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mercoledì 22 maggio 2024
 
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Macina: «Sacrosanta la presuzione di innocenza, ma anche il diritto delle vittime a essere protette»

01/06/2022  La sottosegretaria al ministero della Giustizia spiega perché i Cinque stelle sono contrari ai referendum e illustra i punti forti del sistema di riforma della giustizia

«Una giustizia rapida, ma non sommaria». Anna Macina, sottosegretaria al ministero della Giustizia, avvocato civilista ed esponente del Movimento cinque stelle riassume così il senso delle riforme che stanno cambiando strutturalmente il nostro sistema giustizia. «Di riforme si parla da almeno venti anni, ma ora, grazie agli obiettivi da raggiungere legati al Pnrr, il periodo è particolarmente favorevole. Quando parlo di riforma intendo la richiesta, che ci viene dall’Europa, di un abbattimento del 40 per cento dei tempi dei giudizi in sede civile e del 25 dei processi penali e poi di riforma della giustizia tributaria, che è in cantiere e che presto vedrà la luce, e di quella dell’ordinamento giudiziario, per intenderci quella che riguarda il Csm con i criteri di accesso alla professione e anche alla elezione dei membri togati».

I referendum come impattano su queste riforme?

«Tre su cinque potrebbero avere elementi di contatto con quanto andremo a discutere in Senato il 14 giugno. Uno, quello dell’abolizione delle 25 firme per candidarsi al Csm, in realtà è inutile perché il testo che andremo a discutere già prevede questa eliminazione. E comunque davvero abbiamo la presunzione di misurare la potenza di una corrente solo perché mette a disposizione 25 firme? Pensiamo di eliminare così lo strapotere delle correnti in magistratura? Io credo che questo sia un elemento del tutto marginale».

E sugli altri quesiti?

«Diciamo innanzitutto che io credo che lo strumento del referendum sia importantissimo. Credo che i cittadini non vadano chiamati alle urne solo per eleggere i rappresentanti, ma anche per dire la loro. Il problema, però, è che i quesiti sulla giustizia sono, a volte, anche molto molto tecnici e necessitano di un approfondimento che può sfuggire al cittadino che viene chiamato alle urne. Inoltre, essendo abrogativi, tagliano con l’accetta, mentre l’intervento del legislatore è più completo. Penso, per esempio, al quesito sul voto da attribuire, nei consigli giudiziari anche alla componente laica, cioè ai professori e agli avocati. Se si deve valutare un giudice, l’articolo della riforma che discuteremo in Senato credo che sia migliorativo perché prevede che questo voto sia attribuito agli organi collegiali degli avvocati. Questo per evitare la personalizzazione, soprattutto in contesti piccoli».

Sulla separazione delle carriere?

«Anche qui credo che l’intervento del legislatore sia migliorativo rispetto al quesito referendario. Noi, infatti, abbiamo previsto che gli attuali quattro passaggi da una funzione all’altra siano ridotti a uno. Personalmente credo che il passaggio sia un valore aggiunto per un pm che viene da una esperienza di giudicante e viceversa. Non solo, la semplice abolizione di questo pone dei profili di rilevanza costituzionale perché la Costituzione conosce la magistratura come un insieme, come un unicum, non con delle differenti funzioni. Con la semplice abrogazione dei passaggi dovremmo intervenire successivamente per prevedere modalità di accesso ai concorsi completamente differenti, per esempio. Il quesito impatta in maniera drastica».

Per la custodia cautelare sembra esserci la presunzione di un abuso da parte dei magistrati nella sua applicazione. È così?

«Questo sostiene il comitato promotore. In realtà la norma del codice di procedura penale già prevede dei limiti alla possibilità di adottare la custodia cautelare in carcere e ai domiciliari. Mi sembra che il quesito referendario non si ponga una serie di problemi: per esempio ci sarebbe l’abrogazione anche di tutte le altre misure cautelari, come il divieto di avvicinamento alla potenziale persona offesa – pensiamo ai reati odiosissimi di stalking, di maltrattamenti in famiglia, violenza di genere – o di obbligo di dimora o di allontanamento da un luogo per salvaguardare l’ordine pubblico. Poi c’è l’eliminazione di una casistica particolare, quella della reiterazione del reato. Faccio un esempio concreto: uno spacciatore, in attesa della sentenza definitiva, potrebbe essere lasciato in libertà perché viene meno la possibilità di applicare la misura cautelare e quindi potrebbe continuare a spacciare in attesa del giudizio. Queste sono le storture che si verificano con un intervento con l’accetta».

Infine l’abolizione del decreto Severino. Cosa ne pensa?

«Per partecipare ed essere assunti nella pubblica amministrazione - anche per fare l’assistente scolastico, quello che un tempo chiamavamo bidello - occorre avere la fedina penale pulita. Mentre se si abolisse la Severino si permetterebbe invece ai condannati, anche in via definitiva, di tornare in Parlamento o nelle amministrazioni locali. Un passo indietro di vent’anni rispetto a delle conquiste di etica, trasparenza e moralità della pubblica amministrazione».

Torniamo alla riforma, anzi alle riforme. Come si velocizzano i processi?

«Parliamo innanzitutto dei processi civili, che toccano la vita quotidiana delle persone, parlo per esempio delle cause di sfratto per morosità, di quelle per licenziamenti ingiusti, per il recupero di crediti per imprenditori che non sono stati pagati nonostante abbiano dato corso alle forniture di beni e servizi, in materia successoria… Gli interventi che sono stati fatti con la delega civile approvata da tutti e due i rami del Parlamento incidono sul rito, cioè sul modo in cui vengono celebrati i processi. Si tratta della scansione delle udienze, di un calendario che vincoli giudici e avvocati a rispettare dei tempi certi, l’eliminazione dei tempi morti. Per esempio l’idea è quella di arrivare a celebrare la prima udienza davanti al giudice di primo grado quando tanto gli avvocati quanto il giudice abbiano contezza e conoscano l’oggetto del contendere. Questo renderà la prima udienza una udienza effettiva e non soltanto, come viene adesso, di verifica se siano state regolarmente chiamate in causa le parti, per dirne una. Ma poi si confida anche nell’impatto positivo delle assunzioni che si sono fatte e che erano ferme, per il comparto giustizia, da 20 anni. Parlo del personale amministrativo, oltre che dei magistrati, e cioè dei cancellieri che sono quelli che assistono il giudice in udienza e svolgono tutte le operazioni di cancelleria. È stato fatto il concorso per 2.700 cancellieri in tutta Italia, oltre che quello per 370 funzionari. C’è l’ufficio per il processo che prevede l’assunzione di 16.500 nuove unità che daranno sostegno, aiuto e che si faranno coordinare dai magistrati nell’analisi e nell’approfondimento dei processi. Credo che sia una rivoluzione per quello che riguarda il sistema giustizia per come noi lo conosciamo».

Sul processo penale come fare per tutelare, nella velocità, sia la vittima che il presunto reo?

«Intanto saranno ferme tutte le garanzie per l’imputato, l’indagato e la parte offesa. Quindi il processo sarà celere, perché il bisogno di giustizia va soddisfatto con dei tempi giusti del processo, ma non sommario, come dicevo prima, perché i principi della nostra Costituzione partono dalla presunzione di innocenza. Ci sono delle misure tecniche per ridurre alcuni tempi. Per esempio sulle notifiche. A volte i processi vengono rinviati perché non si riesce a notificare agli indagati, che poi diventano imputati, gli atti del processo. Ci si scandalizza per il rinvio, ma non si dice mai che è dovuto al fatto che non si è riusciti a contattare l’indagato. È un principio che è stato recepito, quello delle notifiche via pec, ed è oggetto di un approfondimento. Si stanno, in questi giorni, scrivendo i decreti attuativi e l’obiettivo è proprio quello di contemperare le garanzie dell’imputato e indagato che devono essere messi a conoscenza di ogni atto della magistratura che li riguardi senza che però questa attività possa rallentare e causare rinvii che potrebbero essere evitati con delle norme procedurali. Quindi, tenendo ferma la garanzia dell’imputato o dell’indagato, bisogna che lo Stato possa celebrare i processi e rispondere alla domanda di giustizia dei cittadini. E lo dico sia per il processo civile che per quello penale».

Non si parla più di prescrizione, ma di improcedibilità. C’è il rischio di una cancellazione di molti processi?

«La norma è stata approvata lo scorso anno a luglio alla Camera e a ottobre in Senato. Abbiamo 12 mesi per scrivere i decreti attuativi e solo all’esito entrerà in vigore. Resta fermo il blocco della prescrizione fino a sentenza di primo grado, come era previsto nella norma Bonafede. Quindi non è che adesso si sia tornati indietro rispetto alla norma Bonafede. Sono stati invece introdotti dei tempi per celebrare il processo d’appello e quello in cassazione. Il processo d’appello vedrà solo in rari casi la possibilità della riapertura dei termini per ulteriori prove, ma normalmente si rivaluterà il fatto con una composizione diversa dei giudici. Non credo che ci sarà il rischio di “cancellare” dei processi. Anzi, abbiamo bisogno di soddisfare, da un lato, il diritto della parte offesa che ha voglia di vedere uno Stato che processa ed eventualmente punisce il responsabile di un reato e dall’altra abbiamo un indagato o un imputato che è innocente fino alla sentenza definitiva. Quest’ultimo non può rimanere nel limbo di un processo senza fine. Ecco perché il giusto contemperamento di interessi contrapposti trova applicazione nell’aver implementato il personale di giustizia con tutte le assunzioni e nell’essere intervenuti sulle norme, rendendo meno farraginosi alcuni tempi processuali e riducendo, laddove era possibile farlo, i tempi processuali».

 
 
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