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mercoledì 08 dicembre 2021
 
 

Scuola, ma quale casta dei docenti

05/11/2012  Una riflessione più attenta sul lavoro degli insegnanti italiani, costretti ad organizzare a casa il proprio ufficio in assenza di strutture adeguate alle loro necessità.

Un'insegnante durante una lezione in classe (Ansa).
Un'insegnante durante una lezione in classe (Ansa).

I giornali in questi giorni hanno scritto che è stato cancellato dalla bozza della cosiddetta “legge di stabilità”, ancora all’esame del Parlamento, uno dei punti più controversi, quello relativo all’ipotesi di un aumento del numero di ore settimanali di insegnamento per i docenti delle scuole medie e superiori (da 18 a 24).

In realtà per ora c’è stato soltanto un emendamento proposto dalla Commissione Cultura, in cui si è prevista l’eliminazione dell’incremento dell’orario di lavoro dei docenti, un emendamento che però dovrà passare al vaglio della Commissione Bilancio. E non è detto che lì esso venga ratificato. Tra l’altro qualora, come sembra sempre più possibile, il governo decida di porre la fiducia sulla legge di stabilità, il testo che verrebbe approvato sarebbe quello iniziale (con le 24 ore).

Quanto lavora un insegnante?

Visto che la discussione continua, vale dunque la pena sgombrare il campo da alcuni equivoci che l’hanno viziata. Dopo le polemiche di queste settimane, è ora il momento di una riflessione più pacata sul lavoro degli insegnanti.

Innanzitutto va chiarito un aspetto: se fosse vera l’affermazione in base alla quale i professori di scuola lavorano soltanto 18 ore a settimana, sarebbe opportuno e persino doveroso aumentare loro l’orario di servizio. Il fatto, invece, è che 18 sono le ore di lezione frontale. E a queste se ne aggiungono molte altre.

In altre parole, le 18 ore di lezione sono soltanto una parte del lavoro dei docenti. Peraltro questo carico settimanale è in linea con la media europea nella scuola secondaria di secondo grado e addirittura superiore alla media europea nella secondaria di primo grado. Aumentare il numero di ore di lezioni frontali non sarebbe proficuo né per i docenti, né per gli studenti.

Di fatto, già oggi i docenti lavorano molte più ore delle 18 di didattica frontale. A parte tutte le ore, non contabilizzate, necessarie per la preparazione delle lezioni, per la formulazione delle verifiche, per la correzione dei compiti in classe, il vigente contratto collettivo nazionale prevede 80 ore annue di “attività funzionali all’insegnamento”, cioè consigli di classe, scrutini, esami, collegi docenti, riunioni di programmazione, ricevimento dei genitori eccetera.

 

(Ansa)
(Ansa)

Sedi scolastiche inadeguate

Se poi si volessero obbligare gli insegnanti a svolgere all’interno dell’edificio scolastico, cioè sul luogo di lavoro, le attività che oggi effettuano a casa, si presenterebbe un bel problema: la nostra edilizia scolastica non è minimamente attrezzata a questo scopo.

Nei Paesi anglosassoni (lo abbiamo visto in tanti film), ogni insegnante ha la propria aula, con i propri libri, i propri strumenti di lavoro, persino i propri vasi di fiori, e sono gli studenti, al cambio dell’ora, a migrare da una stanza all’altra a seconda della materia che devono seguire. Da noi è il contrario: ogni classe ha un’aula e la “sala professori” è spesso costituita da un tavolone e tanti cassetti, uno per ogni professore (e non di più), in cui possono trovare spazio al massimo 3-4 libri.

Per questo ogni insegnante si è organizzato a casa il proprio “ufficio”: allestendosi una biblioteca personale, utilizzando il proprio computer privato, la propria stampante, mettendoci a spese proprie carta e inchiostro. Supplendo di tasca sua alle deficienze (e al deficit) dello Stato. Se tutti i docenti di una scuola dovessero fermarsi di pomeriggio a lavorare nell’istituto non si saprebbe dove metterli. Riorganizzare materialmente il sistema in tale direzione avrebbe dei costi enormi, altro che “spending review”!

Motivare, non tagliare

Per questo un po’ di sano realismo non guasterebbe in chi ci governa. Un giornalista qualche giorno fa parlava della “casta dei docenti”. Francamente i privilegi ci sembrano stare in altri settori della società, non certo nella scuola, già pesantemente penalizzata dalle ultime finanziarie (a partire da quelle varate dai due governi precedenti a quello attualmente in carica, uno di centrosinistra, l’altro di centrodestra).

Si capisce che l’obiettivo è il contenimento della spesa pubblica, ma non si può continuare a sparare sulla croce rossa. Forse è giunto il momento in cui sulla scuola bisognerebbe incominciare a investire, sul serio, non a parole. E a motivare i professionisti che la abitano, anziché rendere la loro vita sempre più difficile.

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