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domenica 26 settembre 2021
 
 

Qualcuno sa per che cosa andiamo alle urne?

23/05/2014 

Questo voto riguarda l’Europa, non Foligno. L’elettore italiano dovrebbe tenerlo a mente. Il guaio è che i nostri partiti, ahinoi, credono di trovarsi nel celebre bar della cittadina umbra. Lì, in mezzo a quel bel paesino, c’è una piazza. In mezzo alla piazza, c’è un bar. In mezzo al bar, un biliardo. E in mezzo al biliardo, un birillo. Ecco, quello sarebbe geograficamente il centro dell’Europa. Se davvero le cose stessero così, da noi non si sentirebbe parlare d’altro se non d’Europa, Europa, Europa. Invece, i nostri partiti si sono scatenati nella campagna elettorale in una serie di offese, insulti e contumelie con l’unico scopo di riaffermare il loro piccolo potere, in questa piccola nazione, nel continente più piccolo del mondo. Si potrebbe parafrasare Nanni Moretti: dite qualcosa di europeo! Ma i tre maggiori partiti (Pd, Fi e M5S) hanno fatto altro. Per loro la questione è racchiusa tra Montecitorio, Palazzo Chigi e Quirinale.

C’è chi sbraita che si tratta di un referendum per il governo, chi ostenta rosei futuri in cui sale al Colle, lo sgombra dell’inquilino e chiede nuove elezioni, chi continua a dire di essere il primo partito, eccetera, annoiando il nostro “piccolo mondo antico”. E gli altri? Nel provincialismo italico si distinguono, non per caso, i più piccoli tra i partiti, gli unici che hanno tentato – ma con scarsa attenzione da parte dei media – di dire qualcosa che riguardasse il continente tutto, e non solo gli interessi folignati. Verdi, Tsipras e financo la Lega Nord hanno provato a discutere di qualche tema europeo e non solo italiano. Voci cadute nel vuoto, al di là dell’opinabilità delle proposte. Perché? Perché siamo provinciali, dicono tutto d’un fiato i più colti o presunti tali. Perché non abbiamo mai capito nulla di politica estera, figuriamoci d’Europa, sottolineano i pessimisti. Perché non abbiamo più leader preparati e quindi da certi temi complessi i partiti scappano, chiosano i delusi.

Per tutte queste ragioni assieme, propongono i più depressi. Mentre i più curiosi chiedono: per cosa andiamo a votare? Domanda lecita a cui nessuno (o quasi) ha risposto. Ci sarebbero i temi dell’ambiente, della cultura, dell’emigrazione, del lavoro, della scuola, della sessualità, delle biotecnologie, della famiglia, dell’economia, dei rapporti con gli Usa, la Russia, la Cina, tanto per dire; argomenti su cui i partiti, presi dal raptus dell’insulto, hanno preferito tacere. Ci sarebbe pure un altro tema che terrorizza i nostri partiti, nessuno escluso, e su quello è calato davvero un silenzio tombale: le elezioni non le vincerà un partito italiano, ma quello che entrerà in un gruppo europeo: popolare, socialista o liberaldemocratico. In soldoni: i partiti devono far parte di uno di questi tre raggruppamenti, altrimenti i loro rappresentanti conteranno pochissimo, quasi zero. Il M5S, tanto per fare un esempio, non facendo parte di alcun raggruppamento, anche portando una trentina dei suoi all’Europarlamento rappresenterà una goccia nell’oceano dei 751 eletti, con ben scarse prospettive.

Infine, un tema su cui hanno glissato tutti, a partire dal presidente del consiglio: in questi ultimi due o tre anni si è tanto parlato di svecchiamento della politica, di ridare forza ai giovani, di rottamazione, di facce nuove, di grandi riforme. Ebbene, tra le regole per essere eletti c’è anche quella dell’età minima: in Italia è di 25 anni, la più alta assieme a Cipro. Si poteva pensare di svecchiare questa regola e dare più chance ai giovani, come negli altri Paesi dell’Ue? L’età minima per essere eletti, nella maggioranza delle nazioni, è di 18 anni. Le eccezioni? Belgio, Repubblica Ceca, Estonia, Grecia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Regno Unito (21 anni), e Romania (23). Noi, con Cipro, siamo i più “vecchi”. Per essere veramente europei forse dovremmo guarire dalla sindrome di Foligno e cercare orizzonti più vasti. Ma per guarire non bastano le medicine, ci vuole anche la voglia del malato.

 
 
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