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sabato 22 gennaio 2022
 
intervista
 

«Per curare la nostra inquietudine non c'è medico migliore di un filosofo»

06/01/2022  Magda Fontanella, filosofa presso la Rsa "Airoldi e Muzzi" di Lecco, torna in libreria con il libro "Socrate in camice": «Il pensiero filosofico offre una bussola da cui partire, poi il viaggio è nelle mani di ciascuno»

Magda Fontanella indossa il camice ma non è un medico sanitario. Nel 2008, dopo la laurea in Filosofia all’Università Cattolica di Milano, si è chiesto che cosa potesse concretamente fare questa disciplina per la vita di tutti i giorni e in particolare per chi si trova alla frontiera tra la vita e la morte come le persone in stato vegetativo ospitate nella RSA degli Istituti Riuniti Airoldi e Muzzi di Lecco, un gioiellino di assistenza sanitaria fondato nel 1594 e immerso in cinquantamila ettari di verde con i monti lecchesi, dalla Grigna al Resegone, a troneggiare sullo sfondo. In questo posto, dal 2011, Fontanella svolge il suo lavoro di “filosofa” aiutando i pazienti, i loro familiari e i sanitari che li assistono.

Sulla breccia di questa esperienza, ma non solo, è nato il libro Socrate in camice – Perché la filosofia può aiutarci a donare un senso alla vita (Editoriale Documenta, pp. 190, con illustrazioni di Dan e Dav) che è un viaggio di domande nel quale a tentare di dare delle risposte sono stati convocati filosofi di ogni epoca, da Socrate ad Heidegger, da Sartre a Sant’Agostino, da Tommaso d’Aquino a Nietzsche, da Bergson a Parmenide, da Epicuro a Seneca fino ad Hannah Harendt.

Le domande vanno da “chi sono io?” a cos’è il bene e il male, il vero e il falso, il bello e il brutto, dal chiedersi se la vita ha un senso a che cos’è l’amore. Paradossalmente, ma non troppo, Oscar Wilde diceva che a dar risposte sono capaci tutti, ma per fare le vere domande ci vuole un genio.. Come scrive nel suo romanzo La nuova Eloisa (1761) il filosofo francese Jean-Jacques Rousseau: “L’arte di interrogare non è facile come si pensa. È più arte da maestri che da discepoli. Bisogna già aver imparato molte cose per saper domandare ciò che non si sa”.

Fontanella, ma la filosofia può veramente curare?

«Sì perché fa parte della sua natura. La filosofia è cura o non è, è prendersi a cuore le domande che da sempre inquietano il cuore dell’uomo, da “Esiste la libertà?” a “Che senso ha la vita?”. Ognuno in qualche occasione della propria storia si trova di fronte a questi inviti esistenziali a riflettere e la filosofia, che da sempre se ne occupa, offre una bussola da cui partire, poi il viaggio è nelle mani di ciascuno. Alla luce della mia esperienza in una RSA che ospita persone in stato vegetativo – ma è più corretto definirlo stato di non responsività - posso dire di star apprendendo il senso più autentico della filosofia proprio dalla parole e dai gesti dei famigliari e degli operatori sanitari che incontro; nel momento in cui infatti la filosofia si fa stile di vita trasforma le esistenze che investe, anche solo semplicemente partendo da un’apertura all’accoglienza dell’altro, che si fa ascolto non giudicante ma solidale e partecipe a ciò che l’altro racconta, attraversa, testimonia. Ritengo che chi si trova a vivere una drammatica esperienza di sofferenza, come quella di avere un proprio caro in uno stato comatoso di non responsività, e nonostante questo ma anzi con questo, affronta la quotidianità a testa alta, abbia molto da trasmettere».

Quanto c’è in questo libro della sua esperienza in corsia?

«Apparentemente non molto ma in realtà le grandi domande che provo a mettere a tema sono vissute ed attraversate insieme ai famigliari ed al personale sanitario che incontro, e, quando possibile, se le loro condizioni lo permettono, anche dai racconti di alcuni ospiti che non si trovano in coma». Tra le domande presenti nel libro qual è la sua preferita? E quella decisiva per trovare un senso alla vita? «Le due cose coincidono: la mia preferita è anche la più decisiva. Nella mia esperienza, infatti, solo cercando di rispondere in modo autentico e leale, senza sconti, alla domanda “chi sono io?” è possibile trovare o dare un senso alla propria esistenza. È anche vero che nel corso degli anni si cambia non solo nel fisico, le nostre cellule infatti si rinnovano costantemente, ma anche nei propri gusti e nelle proprie relazioni, si cresce, si fa qualche passo in avanti nella conoscenza di ciò che è per noi importante, oppure, a volte, ci si arresta per un po’, ma questo non è in contrapposizione con la convinzione di potersi conoscere, anzi il cambiamento ci ricorda che la trasformazione è una nostra caratteristica vitale, così come a volte la voglia di sostare. E, poi, si può anche tornare indietro, o almeno ci sembra di aver fatto dei passi indietro, e va bene così, ci permette di stupirci anche questo! Non esiste un percorso predefinito nella conoscenza di sé. È un’avventura vera e propria, ma se si trova il coraggio di affrontarla in modo libero e consapevole, al di là delle aspettative conformistiche e al di là dei nostri stessi pregiudizi, la vita può apparire ricca di luce e di senso, anche dentro le esperienze più difficili. Che potenza chiedersi chi sono e attendere, in modo aperto e sgombro da idee precostituite, che affiorino le nostre passioni e i nostri valori, a cui poi orientare le nostre scelte».

Come ha scelto le domande e “selezionato” i filosofi che interroga?

«Sono loro che hanno scelto me in realtà, nel senso che sono arrivate e insieme al loro interrogare sono arrivati gli aiuti di chi molto prima di me si é cimentato con le questioni esistenziali che sollevano. Un insegnamento che sto imparando dalla vita è che gli avvenimenti, appunto, avvengono e se resti attento e vigile e li sai cogliere ti possono parlare in modo prezioso e significativo per il tuo percorso. Non esiste una risposta definitiva alla domanda “cos’è l’amore?”, per esempio, ma esistono le persone che amano e che sperimentano che attraverso l’amore è possibile superare ostacoli, pregiudizi e dimensioni che altrimenti vediamo invalicabili; tuttavia , queste sono solo parole, soltanto vivendo l’esperienza si riesce ad intercettarne l’autenticità».

Magda Fontanella, 36 anni, e la copertina del libro con le illustrazioni di Dan e Dav

Tra le domande del libro c’è quella su informazione e comunicazione che spesso tendiamo a sovrapporre. Quali sono invece le differenze?

«Informare e comunicare sono due azioni umane volte a trasmettere messaggi tra due interlocutori, ma mentre la prima risuona come un atto più freddo e formale, da affidare anche a un mezzo robotico, per esempio, il comunicare invece ha a che fare con il prendere a cuore colui o coloro con i quali si dialoga, prevede un investimento umano maggiore; non per niente, infatti, ritroviamo nella parola comunicare la radice di “comunione”, che in ambito cristiano indica un particolare rapporto con Dio, intimo e personale, con un significato molto rilevante. Si può dire, con i filosofi Habermas e Apel, che lo scopo della comunicazione sia dunque creare comunione, attraverso l’apertura all’alterità, in un’ottica di elasticità dialogica in cui nessuna conclusone argomentativa è mai sopraffazione dell’altro né imposizione, ma ricerca comune. Questo è in forte risonanza con ciò che intendo, attraverso il mio lavoro in ambito sanitario, per fare della filosofia una pratica, ossia promuovere il dialogo tra professioni ed esperienze diverse, mirando ad una comunione di intenti che è costituita dal prendersi cura della fragilità umana, che appartiene, in modo diverso, sia ai pazienti che a chi si occupa di loro. L’essere vulnerabili è la cifra dell’esistenza umana».

Nel raccontare la pandemia i media come si stanno comportando?

«Siamo ancora troppo addentro in questa emergenza per poter dare dei giudizi sensati e obiettivi; come diceva Kirkegaard, parafrasandolo un po’, solo all’indietro possiamo dare una lettura ai fatti che ci capitano, ritengo che finché ci si è immersi sia poco rispettoso pronunciarsi con sentenze definitive. Si può però ammonire e ricordare quanto sia informare che comunicare rappresentino atti etici che richiedono responsabilità e consapevolezza».

Cosa significa concretamente avere la filosofia come stile di vita?

«Chi mi ha aiutato a scoprirlo è sicuramente la scuola in Analisi biografica ad orientamento filosofico di Philo, fondata da Romano Madera e portata avanti da professionisti che ormai da anni cercano di vivere la filosofia come pratica, ognuno incarnandola con esercizi e prassi che provengono dalla contaminazione tra discipline diverse, pratiche corporee, psicologia e psicoanalisi. Avere la filosofia come stile di vita significa trovare quel metodo che ti permette ogni giorno di coltivare uno sguardo attento e aperto alla realtà, capace di meraviglia, di essere sgombro da lenti prefissate per leggere ciò che accade e altresì capace di ricorrere a quegli insegnamenti o strumenti di pensatori antichi come Aristotele o moderni come Pierre Hadot. In ultima analisi, per me avere la filosofia come stile di vita significa coltivare la mia libertà di pensiero, azione e giudizio, sapendo renderne conto e cercando di conoscermi sempre meglio; la filosofia per me è un prezioso strumento di conoscenza di sé, studiando cosa sia l’amore o la libertà per Hannah Arendt o per Baruch Spinoza, per esempio, riporto a me la domanda, alla mia vita, a come vivo la libertà o l’amore».

Da quali filosofi accetterebbe volentieri un invito a cena?

«In questo momento, dai grandi scrittori di romanzi, capaci di narrazioni potenti per ciò che smuovono, come Dostoevskij, che attraverso i suoi libri riesce ad entrare nei meandri più nascosti del cuore dell’uomo, intercettando una filosofia non tanto teorica, quanto piuttosto vissuta, pratica. Accetterei molto volentieri, inoltre, però un invito anche dalle pensatrici del recente passato, come Hannah Arendt, per chieder loro di raccontarmi come hanno fatto a farsi valere nei grandi dibattiti scientifici e politici, per lo più portati avanti da figure maschili; il filosofo, infatti, passa alla storia con la raffigurazione stereotipata dell’uomo anziano con la barba lunga, è raro che si abbia in mente una donna giovane con i capelli sciolti, magari. Nutro molta ammirazione nei confronti delle grandi pensatrici del passato per essersi fatte spazio con la forza del pensiero filosofico in un ambito prevalentemente maschile, se dovessi proporre un nome su tutte direi Ipazia, morta per la sua libertà di pensiero, nell’antica Alessandria d’Egitto».

E a quali direbbe di no?

«Forse a nessuno, sostenuta dalla convinzione che da tutti si possa avere qualcosa da imparare, fosse anche soltanto, per così dire, la capacità di mettere alla prova le proprie argomentazioni rispetto a visioni del mondo differenti dalla propria; è estremamente stimolante, infatti, per chi esercita la filosofia dialogare con qualcuno che non la pensa allo stesso modo».

 
 
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