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sabato 06 giugno 2020
 
#migliorisipuò
 

Ma che "razza" di parole

23/10/2014  Al via la campagna sociale di Famiglia Cristiana, Avvenire, Armando Testa, i settimanali cattolici. Per la prima volta insieme. Per dire "No alla discriminazione", ad alta voce

Siamo intolleranti e discriminatori. E a vederci così non sono gli altri, ma siamo noi italiani. Il giudizio severo, che spazza via i luoghi comuni dell’italiano “brava gente” sempre accogliente e tollerante, si ricava dal sondaggio che la Swg ha realizzato per noi, sulla discriminazione nel nostro Paese: ebbene il risultato più eclatante è che ben il 66% degli intervistati dichiara di esser stato discriminato almeno una volta nella vita, e il 51% di aver vissuto più episodi come vittima dell’intolleranza.

Se poi si passa ad analizzare il nostro atteggiamento nei confronti degli “altri” emerge che ci sono alcune categorie di persone che generano “emozioni negative”, dal disagio davanti a un mendicante (32% degli intervistati), alla rabbia di fronte a un tossicodipendente accasciato su una panchina (29%) fino alla paura nei confronti di un gruppo di rom (27%). I più “antipatici” restano rom, sinti e tossicodipendenti. Tutt’altro che simpatici risultano, però, anche i “ricchi”, i musulmani e coloro che chiedono l’elemosina. A un’incollatura seguono gli ebrei. E poi ancora i grassi, i (troppo) magri e le persone di colore.

E se tua figlia...

  

#migliorisipuò | Anche le parole possono uccidere


E il pregiudizio, naturalmente, cresce all’aumentare del coinvolgimento personale: una figlia fidanzata con un tossicodipendente creerebbe problemi a quattro madri su cinque; a due su cinque se si fidanzasse con un disabile; una su due se fosse extracomunitario. Della serie: riguardiamoci Indovina chi viene a cena?. I motivi più frequenti per cui gli italiani si sentono discriminati, invece, sono: condizione economica (40%), aspetto fisico (36%), peso (35%) e genere (34%). Ma se andiamo a sentire le donne intervistate, una su due risponde che si sente discriminata per il fatto di essere donna, che fa la coppia con i pregiudizi sessisti di lunga durata: il 15% degli intervistati maschi si sentirebbe a disagio ad avere una donna come capo. Alla faccia delle pari opportunità.

Dall’indagine poi si ricava che gli antidoti a queste forme più o meno striscianti di razzismo sono i fattori culturali e religiosi: chi fa riferimento ai valori della fede e della patria tende a mostrare una tolleranza più ampia rispetto alla media della popolazione, tranne che (soprattutto tra i cattolici più intransigenti) per gli omosessuali. Allo stesso modo, dicono i ricercatori della Swg, «chi crede molto nei valori della scuola e della formazione si mostra molto più tollerante della media». Il pregiudizio nasce qualche volta da un’esperienza individuale, uno scippo, un insulto; sempre dalla “narrazione collettiva”, cioè dall’immagine che di queste categorie di “diversi” da noi media e opinion leader danno ogni giorno. Dagli aggettivi utilizzati. Dai titoli strillati, ai silenzi su come invece proceda il cammino dell’integrazione. Le parole possono essere “coltelli di carta” o invece parole generanti comunità, come quelle usate da papa Francesco. Ecco perché Famiglia Cristiana, l’agenzia di comunicazione Armando Testa, Avvenire e Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici) hanno lanciato la campagna Anche le parole possono uccidere sul tema del razzismo e della discriminazione, partendo da quattro parole taglienti: negro, terrorista, ladra e ciccione. Quattro insulti che colpiscono chi li riceve come un colpo alla testa. Sussurrati, o gridati feriscono più di quanto possiamo aspettarci. Se ne potevano scegliere altre, come clandestino, vu’ cumprà, frocio, terrone... Il vocabolario degli intolleranti è sempre ricco di nuove sfumature, al contrario delle poche idee che vi sono sottese. Anzi dell’unica convinzione sulla quale poggiano: se l’altro è un diverso da me è il male. È vero: la convivenza si costruisce con i fatti. Ma anche a parole

 
 
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