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L'inchiesta del governo egiziano: tutte le falsità su Giulio

31/03/2016  Oggi si rifiutano di consegnare i tabulati e le riprese che potrebbero fare chiarezza sulla morte di Giulio Regeni, ma in due mesi le autorità egiziane hanno confezionato anche almeno sei differenti improbabili versioni sulla fine del ricercatore friulano, torturato per giorni, ammazzato e abbandonato su una strada alla periferia del Cairo. Ecco il riassunto dei depistaggi. E intanto l'ambasciatore italiano è stato richiamato.

Paola Regeni, madre di Giulio
Paola Regeni, madre di Giulio

Sono almeno sei le grandi menzogne ammannite finora all’Italia dal governo egiziano. Con allegate madornali patacche di documenti. Diteci la verità e solo la verità su Giulio: questo ha chiesto nel modo più risoluto Paola Regeni, dopo due mesi di intollerabili bugie.

   Chi ha ucciso il giovane ricercatore friulano mentre si trovava in Egitto per la tesi di dottorato? Perché? In quali circostanze? Perché tante versioni maldestramente confezionate dalle autorità egiziane? Perché tanti tentativi di depistaggio? Perché tante ipotesi contraddittorie e imbarazzanti per la loro evidente insostenibilità?

Giulio Regeni
Giulio Regeni

Domande alle quali va data una risposta al più presto a questi genitori, anzitutto, ma al Paese intero. Sì, perché impressiona la quantità di ricostruzioni “di comodo” offerte dalle autorità egiziane in due mesi dal ritrovamento, il 3 febbraio scorso, del corpo straziato di Giulio Regeni  sul ciglio di una strada alla periferia del Cairo.

   L’elenco delle “falsità” inizia già con la notizia del rinvenimento del cadavere: niente  omicidio, si tratterebbe di incidente stradale, afferma la polizia di Giza. Ma  si aggiunge anche, in alternativa, l’ipotesi di una rapina finita male. Peccato che a smentire la polizia ci pensi la stessa procura che si occupa del caso. E’ l’autopsia che contraddice le autorità: sarebbero stati trovati sul cadavere del ricercatore italiano bruciature, ferite da coltello sul capo e la schiena e segni di “una morte lenta”.

     Allora, visto che la tesi dell’incidente non regge più,  la polizia egiziana corregge il tiro e diffonde la notizia dell’arresto di due persone che sarebbero implicate nell’omicidio. I due sospetti, però, vengono subito rilasciati.  Il giornale filo-governativo egiziano Al-Ahram fa uscire, allora, la storia della “festa di compleanno” a cui Giulio avrebbe dovuto recarsi  “in compagnia di amici”  la sera del  25 gennaio, giorno della scomparsa del giovane. 

  E siamo a una nuova “svolta”: i media egiziani diffondono la notizia che la procura di Giza sospetterebbe (ma dove sono le prove?) il coinvolgimento  del ricercatore italiano in una sporca spy-story: Regeni al soldo di qualche servizio segreto straniero? Per questo sarebbe stato eliminato da agenti segreti sotto copertura, forse appartenenti alla Fratellanza musulmana per mettere  in difficoltà il governo di Al Sisi.

    La cosa non sta in piedi e, allora, le autorità  di polizia egiziane provano a battere pure la via del delitto passionale all’interno di una relazione gay. In alternativa, si butta lì perfino l’ipotesi di una non meglio circostanziata vendetta personale. Ma le evidenze autoptiche delle torture attuate da mani esperte di “professionisti” per circa una settimana sul corpo di Regeni, bastano a ridicolizzare l’ennesimo tentativo di depistaggio e di oltraggio morale alla vittima.

Ed eccoci alla versione definitiva, quella che avrebbe dovuto fugare tutti i dubbi e le nebbie sulla fine del povero Giulio. A diffonderla è il Ministero dell’interno egiziano, una settimana fa, con tanto di foto postate sulla pagina Facebook di carta di credito, passaporto e badge del ricercatore italiano ”servite” su un vassoio d’argento.

 Stavolta, senza apparente tema di smentita, si racconta che gli assassini del giovane friulano sarebbero stati cinque criminali appartenenti a una pericolosa banda specializzata in rapimenti di stranieri facoltosi. I malviventi,  servendosi di uniformi della polizia avrebbero preso in ostaggio Regeni,  che nel tentativo di scappare sarebbe rimasto ucciso. A loro volta i cinque  avrebbero, guarda caso,  tutti perso la vita in una sparatoria con le forze dell’ordine egiziane. Niente scomodi testimoni, quindi. Si tornerebbe, insomma, all’ipotesi di un omicidio per mano della criminalità locale, che scagionerebbe, ancora una volta, servizi e apparati di sicurezza.  
   Ma che “svolta”… d’Egitto! Si tratta dell’ennesima, ultima grottesca messinscena che, col ritrovamento del passaporto, casomai, incastrerebbe ancor di più la polizia egiziana. Non a caso lo stesso ministro degli interni,  Magdi Abdel-Ghaffar l’altro giorno s’è affrettato a rassicurare l’Italia che  le indagini nono sono affatto chiuse e che la pista della banda di sequestratori è solo una delle tante seguite dagli investigatori egiziani. Come dire: scherzavamo, ma adesso vedrete…  

  A quando la prossima svolta clamorosa delle indagini? La prossima verità poco… vera, la prossima presa in giro? E fino a quando il governo italiano, oltre ai “non ci crediamo” di circostanza, compirà gesti politici e diplomatici forti per dimostrare all’Egitto che non si scherza davanti a un corpo seviziato e trucidato così barbaramente? E a chiederlo ormai non è  solo una famiglia straziata dal dolore che ha il diritto a una risposta. Ma il Paese intero.

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