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martedì 19 gennaio 2021
 
politica al femminile
 

Egitto: Manal, la prima donna cristiana governatrice

02/09/2018  Nata a Tanta 51 anni fa, veterinaria, copta, Manal Awad Mikhail è stata chiamata dal presidente al-Sisi a guidare la provincia di Damietta, sul delta del Nilo. Prima di lei solo un'altra donna, musulmana, aveva raggiunto questa carica.

(Foto tratta da www.egyptianstreets.com)

Per la prima volta in Egitto una donna cristiana copta raggiunge il vertice di uno dei 27 governatorati del Paese. Manal Awad Mikhail è stata scelta dal presidente al-Sisi come governatrice della provincia di Damietta, sul Delta del Nilo, a 200 chilometri dal Cairo.

Prima di lei, soltanto un’altra donna, di fede musulmana, Nadia Ahmed Abdou, era stata eletta governatrice - prima in assoluto nella storia del Paese - alla guida della provincia di Beheira. Tuttavia, nell’ambito del rimpasto voluto da al-Sisi, che ha rinnovato i vertici di 22 delle 27 province egiziane, anche la Abdou è stata sostituita. Tra le nuove nomine, cinque donne sono state chiamate come vice-governatrici in altrettante province, fra cui quelle del Mar Rosso e di Giza. 

Manal Mikhail, 51 anni, in passato è stata vice-governatrice della provincia di Giza. Originaria di Tanta, si è laureata in Veterinaria e ha poi conseguito un master e un dottorato di ricerca in Scienze naturali all’Università di Alessandria. Negli ultimi due decenni ha ricoperto numerosi incarichi nell’ambito dei suoi studi presso organizzazioni non governative egiziane e internazionali. Per i suoi studi nel campo dell’immunologia ha ricevuto vari premi.

Per la Mikhail si profila un compito certo non facile, in un Paese dove la poltrona di governatore è da sempre appannaggio del potere maschile e la grande maggioranza delle province sono governate da personalità provenienti dagli alti ranghi militari. 

Va ricordato che, nel Paese a stragrande maggioranza musulmana sunnita, i cristiani - che rappresentano circa il 15% della popolazione - sono tra i principali sostenitori del presidente al-Sisi, il generale dell’esercito salito al potere nel 2014 dopo il colpo di Stato da lui guidato e la cacciata del presidente Mohamed Morsi, espressione del movimento islamista dei Fratelli musulmani. E’ chiaro dunque che la nomina di Manal Mikhail, donna e cristiana, è una manovra prima di tutto strategica per il controverso presidente egiziano, duramente contestato da più parti per l’autoritarismo del suo governo e le violazioni dei diritti umani.

Va tuttavia sottolineato che il nuovo Esecutivo formato lo scorso giugno, dopo le elezioni che hanno visto la conferma di al-Sisi (contro un solo candidato sfidante ammesso) comprende otto donne ministre e quattro vice-ministre, il numero più elevato di sempre nel Paese.

In uno Stato in cui la violenza e gli abusi contro le donne rappresentano una piaga molto diffusa e allarmante (secondo l’Onu riguarda tre donne su quattro), la presenza femminile nel mondo della politica e delle istituzioni - per quanto strategica - acquista un importante significato simbolico e segna, comunque, una volontà di cambiamento. 

A dicembre del 2017 un tribunale del Cairo ha condannato a tre anni di reclusione per incitamento Nabih al-Wahsh, l’avvocato egiziano che in televisione aveva definito “un dovere patriottico" violentare una donna che indossa pantaloni provocanti. Alcuni giorni fa al-Azhar, la più alta istituzione musulmana sunnita d’Egitto, ha invocato a gran voce pene certe e severe per coloro che si macchiano di abusi contro le donne e ha condannato ogni tentativo di criticare o stigmatizzare il modo in cui una donna si veste o si comporta. 

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