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mercoledì 08 dicembre 2021
 
Giustizia
 

Magari bastasse un tratto di penna per abbreviare i processi

02/08/2019  La lunghezza dei processi è il problema dei problemi, ma dipende da molti fattori e per risolverlo non basta fissare un termine per legge. Ecco perché

«Processi lunghi al massimo nove anni». «Troppo, facciamo sei». «Vada per il sei». «E allora noi diciamo tre». Manca solo il «Mi voglio rovinare» in quella che sul tema della giustizia sembra tanto una contrattazione da fiera, all’interno della maggioranza divisa tra Lega e M5s. Non si direbbe che il conflitto su ogni punto in materia penale sia il presupposto ideale per produrre una riforma della giustizia coerente ed efficace.

La storia insegna che quelle che nascono da maggioranze divise e conflittuali non sono le leggi scritte meglio, spesso escono contraddittorie e di difficile interpretazione, cosa che di solito porta ad alimentare l’incertezza del diritto, che poi è uno dei problemi della giustizia cui si dovrebbe porre rimedio. Se bastasse scrivere sulla carta che i processi devono durare un tempo prestabilito, minacciando di sanzione disciplinare il giudice che sfora, per ottenere magicamente una giustizia veloce ed efficiente, qualcuno avrebbe già messo in pratica una soluzione così facile. Se non si è fatto fin qui è perché il problema è, in realtà, complesso assai e dovuto a molti fattori che non si riassumono in un tweet e che hanno molte concause annose, per lo più strutturali.

Sono motivi che, tra le altre cose, rimandano a un codice di Procedura penale farraginoso e più volte rimaneggiato, che portano a dibattimento più processi di quanti si risolvono con i riti alternativi, l’esatto contrario rispetto alle intenzioni dei riformatori del 1989; che hanno a che fare con un contenzioso legale particolarmente elevato nel civile, con un forte arretrato nel penale, anche a fronte della sproporzione numerica tra magistratura (11 giudici ogni 100.000 abitanti tra i più bassi della Ue) e avvocatura (391 per 100.000 abitanti, il più alto della Ue). E intanto si deve fare i conti con la cronica carenza di organico del personale amministrativo, che l’età media avanzata aggraverà, tra legge Fornero e quota 100, fino a quasi il 50% nei prossimi tre anni, con effetti prevedibili sull’efficienza del sistema. Senza contare il fatto che non aiuta il confrontarsi con un corpus di molte leggi, poco chiare e non sempre coerenti tra loro, che vengono frequentemente modificate senza che sia dato il tempo alla Cassazione, investita di quasi 100.000 processi l’anno – un numero che non ha eguali nelle corti supreme del mondo - di trovare un’intepretazione stabile con conseguenze sulla prevedibilità delle decisioni.

Dà da pensare il fatto che per decidere se sia possibile o meno consumare a scuola il pasto portato da casa ci siano voluti cinque anni di ricorsi amministrativi e civili e che alla fine la domanda sia approdata sul tavolo delle Sezioni unite della Suprema corte, il più elevato organo giurisdizionale civile. Cosa che un po’ dà l’idea di quanto difficile sia dalle nostre parti snellire la domanda di giustizia, che è l’altra faccia del problema delle risposte che tardano ad arrivare.

Neanche le scelte del Governo in carica in questi anni, del resto, vanno tutte in direzione coerente con il bisogno di celerità che in queste ore si annuncia nell’intento riformatore: da un lato si è ristretto l’accesso al rito abbreviato per i reati più gravi, dall’altro si sono ripenalizzate condotte difficili da provare e tutto sommato bagatellari come l’accattonaggio molesto. Tutto questo solo per dire che in tema di lunghezza dei processi nessuno ha in tasca soluzioni facili a costo zero perché non ci sono, che soltanto prometterle sembra facile e non costa nulla.

 
 
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