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domenica 28 novembre 2021
 
Caritas
 

«Ma in quella Carta non c'è il grido dei poveri»

03/11/2015  «La Carta di Milano è una mediazione al ribasso tra varie posizioni. È vaga e ha ancora un approccio al Nord del mondo»

Meno male che all’Expo c’è stata la Caritas. Ha dato battaglia per far capire che il diritto al cibo e all’alimentazione non è una questione di beneficenza o di generosità dei Paesi più ricchi nei confronti dei poveri ma una questione di giustizia. Poi è stata invitata al tavolo per scrivere la Carta di Milano, la road map per arrivare a sconfiggere la fame nel mondo entro il 2030 presentata al segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon. Missione compiuta? «Purtroppo no», dice subito Luciano Gualzetti, vicecommissario del Padiglione della Santa Sede e responsabile del padiglione Caritas in Expo. «La Carta è una mediazione al ribasso tra varie posizioni. Il problema è che è fin troppo vaga, non si sente il grido dei poveri e ha un approccio molto legato al Nord del mondo, cioè a noi che siamo responsabili di molte diseguaglianze. Il Sud è sparito».

La consapevolezza che la fame si possa sconfiggere è un po’ come l’araba fenice: tutti lo dicono ma nessuno ci crede davvero. I sei mesi di Expo l’hanno dimostrato ampiamente. «Sarei già contento», dice Gualzetti, «se tutti dopo Expo si convincessero che la fame può essere sconfitta ma a patto di cambiare alcune regole dell’economia, dei consumi, dei nostri stili di comportamento e delle scelte dei Governi».

La Caritas ha indicato con grande chiarezza le leve sulle quali bisogna agire e che riguardano soprattutto i Paesi a basso reddito. Come ad esempio la speculazione finanziaria sul cibo, l’accaparramento delle terre, la diffusione degli Ogm, la perdita di biodiversità, lo sfruttamento selvaggio del territorio da parte di alcune imprese che provocano monocolture, desertificazione, land grabbing (l’esproprio delle terre ai contadini, ndr). «Purtroppo la Carta di Milano è stata un’occasione mancata», commenta Gualzetti. «Ovviamente spero che alcuni obiettivi indicati vengano realizzati, però non basta. Ci vuole ben altro, una spinta corale a cambiare l’attuale sistema economico e finanziario. Su questo a parole sono tutti d’accordo, quando si entra nel concreto delle cose da fare tutto diventa più difficile».

Lo spreco di cibo è un esempio di quest’approccio a “trazione occidentale” della Carta: «Se ne è parlato molto ma c’è spreco e spreco», dice Gualzetti. «Per noi è uno scandalo che ci possiamo permettere perché abbiamo tanto da buttare via, mentre nel Sud del mondo è un problema completamente legato alla mancanza di infrastrutture e tecnologie per consentire di conservare i prodotti alimentari o ai contadini di venderli. Questo è colpa anche nostra che abbiamo chiuso le porte alla cooperazione internazionale da parte dei Governi e delle imprese». Che bilancio traccia di Expo? «È stato quello che ci aspettavamo: il tentativo da parte dei Paesi e anche di alcune aziende di raccontare un lato della propria identità a partire dal cibo. Noi abbiamo denunciato il fatto che 3 milioni di persone non hanno cibo e che tutti questi paradossi alla fine si traducono in conflitti, guerre e fenomeni migratori come quello esploso l’estate scorsa. Ha prevalso l’aspetto fieristico di un luogo dove gran parte della gente è andata per dice “io c’ero”». Per il padiglione Caritas il bilancio è positivo: 200 mila visitatori e oltre tremila persone coinvolte nei vari dibattiti.

 
 
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