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venerdì 03 dicembre 2021
 
Il Nobel a Malala
 

Malala, ovvero: il mondo salvato dai ragazzi

10/10/2014  Il Nobel per la Pace a Malala è quasi un'investitura: in Pakistan il 40% ha meno di 14 anni, in Afghanistan il 65% delle popolazione ha meno di 24 anni.

Una bambina afghana in un gregge di pecore (Reuters).
Una bambina afghana in un gregge di pecore (Reuters).

Che lo voglia o no, il Nobel per la Pace assegnato a Malala Yousafzai, due anni fa quasi uccisa dai talebani per il suo semplice desiderio di andare a scuola, si colora di politica. Possiamo anche dire: della migliore politica.

Bisogna infatti tenere in conto (e chissà se gli accademici di Svezia l'hanno fatto) il momento particolare in cui questa assegnazione si inserisce. Malala, pakistana, fu ferita due anni fa a colpi di pistola nel suo villaggio nella Valle dello Swat, cioè una delle aree più travagliate al confine tra Pakistan e Afghanistan. 

Il Pakistan sta attraversando una fase molto difficile nella sua transizione dalla dittatura militare alla democrazia compiuta. L'islamismo militante è in crescita un po' in tutto il Paese ma nelle regioni di confine si salda con facilità al tradizionale ribellismo delle tribù nei confronti del potere centrale. E' una specie di scambio, perché la bandiera dell'islam a sua volta fornisce alle tribù una copertura ideale e ideologica per quelli che poi sono interessi anche molto concreti: commerci illeciti, commercio di armi, traffico di droga.
 
Sull'altro lato del confine c'è un Afghanistan che ha appena cambiato Presidente: dal controverso ma astuto Hamid Karzai, l'uomo dei mille intrighi cresciuto tra gli scontri delle tribù , l'equilibrista che negli ultimi tempi parlava dei "nostri fratelli talebani", ad Ashraf Ghani, un economista che si è formato all'Università americana di Beirut e specializzato alla Columbia University negli Stati Uniti, certo più avvezzo ai bilanci e ai centri studi occidentali che alle diatribe e agli interessi dei clan asiatici.

E' un salto non da poco, perché il rapporto con quell'entità oscura che per semplicità chiamiamo "talebani", e che nella realtà è un misto di religione, criminalità, tribù e concrete e legittime esigenze sociali (l'oppio alimenta una criminalità spesso diretta dai "talebani" ma è anche una risorsa di vita per milioni di contadini) che si sviluppo proprio a cavallo di questa frontiera, sarà decisivo per la tranquillità e il benessere dell'Afghanistan e del Pakistan nel prossimo futuro.

Il premio a Malala fa da prestigioso appoggio a un'idea di sviluppo, per queste regioni, in cui i diritti delle donne sono più rispettati fin dall'età giovanile, a partire appunto dal diritto all'istruzione. Il primo di una serie che poi, salendo con l'età, diventa il diritto a sfuggire ai matrimoni precoci e imposti, il diritto al lavoro, alla salute (l'Afghanistan è ancora uno dei Paesi al mondo in cui è più facile morire di parto: 50 donne al giorno ne restano vittime), alla libera espressione del pensiero, fino a ridisegnare (in prospettiva, certo) un ambiente assai diverso da quello in cui le donne hanno dovuto vivere da queste parti negli ultimi decenni.

Da Oslo arriva una suggestione difficile da ignorare: che il destino dell'Afghanistan e del Pakistan venga ora passato alle giovani generazioni, a giovani uomini e donne come Malala (il 65% degli afghani ha meno di 24 anni; quasi il 40% dei pakistani ha meno di 14 anni), più capaci di perdonare le offese, dimenticare i rancori e immaginare un futuro diverso nuovo.





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