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sabato 06 marzo 2021
 
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«Mamma, sono positiva» ed è iniziata un'odissea

26/11/2020  L'impresa di fare un tampone a Milano raccontato dalla nostra giornalista Orsola Vetri

«Mamma, sono positiva», una breve vacanza in Sicilia si è conclusa il 6 ottobre con questa comunicazione di mia figlia 21enne, rimasta a Milano con i fratelli. Nessun dramma, è giovane, si è sfebbrata nel giro di pochi giorni e diligentemente si è murata in camera per due settimane, seguendo con zelo le regole dell’isolamento che ormai tutti conosciamo. Ma la vicenda ci ha messo di fronte al caos totale in cui si trova l’Ats lombarda riguardo il sostegno a una persona positiva e l’importantissimo, almeno a parole, tracciamento dei suoi contatti. Alla notizia del tampone positivo, infatti, io e mio marito, che non vedevamo la ragazza da circa sei giorni, ci convinciamo di essere definitivamente e ineluttabilmente tracciati da Ats e, anche per senso civico, decidiamo di non salire sull’aereo che ci avrebbe portati a Milano in un’ora.

Ci sobbarchiamo così 1.500 km su un’auto a noleggio e per tutto il viaggio stiamo attenti, ai vari autogrill, a entrare in contatto con meno persone possibile. Arriviamo a casa in 18 ore per farci trovare da Ats isolati ed evitare, nel nostro piccolo, ulteriori contagi. Scopriamo ben presto che siamo stati più realisti del re. Ats infatti non si fa viva, come i medici di base dopo averci segnalato ci avevano detto che sarebbe successo, né per i tracciamenti dei contatti di mia figlia (vista l’età erano tanti e molto stretti), né per  fissare i controlli al resto della famiglia. Nessuno per quattro giorni dall’esito del tampone e una settimana dalla febbre.

Solo dopo insistenti telefonate ed e-mail all’uffcio che deve tutelare i cittadini in questa pandemia, qualcosa si muove. Ma per cosa? Per tracciare i possibili contagiati a una settimana dalla comparsa dei sintomi? Un po’ tardi, mi sembra. Per fortuna, come spesso capita, a fronte del vuoto assoluto prevale il buon senso delle persone. In assenza di istruzioni da Ats, su iniziativa di mia figlia, già dal primo giorno gli amici, l’università, i professori e anche i partecipanti a un’affollatissima festa vengono avvisati. Le singole persone provvedono privatamente a prenotare un esame diagnostico e si autoisolano. E noi familiari? Restiamo chiusi in casa aspettando che un tampone di Ats ci liberi e sancisca la guarigione di mia figlia (poi grazie a Dio avvenuta). E soprattutto ci prepariamo a resistere, da soli, nei prossimi lunghi mesi che si profilano davvero complicati.

 

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