meno contagiata, la macchina sanitaria sia stata talmente efficiente e sofisticata da aver sbarrato la strada al virus? La Francia è nel pieno della seconda ondata eppure il suo sistema sanitario è forse il migliore del mondo. Tra l’altro sono proprio le amministrazioni locali ad alimentare i dati con cui la cabina di regia del governo (di cui ogni Regione invia tre rappresentanti) effettua il monitoraggio e prende poi le decisioni, come ha ricordato il ministro della salute Roberto Speranza. Ma i governatori insistono nel loro sdegno o – al contrario -  nella loro soddisfazione. «Ho passato le ore a rileggere i dati, a cercare di capire come e perché il Governo abbia deciso di usare misure così diverse per situazioni in fondo molto simili», si lamenta il presidente del Piemonte Alberto Cirio. «Voglio che mi si spieghi la logica di queste scelte. Pretendo chiarezza: il Piemonte merita rispetto».

Tra i governatori lo sdegno circola più del virus. Anche il governatore Attilio Fontana si sente in castigo. «Le richieste formulate dalla Lombardia», afferma «non sono state neppure prese in considerazione. Uno schiaffo in faccia a tutti i lombardi. Un modo di comportarsi che la mia gente non merita». E anche per il sindaco di Milano Giuseppe Sala quello dei colori è un sistema troppo complesso. Sarà anche complesso ma la situazione è quella che è. Con 41.544 tamponi eseguiti, il numero dei nuovi positivi registrati in Lombardia giovedì 5 novembre era di 8822 (percentuale del 21,2), con 139 morti. Il numero di ricoverati in terapia intensiva è salito a 522 (più 15), mentre negli altri reparti arriva a 5.318 (+300). Che c’entra con i numeri l’orgoglio lombardo? Forse che il sindaco di Lodi si è sentito in castigo quando in Italia è stata istituita la prima zona rossa nel suo territorio?

Come ha scritto con la consueta acutezza Francesco Riccardi su Avvenire, «Chissà di che avranno parlato lunedì e martedì scorsoi presidenti delle Regioni in teleconferenza con il Governo. Non devono nemmeno aver sfiorato l’argomento altrimenti non sarebbero caduti dal pero come è accaduto per molti di loro tra martedì sera e giovedì mattina».

Anche il governatore calabrese è furente. «La mia regione non merita un isolamento che rischia di esserle fatale», afferma il presidente facente funzioni della Calabria Nino Spirlì. E conclude: «il Governo ha deciso di punirci, ma noi non ci pieghiamo». Punirci o evitare guai peggiori, visto che la Calabria ha un numero esiguo di letti in terapia intensiva, oltre a centri ospedalieri e Asl commissariati o azzerati? Tra l’altro pare che qualcuno abbia tentato di truccare le carte, togliendo i malati in ventilazione forzata dalle terapie intensive, oplà.

D’altro canto c’è, come il governatore Luca Zaia, che esulta: «la zona gialla alla nostra regione è un riconoscimento al modello Veneto. Forza veneti, pancia a terra e facciamo squadra». Davvero era il caso di distinguersi dagli altri? E c’è chi invece la zona rossa la invoca, come il sindaco di Napoli De Magistris, che accusa il governatore De Luca di non inviare sufficienti dati per mettere in lockdown l’intera Campania.

Questa interpretazione del colore delle zone come un riconoscimento o una punizione, quasi un titolo ambito che garantisce il consenso e la soddisfazione dei cittadini, mnon ha nulla a che fare con un Paese che sta lottando a muso duro, con centinaia di vittime al giorno, contro una pandemia. Manca il senso di responsabilità, di un’unità, di collaborazione. E invece assistiamo al consueto duello Stato-regioni, alle rivendicazioni autonomistiche e al rincorrersi di polemiche utili forse a conquistare il consenso degli elettori ma non a sbarazzarci un nemico comune che non guarda in faccia a nessuno. I lockdown non sono un concorso a premi per le regioni più virtuose.

 


 

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