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Magri: "Paghiamo anche i danni che abbiamo fatto"

30/06/2015  Vicepresidente e direttore dell'Ispi, Paolo Magri ricorda come l'Occidente abbia appoggiato i dittatori senza poi sostenere i segnali di cambiamento. E per battere l'Isis...

Paolo Magri.
Paolo Magri.

«Mi ha molto colpito il livello mediatico in relazione ai tre attacchi dei giorni scorsi in Tunisia, Lione e Kuwait. Sono stati collegati sulla stampa da parole quali “terrore globale, terrore nei tre continenti“, mentre stanno già emergendo chiavi di lettura diverse. Parole che non sentivamo più dall'epoca di Bush. Abbiamo molto contestato quella politica e invece, a pochi anni di distanza, siamo qui a riprendere quelle denominazioni, senza renderci conto che facciamo il gioco dei terroristi, e a parole li rendiamo invincibili, quando hanno una forza che non va certamente sottovalutata, ma neppure enfatizzata. Parlare di venerdì del terrore, andando a ripescare anche quanto è successo in Somalia, cosa che in nessun altro momento sarebbe stata considerata una notizia, è assolutamente una forzatura. L'attentato in Tunisia ha dettato la linea, e lì c'è sicuramente un'ispirazione, perché al carro di chi ha più forza mediatica si aggregano tutti. Che ci sia un coordinamento, no, ma per la decodifica mediatica è tutto Isis».

Non ha nessuna voglia Paolo Magri, vicepresidente esecutivo e direttore dell'Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) di continuare a leggere o ad ascoltare chi parla alla pancia. «Siamo di fronte - spiega - ad un fenomeno terroristico in forme mutate, con cui ci stiamo confrontando ormai da decenni e che nell'ultimo anno ha assunto una configurazione ancor più preoccupante del passato. Perché contemporaneamente sta rafforzando, sia le azioni efferate nei Paesi dove questo terrorismo ha origine - non dimentichiamo che il maggior numero di vittime è nella sponda Sud - sia le azioni simboliche nella sponda Nord del mondo, o nella sponda Sud, ma colpendo persone del Nord. Quando colpiscono noi, questi terroristi mirano proprio a creare una reazione forte, per trasformare una vicenda interna del mondo islamico in un conflitto che può configurarsi come un conflitto di religione, il che va a rafforzare la parte radicale dell'Islam».

Quanto c'entra invece la religione?

«All'interno del mondo musulmano, c'è qualcosa che si può definire conflitto di religione tra sunniti e sciiti, ma c'è anche un conflitto fra potenze regionali con sopra una cornice religiosa. Una reazione feroce contribuirebbe alla radicalizzazione. Nell'attenzione con cui la Santa Sede gestisce queste crisi, c'è questa consapevolezza. Infatti, papa Francesco si pronuncia sui cristiani, non dimenticando però di dire che i musulmani moderati - sciiti e sunniti - stanno pagando moltissimo».

Perché la Tunisia è stata colpita addirittura due volte in pochi mesi?

«Perché è simbolo di dialogo, simbolo di tutte le primavere arabe. È l'unico Paese in cui non c'è una contrapposizione tra forze laiche e forze religiose, come avviene, per esempio, in Libia, dove abbiamo il governo islamico di Tripoli e quello laico di Tobruk, o in Siria e Iraq, dove è palese il conflitto sunniti-sciiti. Nelle grandi crisi odierne, ci sono due dimensioni: laica-islamica; sunniti-sciiti. La Tunisia è il modello in cui una di queste fratture ha un percorso virtuoso, dal governo precedente all'attuale: le forze laiche governano con quelle islamiche moderate. Perciò, simbolicamente, per i terroristi è importante interrompere questo percorso».

Il 29 giugno 2014 al Baghdadi si autoproclamava califfo di uno stato islamico a cavallo tra Siria e Iraq. Un anno dopo, chi ci troviamo di fronte?

«Una forza terroristica che controlla un territorio grande come la Gran Bretagna, con 30-40mila persone, che ha contro di sé 67 Paesi, di cui 40 coinvolti militarmente. Se 40 Paesi agiscono militarmente e non c'è un miglioramento radicale, dobbiamo interrogarci su quanto siamo seri, ammesso che la forza militare sia il giusto modo per contrastare il terrorismo. Da decenni contrastiamo militarmente il terrorismo e non combiniamo nulla, forse non è la soluzione migliore, se non nel momento di crisi acuta, e oltretutto lo facciamo con enorme timidezza».

Ovvero?

«Nel senso che, da un lato c'è della gente radicalizzata, fanatica, pronta a morire per un ideale, perverso, ma pur sempre un ideale; dall'altro lato, ci siamo noi democrazie occidentali, spesso con le nostre resistenze sull'impiego della forza, sui morti sul campo. Un giovane di loro è disposto a morire per la sua causa, mentre un soldato di un Paese occidentale o un soldato dell'esercito regolare iracheno, ha un rapporto diverso con questa sfida».

Qual è la strada da percorrere?

«Serve un totale ripensamento degli equilibri in Medio Oriente; un ripensamento in chiave di giustizia economica e sociale di queste società. Finché ci saranno o i sunniti, o gli sciiti - a seconda del Paese - schiacciati dall'altra parte, nel disprezzo dei diritti umani, in una contrapposizione che è insieme religiosa ed economica, ci sarà sempre una parte di popolazione che vedrà nel terrorismo e nella reazione armata l'unica soluzione. Su questo dovrà riflettere l'Egitto, dove è cambiato tutto, per non cambiare nulla. Di nuovo i Fratelli Musulmani vengono messi al bando della società, non sorprendiamoci poi di quale potrebbe essere la reazione».

Molti cominciano a pensare che era meglio con i dittatori.

«Tutti lo stanno sostenendo, basta pensare a come al Sisi viene accettato e benedetto ovunque. E tutti dimenticano che il terrorismo e gli attentati erano parte anche di quelle società».

Il Mediterraneo, in passato crocevia di civiltà, oggi è simbolo di divisioni. Anche il rapporto tra le due sponde va ripensato?

«Abbiamo fatto danni prima, intervenendo sia economicamente che militarmente, e sostenendo i dittatori, e poi abbiamo fatto ancora danni quando c'erano segni di cambiamento, e non li abbiamo sostenuti. Il rapporto con questa parte del mondo va ripensato in termini di dialogo e di dialettica alta. Ma sarà difficilissimo, perché l'Europa deve fare dei passi avanti quando la gente è più resistente all'Europa. E dobbiamo ripensare il nostro rapporto con il Mediterraneo quando per molti esso significa immigrazione clandestina, tagliagole, incapacità di democrazia. Non sarà un esercizio facile riscrivere la narrativa, partendo da presupposti così negativi».

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