Contribuisci a mantenere questo sito gratuito

Riusciamo a fornire informazione gratuita grazie alla pubblicità erogata dai nostri partner.
Accettando i consensi richiesti permetti ad i nostri partner di creare un'esperienza personalizzata ed offrirti un miglior servizio.
Avrai comunque la possibilità di revocare il consenso in qualunque momento.

Selezionando 'Accetta tutto', vedrai più spesso annunci su argomenti che ti interessano.
Selezionando 'Accetta solo cookie necessari', vedrai annunci generici non necessariamente attinenti ai tuoi interessi.

logo san paolo
lunedì 15 aprile 2024
 
istruzione
 

Ma quanti stranieri ci possono stare in una classe? Ma sono davvero stranieri?

29/03/2024  Dopo il caso Pioltello e il tweet del ministro Valditara facciamo il punto sulla questione dell'integrazione a scuola

di Francesco Anfossi

Quanti bambini stranieri o di origine straniera ci sono in una classe?  E quanti ce ne devono stare perché nessuno resti indietro, perché la classe si amalgami, perché insomma si realizzi una perfetta integrazione scolastica?

Il polverone sulle quote massime di alunni stranieri nelle scuole italiane come al solito rende ideologico un problema complesso che va risolto col raziocinio e col buon senso. Facciamo un passo indietro. Di qualche giorno.

Come è noto, sull’onda delle polemiche della scuola di Pioltello che sospenderà le lezioni per il Ramadan, il ministro dell’Istruzione Valditara è intervenuto sulla questione con un tweet diramato giovedì 28 marzo.

Il ministro in sostanza cerca di completare il pensiero espresso dal vicepresidente del Consiglio Salvini (“Non bisogna andare al di là di un tetto del 30% in ciascuna classe”). Parla di maggioranza, dunque di un buon 49 per cento. Paradossalmente, estende le norme ministeriali già esistenti dal 2010 (dall’allora ministro Gelmini) che fissava un tetto del 30 per cento per classe. 

Il problema (complesso) è che le classi non si possono tagliare con il righello (e nemmeno con l’accetta). Vi sono zone dove la norma è palesemente impraticabile. E infatti la nota della Gelmini stabiliva saggiamente che si può superare il tetto previa autorizzazione dell’Ufficio regionale. Come appunto la scuola di Pioltello (che ha un 40% di alunni islamici). Perché ci sono cause di forza maggiore in Italia che non si possono ingabbiare in regole fisse. In Italia infatti ci sono aree con una forte presenza di stranieri e dunque con una forte presenza di alunni per classe. Citiamo – prendendoli dall’ultimo Rapporto sugli alunni stranieri nelle classi italiani del Ministero – i casi di Prato e Campi Bisenzio, in Toscana, a maggioranza cinese. O Monfalcone, dove i ragazzini cingalesi – i genitori lavorano nei cantieri navali – superano in numero gli allievi italiani. Ma l’elenco è lungo. Gli studenti di origine indiana – si legge nel Rapporto – incidono nei comuni lombardi di Sesto San Giovanni, Cinisello Balsamo e Vigevano rispettivamente con il 33,7, il 30,9 e il 26,5 % del totale. E, ancora. Nel Lazio gli studenti di nazionalità rumena rappresentano quote importanti nei comuni di Tivoli, Guidonia Montecelio, Monterotondo e Aprilia.

È l’Italia che cambia – che cresce e si integra creando soluzioni di integrazione tra alunni stranieri e italiani – e l’accetta di una legge non la può fermare, se non creando classi “ghetto”. Senza dimenticare che i cosiddetti “alunni stranieri” sono quasi sempre ragazzi nati, cresciuti e “pasciuti” in Italia, che frequentano, stringono amicizia, si innamorano e vivono insieme ai ragazzi italiani autoctoni. Che si sentono italiani come tuttti gli altri. Ma il disegno di legge sullo “ius culturae” che prevede la cittadinabnza italiana a tutti i minori di 18 anni nati nel nostro Paese dopo uan serie di prove di assimilazione della cultura italiana, come la lingua, o la frequenza di alcune classi alle elementari, è ancora fermo in qualche cassetto del Parlamento.

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo