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giovedì 24 giugno 2021
 
Più forte della mafia
 

Maldestro: «Grazie a mamma ho scelto Gaber invece della camorra»

09/05/2017  Figlio di un boss, il musicista racconta la sua difficile infanzia. Tanti amici sono finiti male. Lui no: grazie a un libro, un pianoforte e tanto amore

Se su Wikipedia si cercano informazioni sulla biografia di Maldestro, la prima cosa che si legge è: nome d’arte di Antonio Prestieri, figlio del boss della camorra Tommaso, oggi collaboratore di giustizia. Logico che lui voglia liberarsi da questo marchio che lo accompagna da quando ha iniziato a farsi strada nel mondo dello spettacolo: «Ne parlo adesso e poi mai più. Voglio che si parli di me solo per la mia musica».

A Sanremo ha fatto incetta di premi con la sua Canzone per Federica, contenuta nel nuovo album I muri di Berlino, altrettanto bello. «L’ho intitolato così perché dopo il 1989 si sperava in un mondo più aperto. E invece le barriere non sono cadute, anzi. E poi ci sono i muri interiori, che sono i più pericolosi. Oggi si comunica con i social network, invece secondo me dobbiamo tornare ad “annusarci”, come fanno gli animali, per conoscerci davvero».

Cominciamo da te. Maldestro di nome e di fatto?

«Sì, sono sbadatissimo. Per strada appena mi vedono tutti dicono: “Attenzione, passa Toni!”. Quando sono a tavola e si rompe qualcosa, subito tutti mi guardano perché sanno che sono stato io. Sul palco, poi, spesso quando ho finito di suonare mi dimentico di staccare il cavo della chitarra, inciampo sui fili e faccio cadere tutto».

La Federica della canzone esiste davvero?

«Sì, è una mia carissima amica che nonostante le avversità della vita che ha subìto ha sempre un sorriso per tutti. È contentissima della canzone, anche se mi ha chiesto di pagarle i diritti per l’ispirazione...».

La figura femminile più importante della tua vita è però stata tua madre. Ci racconti perché?

«Lei è diventata cieca quando mi ha partorito. Questa faccia da schiaffi non l’ha mai vista. Il nostro rapporto si basa tutto sul contatto fisico ed è bellissimo. Mamma dice sempre che se il mondo non avesse gli occhi sarebbe migliore, perché la gente prima di giudicare dovrebbe ascoltarti».

Quando tu avevi due anni ha scoperto chi era tuo padre, lo ha lasciato e ha cresciuto da sola te e tua sorella. Come ha fatto?

«Si è rimboccata le maniche: non si comprava le scarpe per comprarle a noi ed è andata con mia zia a pulire le case. Un custode mi ha detto che era bravissima perché puliva anche negli angoli dove lui non vedeva... Poi si è diplomata e ha lavorato come centralinista: insomma, mamma è un vero fenomeno».

È stata importante anche per la tua formazione artistica?

«Quando avevo 9 anni lei aveva una piccola tastiera che suonicchiava. Ogni volta che lo faceva, mi mettevo sulle sue ginocchia e ripetevo le stesse note. Così capì che ero portato per la musica e mi regalò un pianoforte. Poi mi comprò un computer e un libro, Il piccolo principe. Così ha cambiato la mia vita».

Quando hai capito di chi eri figlio?

«Sono nato e cresciuto a Scampia e per strada non mi sono mai sentito diverso, forse perché c’erano tanti bambini nella mia stessa condizione. I pregiudizi si sono fatti sentire a scuola e i primi a puntare il dito sono stati alcuni insegnanti. Per paura, credo, anche se ero un bambino innocuo, mi escludevano dalle attività, non mi facevano andare in gita. È stata dura, fino a che non è arrivato Claudio Nasti, il maestro di educazione fisica: è stato il primo uomo a credere in me. Mi ripeteva: “Tu hai qualcosa in più degli altri. Falla crescere”. Alla fine la metà dei miei compagni ha preso una brutta strada. Io no».

È stata la presenza di queste due figure forti a impedirti di non fare la fine di molti tuoi compagni?

«Sì, però dove non c’è una mamma forte dovrebbe esserci uno Stato che invece di mandare i carri armati come faceva quando io ero piccolo, dovrebbe spedire libri e matite nelle scuole. Detto questo, il mio quartiere è abitato per il 90% da brava gente che si spacca la schiena per portare a casa il pane. E a Scampia non ci sono solo le Vele, ma bellissimi parchi. E non si piange solo per il male, ma anche per amore. Io adoro la serie Gomorra e apprezzo Roberto Saviano. Però a New York, accanto a registi come Coppola e Scorsese che raccontano la mafia, c’è Woody Allen che racconta la parte più sensibile, ironica, un po’ folle della città. Mi piacerebbe che anche a Napoli ci fosse una voce così».

In effetti c’era: si chiamava Massimo Troisi...

«È vero, e infatti è il mio filosofo preferito, insieme a Giorgio Gaber. Ho cercato di colmare l’assenza di un padre con padri putativi come loro. Per 16 anni ho scritto commedie per il teatro. Poi è arrivata la musica e ora il mio obiettivo è far combaciare queste due parti: il teatro-canzone, insomma, sulle orme di Gaber».

Come sei passato dal teatro alla canzone?

«Per colpa di un altro padre putativo: Ivano Fossati. Mi spiace che si sia ritirato. Scrivere qualcosa insieme sarebbe un sogno».

Gaber, Fossati: sei molto distante dallo stereotipo del napoletano. Sei almeno tifoso?

«Quello sì. Il mondo del calcio mi piace poco, ma il Napoli è il Napoli».

Ti fidanzeresti mai con una ragazza juventina?

«(Ride, ndr). Ci ho pure provato, ma è durata pochissimo...».

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