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Mamma, nonna, eremita: quando la fede sale in baita

03/11/2016  La storia di suor Paola Biacino: il matrimonio annullato; la scelta maturata nel tempo e approvata dal vescovo; la nuova vita sulle Alpi, in Piemonte, non lontano dal Monviso (e dal monastero cistercense Dominus Tecum, di Pra 'd Mill), in un'ex essiccatoio per castagne.

Suor Paolo Biacino nel suo eremo a Pra 'd Mill, in Piemonte. Il servizio fotografico è di Matteo Montaldo.
Suor Paolo Biacino nel suo eremo a Pra 'd Mill, in Piemonte. Il servizio fotografico è di Matteo Montaldo.

Può un’eremita essere anche una mamma e una nonna? La storia di suor Paola Biacino, trentina, classe 1958, modi sportivi e un sorriso contagioso, dimostra che è possibile. Oggi il suo eremo è una piccola baita sperduta tra le Alpi piemontesi, nel territorio di Bagnolo (Cuneo), a Pra 'd Mill, non distante dal monastero cistercense Dominus Tecum. Ma prima di arrivare a questo approdo, suor Paola ha dovuto fare tanta strada. «La vocazione per la vita consacrata l’ho avuta a sette anni» racconta. «Volevo fare la missionaria». Altri, però, hanno deciso al suo posto: a 18 anni è stata costretta a sposarsi e ha iniziato una convivenza dolorosa, segnata da soprusi e ingiustizie. «Però sono arrivate anche tre splendide figlie, che ho cresciuto dando loro tutto l’amore possibile. Così quei trent’anni in famiglia sono stati la mia missione». 

Quando, dopo tante traversie, la Chiesa ha riconosciuto nullo il vincolo matrimoniale «e le mie ragazze ormai erano donne», Paola ha capito che era giunto il momento di riconsiderare la sua vita. «Non ho scelto l’eremo» precisa, «semplicemente ho scelto, ancora una volta, Cristo». Dal 2007 è un’eremita riconosciuta dal vescovo. Dodici anni fa ha abbracciato il silenzio della montagna. I primi nove inverni li ha trascorsi in una cella di pochi metri quadri (un ex essiccatoio per castagne, senza luce né bagno). Tuttora vive in quello spazio angusto, ma ha anche rimesso a posto un edificio vicino, più grande, rendendolo caldo e protettivo: «Così posso accogliere bene gli ospiti».

Sì, perché la sua è un’esistenza appartata, ma tutt’altro che isolata. «La preghiera è come un’antenna invisibile, che richiama a sé le persone» spiega. «Ho abbandonato la mondanità. Il mondo, però, con le sue fatiche e i suoi problemi, è sempre qui vicino a me». Quasi ogni giorno c’è qualcuno che sale in baita. «All’inizio tenevo un registro delle visite: nel primo anno sono state più di 750, da allora ho perso il conto». Arriva gente di ogni età, spesso segnata dal disagio: mancanza di lavoro, solitudine, instabilità psichica, ma soprattutto problemi familiari. Molte volte «la mia risposta è il semplice ascolto». Solo in alcuni tempi forti, come la Quaresima, suor Paola sceglie un ritiro più radicale e un cartello alla porta della cella chiede, per favore, di non bussare. 

La sua giornata inizia alle 3, con la recita del mattutino ed è scandita da preghiera e lavori manuali. L’eremo è pace ma anche lotta estrema: «Ti scarnifica dentro, riportando a galla le tensioni irrisolte. Tutto è amplificato dal silenzio. Bisogna tenere a bada i pensieri e affidarsi alla preghiera del cuore». Ci sono pianti e aridità, «ma quando esco da un periodo di crisi, misteriosamente avverto che non ne esco sola. Con me, stanno meglio anche altre persone».

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