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sabato 08 agosto 2020
 
 

Manca il lavoro, fuga dall'Italia

03/05/2013  A decine di migliaia “scappano” in Germania, negli Usa, ma anche in Belgio e in Cina, in cerca di migliori opportunità. Hanno tra i 20 e i 40 anni, dovrebbero essere il nostro futuro.

Immagina, puoi. Lo dice George Clooney in uno spot molto diffuso in Tv. Ecco, allora immaginiamo un uomo o una donna che un giorno decide di fare a meno dei sogni, un altro della speranza, un terzo dell’ambizione, il quarto del futuro. Che cosa potrebbe fare, quella persona? Che vita avrebbe? Non sarebbe un ben triste destino, il suo? Ma questo è proprio ciò che accade alla nostra società, che è un corpo vivo non meno di una persona fisica e che giorno dopo giorno rinuncia al proprio futuro. Nella quasi indifferenza generale, e soprattutto in quella delle cosiddette “autorità costituite”, essa regala ad altri speranze e futuro permettendo che decine di migliaia di giovani tra i 20 e i 40 anni, in gran parte culturalmente e professionalmente già formati, lascino l’Italia e vadano a studiare o lavorare all’estero, in Paesi che sono ben felici di accoglierli. Nel solo 2012, se ne sono andati 36.365 giovani tra i 20 e i 40 anni, pari al 45 per cento di tutti gli italiani che nell’anno si sono trasferiti all’estero.

In quella fascia d’età, gli emigrati sono aumentati del 25 per cento in soli dodici mesi. Chi ama la canzone napoletana ricorderà questi versi: «Partono i bastimenti / per terre assai lontane». Era l’Italia dell’emigrazione povera tra fine Ottocento e primi decenni del Novecento. Oggi non è più così. Emigrano ragazzi diplomati e laureati, oppure in cerca di lavori non necessariamente umili, e non vanno lontano, anzi: si accontentano di girare l’angolo, certi di trovare comunque opportunità maggiori di quelle offerte dal nostro e loro Paese. Approdano soprattutto in Germania (che nel solo 2012, informa l’Albo degli italiani residenti all’estero, ha accolto quasi 11 mila nostri connazionali), per salire a bordo della potente locomotiva economica ma pure per approfittare di un Paese con regole precise e funzionanti.

Ma anche in Francia, Svizzera, Gran Bretagna, Belgio. Persino in Spagna! Ci sono i sempiterni Stati Uniti, superati però, almeno nei numeri, anche dall’Argentina. E naturalmente, i Paesi emergenti come il Brasile e l’Australia. In queste pagine abbiamo raccolto alcune storie esemplari, una pattuglia di giovani che ben rappresenta lo stillicidio di energie positive, ormai diventato ruscello, cui l’Italia si espone senza reagire. Eppure non sarebbe impossibile trattenere quelli come loro. Se il Governo Letta appena insediato fosse a corto d’idee o impossibilitato ad andare a cercare i giovani emigrati come abbiamo fatto noi, gli basterebbe aprire un computer e consultare le “proposte per il futuro” del movimento Io voglio restare (www.vogliorestare.it).

Niente di sconvolgente, molto normale ma prezioso buonsenso. Protezione della maternità e della paternità, da dichiarare “diritti universali, a prescindere dalle forme contrattuali”; più fondi per lo studio e per la ricerca (dove invece, negli ultimi anni, si è tagliato a più non posso); riduzione delle “irregolarità contrattuali” e del finto lavoro autonomo; un piano per l’occupazione giovanile; diritto alla casa. Provvedimenti che costano, ovviamente. Ma tutto costa: anche la cassa integrazione di massa, la politica, l’evasione fiscale, il dissesto del territorio e le barriere burocratiche all’iniziativa economica costano, e molto. Proprio a questo, però, serve una classe dirigente che si possa chiamare tale: a decidere per che cosa impegnarsi. E il futuro delle persone e del Paese non è poca cosa.

                                                                                                                  Fulvio Scaglione

Infografica realizzata da Laura Ferriccioli


Colonia, esterno giorno. Alle 16 di un mercoledì qualunque, Sergio Trimboli, ingegnere foggiano di 28 anni, ha già finito di lavorare
. Anziché staccare alle cinque, come usa in Germania, preferisce saltare le pause e tenere per sé il resto della giornata. “Inoltre ho 45 giorni di ferie all’anno e, visto che adesso me lo posso permettere, li sfrutto per regalarmi qualche viaggio”, racconta entusiasta. Al quartier generale europeo della Ford – dove dal 2011 è controls engineer – Sergio doveva rimanere soltanto tre mesi; invece, dopo appena due settimane dall'arrivo si è visto inoltrare la proposta di assunzione. Più che una sorpresa, il Vollzeit, leggi lavoro a tempo pieno e indeterminato, per lui in Italia sarebbe stato un miracolo: troppo innovativo il suo dottorato di ricerca in information technology. “Nel nostro Paese l'offerta di lavoro per posizioni che richiedono livelli teorici avanzati non esiste”, afferma con una punta di amarezza. “E finché chi avrebbe le giuste competenze per innovare sarà costretto ad andare all'estero, l'industria non potrà che rimanere in stallo”. Sergio, in Germania non solo è soddisfatto del lavoro che fa, ma con 2.600 euro netti al mese, considerato anche il costo della vita più basso, si è sistemato bene

E non è certo l'unico. Sono 685mila gli italiani espatriati nella prima potenza economica europea. E mentre l'afflusso di persone addette agli ambiti classici della gastronomia e dell'hôtellerie è pressoché stabile dagli anni Sessanta, è ora il turno di chi cerca un'occupazione consona ai propri studi. Nel 2011, secondo l'Istat, il 28% degli emigrati con più di 24 anni era in possesso di laurea (circa 11mila), e la maggior parte ha considerato più attraente la locomotiva tedesca rispetto alle altre destinazioni classiche della nostra emigrazione come Svizzera e Regno Unito. Convalidano la scelta gli ultimi dati economici: seppur minore del previsto, il PIL della Germania ha segnato una crescita anche l'anno scorso (+0,7%, dati Istituto Federale di Statistica Tedesco), e con un tasso di disoccupazione del 5,3%, cioè meno della metà della media europea, l'attuale economia teutonica è in controtendenza rispetto al resto del continente. È il porto sicuro più vicino, insomma. Dove chi arriva trova stabilità politica, welfare, case a buon prezzo e ottima qualità della vita. E, naturalmente, lavoro

Già, perché quelli come Sergio, che in Italia non trovano da fare, nel “paese della Realpolitik” si collocano facilmente. Ingegneri di qualsiasi branca, medici, informatici, matematici e, in generale, i laureati in discipline tecnico-scientifiche, sono i più richiesti. “In Germania continua a crescere la mancanza di personale qualificato”, conferma l'Associazione tedesca dei datori di lavoro, “e gli italiani sono i benvenuti”. “È vero, qui in Germania abbiamo fama di essere preparati e svegli”, aggiunge Trimboli, “anche perché la nostra università non è così deplorevole come spesso si pensa, anzi. Le facoltà tecniche del Belpaese non hanno nulla da invidiare nemmeno a quelle americane. Peccato che poi la formazione dobbiamo rivendercela altrove”.


Per informazioni su opportunità di lavoro in Germania, sovvenzioni comunitarie e programmi di training dedicati a chi cerca lavoro dall'estero:

www.jobofmylife.de (Ministero del Lavoro tedesco)
www.europa.eu/eures (Portale europeo della mobilità professionale)

                                                                                                                Laura Ferriccioli

"Il mio unico rammarico è di non essere venuto via prima". Gabriele, 33 anni, di Bergamo, laurea in informatica con il massimo dei voti, dopo alcuni stage non ha fatto fatica a immettersi nel mercato del lavoro in Italia, nel 2006. “E questo è stato il mio problema”, dice da Düsseldorf, dove un anno e mezzo fa l'hanno assunto come business analyst in una multinazionale di gas ed energia. “Perché in Germania, se non fai passi falsi, nel giro di 4-5 anni arrivi a essere dirigente, mentre io, avendo perso tempo a lavorare a Milano, sono in ritardo". Eppure, anche all'ombra della Madonnina, Gabriele era consulente per conto di due grandi aziende. "Le possibilità di fare carriera, però, non c'erano, benché nei vari progetti arrivassi a coordinare 3-4 persone. Nel frattempo, avevo responsabilità e orari di lavoro pesantissimi". E così, delusione dopo delusione, quando un ex collega gli ha fatto sapere che cercavano qualcuno nella società dov'è adesso, non ha esitato a inviare la candidatura. "Se non ti manda Picone, in Italia trovi sempre qualche superiore che ha interesse a metterti i bastoni fra le ruote", continua l'informatico. "Qui non è così: grazie anche a volumi d'affari molto più consistenti. Arrivando in città, si vedono già sfilare lungo il tragitto dall'aeroporto talmente tante sedi di aziende tra le più famose del panorama economico mondiale da avere subito un'idea della ricchezza del territorio". Lo stipendio? Sin dall'inizio, il doppio di quello da team leader a Milano. "In più, qui si portano in detrazione persino i mobili di casa e, con le spese del trasferimento, l'anno scorso ho avuto diritto a un rimborso di tremila euro da parte dell’erario tedesco, fra l’altro già erogato a settembre dopo la dichiarazione dei redditi di aprile. Ed era in ritardo".


TAPPA OBBLIGATORIA PER I RICERCATORI

Tanti neanche ci provano a collocarsi in Italia. La Germania investe in formazione e sviluppo una percentuale del prodotto interno lordo (2,8% nel 2009, Ministero federale dell'Istruzione tedesco) superiore alla media europea, perciò non stupisce che chi vuole intraprendere una carriera nella ricerca universitaria, il più delle volte punti direttamente alla Repubblica federale appena conseguita la laurea o, al più tardi, alla fine del dottorato. A Simone Pompei, folignate di 28 anni, per ottenere un colloquio presso il gruppo di ricerca in fisica teorica dove insegna da pochi mesi, a Colonia, è bastato lo scambio di poche e-mail. La possibilità di rimanere in Italia dopo il dottorato ce l'aveva, "ma avrei fatto il precario", spiega. "Oltretutto in un settore di ricerca diverso da quello che mi interessa". Più di duemila euro netti al mese e un contratto sicuro per i prossimi due anni, hanno reso la sua una scelta azzeccata. Anche per quanto riguarda l'efficienza organizzativa del nuovo ambiente, Simone è soddisfatto: "Ho una segretaria quasi in esclusiva", racconta. "Dalla posta alla ricerca di un appartamento gestisce di tutto e, addirittura, se ci accorgiamo che serve materiale di cancelleria o altro, lo va a comprare… Cose di una semplicità estrema, mai viste in Italia: lì, chi ha questo ruolo si ritrova in media sulle spalle un intero dipartimento". E a proposito di case, come il resto della Germania, la città con il duomo patrimonio dell'Unesco non è cara, specie se paragonata a Roma e Milano: 600 euro per un bilocale di 50 metri quadrati, arredato e vicino al centro, posson bastare. Spese comprese.


NON SOLO LAUREATI

Con una disoccupazione giovanile al 38,5% (febbraio), è facile immaginare che in tanti lasceranno ancora l'Italia per lavorare in Germania, dove fra l'altro i contratti sono in media più stabili che da noi. Sul mercato globale, infatti, la domanda di prodotti tedeschi altamente specializzati come automobili e macchinari, si mantiene forte. Gran parte dell'industria è concentrata tra la Baviera e il Baden-Wuerttemberg, ma ci sono posti di lavoro disponibili in tutto il Paese: circa un milione, secondo le stime ufficiali. E, dato che in terra germanica i lavoratori italiani sono conosciuti sin dai tempi dei Gastarbeiter (letteralmente, "lavoratori ospiti", chiamati negli anni 50), le aziende sono ben disposte ad assumere chi arriva da oltre confine.

Accanto ai laureati in discipline tecnico-scientifiche, trova facilmente impiego personale qualificato in settori come metallurgia, automotive ed energia. Tra le figure più ricercate anche infermieri, programmatori e artigiani (elettricisti, saldatori, idraulici, ecc.). “In genere, a chi entra per la prima volta nel nostro mercato del lavoro, viene offerto un primo contratto a termine” fanno sapere dall'Associazione tedesca dei datori di lavoro, “ma nel 60% dei casi diventa a tempo indeterminato, e il periodo di prova può durare al massimo sei mesi". Condizione essenziale, conoscere il tedesco. Partire in cerca di un lavoro senza saperne neanche una parola può infatti comportare il rischio di doversi accontentare di "lavoretti", ad esempio i part-time cosiddetti "minijob", pagati 400 euro al mese. Perciò, a meno che non si abbia già un impiego stabilito all'interno di uno dei tanti ambienti multiculturali in cui si comunica in inglese, come università e multinazionali, la lingua tedesca bisogna impararla prima possibile. Per gran parte delle assunzioni è infatti richiesto il livello di conoscenza B2, rilasciato da qualsiasi scuola e raggiungibile da principianti in due anni di studio. Il Goethe Institut registra non a caso un aumento di iscritti (+25% in Italia nel 2012) ai corsi intensivi e sta avviando piani di studio professionali specifici per le categorie più richieste (informazioni: www.goethe.de/corsi).

La buona notizia è che si può iniziare con impieghi legati all'e-commerce e al marketing on line, in cui l'inglese è sufficiente, e approfondire nel frattempo la lingua di Goethe a costi irrisori in una delle tante università popolari (Volkshochschulen) disseminate in tutta la Germania. Un'altra possibilità è fare dell'italiano un punto di forza, sfruttandone la conoscenza nel settore turistico o all'interno di società che hanno continui rapporti commerciali con l'Italia. Chi è diretto a Berlino, può tentare in questo senso la carta dei numerosi call center. “A Francoforte le aziende italiane non mancano”, dice Tiziana Lastaria, insegnante 48enne, di Napoli, che vive da molti anni nella capitale della finanza tedesca. "E, in generale, qui di disoccupazione non si sente parlare. Però è chiaro che chi conosce la lingua ha molte più chance di trovare un impiego. Inoltre, nella mentalità tedesca è inconcepibile che una persona non abbia una preparazione professionale, perciò come minimo un attestato, anche di corsi privati, è bene portarlo con sé: approdare in Germania in cerca di lavoro solo con il diploma delle medie, per dire, è un azzardo pericoloso, perché così da queste parti faticano a trovare lavoro anche i ragazzi madrelingua".

Per farsi riconoscere titoli e qualifiche si può cominciare da qui: http://www.anerkennung-in-deutschland.de/tools/berater/en/berater.

Per le opportunità di lavoro nelle varie aree del Paese: www.europa.eu/eures e www.thejobofmylife.com.

Inoltre, ci si può rivolgere ad agenzie private (in inglese) e, se si conosce già un po' di tedesco, consultare i siti web di aziende come Siemens (360 posti per professionisti esordienti e di medio livello), Daimler-Mercedes (60 posizioni aperte a Stoccarda), Volkswagen (453 offerte, principalmente tra Kassel e Wolfsburg), Bayer, ecc.

Su www.make-it-in-germany.com si trovano invece consigli pratici, dalla preparazione del curriculum a come ambientarsi una volta a destinazione e, infine, il social network professionale più usato in Germania si chiama Xing.

VIETATO IMPROVVISARE

A Monaco, la città dove gli alloggi costano di più, le visite per prendere un appartamento in affitto sono molto affollate. “Di media ci si ritrova in 15 interessati alla volta”, racconta Fabrizio Sperlinga, giovane medico di Catania che ad aprile inizierà il tirocinio in un ospedale della capitale bavarese. Va meglio nelle altre città, ma che ci sia o no di mezzo un'agenzia, bisogna fornire determinate garanzie ai proprietari: in mancanza di una busta paga che dimostri un reddito sufficiente a coprire l'affitto, i tedeschi richiedono al padrone di casa precedente di confermare l'assenza di arretrati. In alternativa, serve un documento chiamato Schufa, che attesta in generale la buona condotta creditizia degli aspiranti inquilini. Tutte cose che chi è fresco di trasferimento non può procurarsi. Attenzione, quindi, perché se non si parte con un lavoro già organizzato, il rischio di rimanere a lungo ospiti di amici e conoscenti in attesa di trovarne uno è alto.

                                                                                                                 Laura Ferriccioli

Stipendi più alti e, in media, costo della vita più basso. Succede in Germania, dove i cittadini hanno servizi e supporti pubblici, in Italia perfino difficili da ipotizzare. Prendiamo la sanità: è efficiente, spesso i macchinari sono d'avanguardia, e non si pagano né visite specialistiche né ticket. Tutto è compreso in un'assicurazione, pubblica o privata, che rientra nel carico fiscale. Unica eccezione, il lavoro del dentista, perché parte del conto, comunque meno caro che da noi, è da saldare, mentre controllo annuale ed emergenze sono gratuiti. Poi ci sono le sovvenzioni, tante e in diversi ambiti, dagli asili nido alla creazione di imprese, fino alla disoccupazione. Perdi il lavoro? Lo stato ti dà un sussidio e può arrivare a pagarti l'affitto. Il tutto, attraverso un sistema che, diversamente dalla nostra cassa integrazione, spinge a ricollocarsi. Aspetti un bambino? Pronti con un pacchetto di visite ostetriche gratuite. E per ogni figlio, da quando nasce fino a che non spegne 18 candeline, ai genitori vengono elargiti 184 euro al mese: indipendentemente dal fatto che lavorino o meno e dal reddito familiare. Un reddito che subisce fra l’altro un’imposizione fiscale cumulativa, tramite dichiarazione congiunta dei coniugi.

Se poi i ragazzi studiano, cosa non proprio scontata visto il sistema scolastico selettivo per cui, se non si è bravi già alle medie, all'università non si può accedere, il Kindergeld, come viene chiamato, va avanti fino ai 25 anni. Cominciano a lavorare presto? Molto probabilmente hanno usufruito, verso i 16-17 anni, di un apprendistato messo a punto dalla scuola con alcune aziende. È il welfare, bellezza, quello con la "w" maiuscola. E, come spiega Gabriella Di Cagno (vedi l'intervista nell'articolo successivo), coautrice insieme a Simone Buttazzi del libro "Tutti a Berlino", guida pratica per Italiani in fuga, “è un insieme di attenzioni per la popolazione che va oltre la necessità: il criterio base è quello di prevenire l’emergenza sociale, garantendo una qualità della vita migliore per tutti". I costi? Circa 200 miliardi di euro all’anno soltanto per la parte a favore della famiglia. Eppure, con un’economia in crescita nonostante la crisi, la Germania raggiungerà il pareggio strutturale di bilancio nel 2014. Proprio riducendo il deficit pubblico.

                                                                                                                    Laura Ferriccioli

Scuole statali bilingui, sovvenzioni per le attività extra scolastiche, un'istruzione che predispone a diventare autonomi, e persino un telegiornale dedicato. L'infanzia in Germania scorre attraverso un'infinita serie di opportunità per divertirsi, crescere e imparare, sviluppando al massimo la capacità di inserirsi sin da piccoli nel tessuto sociale. Anche perché uno speciale sistema di convenzioni impone il rispetto per i bambini. "In strada sono liberissimi di fare qualunque cosa, non ci si può azzardare a parlargli o a fotografarli e c'è una rete di protezione talmente alta che a 5-6 anni vanno a scuola da soli", dice Gabriella Di Cagno, “berlinese” dal 2007. "Naturalmente le eccezioni esistono, ma sono rare. Poi, addirittura, se in casa un bimbo fa chiasso durante gli orari di riposo, i vicini non possono protestare, perché i piccoli hanno diritto a esprimere la loro libertà e la loro creatività".

Nel frattempo, tra i banchi di scuola apprendono come sbrigarsela da grandi nelle questioni pratiche della vita. A 10 anni li aspetta una materia simile alla nostra educazione civica ma che, neanche a dirlo, in pieno spirito teutonico si articola in maniera più pragmatica. "Spieghiamo nei dettagli come funziona l'assicurazione per l'assistenza sanitaria, ad esempio; oppure, cosa significa andare in pensione, perché esistono i sussidi per la disoccupazione, ecc.", precisa Tiziana Lastaria, che alle scuole elementari e medie Deutschherrenschulen di Francoforte insegna proprio politica, oltre a italiano e geografia. Di statali come la sua, dove si studia sia nel nostro idioma sia in quello di Goethe, nel Paese ce ne sono molte ma l'ingresso non è sempre immediato. "Dati i continui arrivi di famiglie italiane per effetto della crisi, il prossimo anno ci organizzeremo anche noi, ma al momento non ammettiamo alunni che non parlano tedesco. E non siamo i soli: è necessario che i bimbi frequentino prima un corso di lingua, magari da piccoli", spiega Tiziana.

Il suo consiglio per chi arriva in Germania con minori al seguito è di rivolgersi, oltre che ai consolati, direttamente al provveditorato agli studi più vicino (Staatliche Schulämter), dove si può avere una consulenza pedagogica individuale, in inglese, sul percorso di inserimento opportuno. Si va diretti, invece, alla Scuola Europea di Berlino, un'istituzione che la capitale vanta in esclusiva per i bambini provenienti dal resto del continente. È gratuita e in linea con il sistema scolastico tedesco, ma ha una peculiarità: include ore di attività ricreative e gli insegnanti fanno lezione in mezzo ai ragazzi, i quali lavorano in gruppi e creano presentazioni in Power Point delle varie ricerche che mettono in piedi. Così, rimanerci fino alle quattro di pomeriggio non è pesante.

"Le nostre bambine, quando sono malate insistono per andare a scuola perché c'è sempre in programma qualcosa che gli interessa seguire, ed è così per quasi tutti i loro compagni, raddoppiati, fra l'altro, negli ultimi due anni – raccontano Adalberto e Natalia. Milanesi, dopo aver conosciuto entrambi la metropoli sulla Sprea mediante trasferte di lavoro, nel 2006 se ne sono innamorati definitivamente. Se molti, infatti, trovano in Germania un riparo dalla crisi economica, sono altrettanti quelli che la scelgono semplicemente per la qualità di vita che offre. “Noi ci siamo trasferiti proprio per le bimbe, che adesso hanno 9 e 11 anni: volevamo dare loro la possibilità di vivere in un luogo dove tutto è più semplice”, spiega Natalia. "E dove l'influenza nefasta della Tv è minore.

Intendiamoci, in Germania i palinsesti commerciali sono come in Italia, non è che qui sia tutto meraviglioso. Ma di sicuro non si trovano ragazzine che sognano di fare le soubrette e un'alternativa c'è: si chiama Kika ed è un canale pubblico che oltre a intrattenimento e trasmissioni istruttive, propone un notiziario molto ben fatto, pensato per i bambini". Lei, da quando l'azienda italiana per cui lavorava in remoto ha chiuso i battenti, si occupa di affittare ai turisti un appartamento che ha acquistato a Berlino subito dopo l'arrivo, mentre Adalberto, regista pubblicitario, lavora a Milano e fa il pendolare più volte al mese. "Anche l'impostazione scolastica meno nozionistica, volta a costruire un'autonomia del bambino, ci piace molto – affermano –, perché serve alla crescita". Fuori dalle aule, poi, i ragazzi a Berlino hanno una miriade di corsi fra cui scegliere, strutturati in maniera divertente e supportati dall'amministrazione pubblica. "La differenza con l'Italia è che qui, dalla musica allo sport, qualsiasi attività che si può immaginare c'è e costa in media 20 euro al mese, perciò hai l'opportunità di farne fare a tuo figlio anche due o tre", sottolineano marito e moglie. "L’unica cosa che manca sono i nonni", conclude Adalberto. "Ma ogni tanto, per fortuna, arrivano".

                                                                                                               Laura Ferriccioli

Fabrizio Sperlinga, catanese, 28 anni, neurochirurgo, davanti a una stazione della metropolitana di Monaco di Baviera.
Fabrizio Sperlinga, catanese, 28 anni, neurochirurgo, davanti a una stazione della metropolitana di Monaco di Baviera.

In Italia, fra pochi mesi avrà il concorso per la specializzazione in neurochirurgia. Ma a Fabrizio Sperlinga, catanese di 28 anni, fresco di laurea in medicina, poche settimane di tirocinio in un ospedale pubblico di Monaco di Baviera sono bastate, a settembre, per capire dove proseguirà. “Ovviamente non potevo occuparmi dei pazienti ma il Boghenhausen è un policlinico di alto livello dove ho visto e imparato cose nuove", racconta. "La struttura? Solo in neurochirurgia ci sono 80 posti letto, in un reparto perfino il parquet. Ovunque, macchinari d'avanguardia e personale numeroso, fra cui tanti italiani. L'ambiente, del resto, è multiculturale e i medici, disponibilissimi, traducevano per me dal tedesco all'inglese". Unico neo, giornate lavorative di 10-11 ore, compensate da ferie più lunghe. “Ma mentre nel nostro Paese lo stipendio di uno specializzando è fisso a 1.800 euro al mese, in Germania si parte con 2.300 il primo anno e si sale gradualmente fino a quasi 5mila", spiega il giovane medico.

E per entrare, niente concorsi. Basta una mail di richiesta: nel "Paese della Realpolitik", dove attualmente sono circa 12mila i posti vacanti per personale sanitario, la risposta te la danno subito. "In Italia, addirittura, uno dei miei docenti non sapeva usare il computer", ricorda Fabrizio, che nella capitale bavarese si è dato da fare contattando strutture sanitarie appena dopo la laurea. Ha fatto centro al secondo tentativo, si è procurato i documenti necessari e ha passato il colloquio. In tedesco. "Non ho padronanza della lingua", dice, "ma sto accelerando con un corso intensivo verso il livello B2, obbligatorio per l'abilitazione". Nel frattempo, tra Roma e Catania ha concluso le procedure burocratiche e dal 10 aprile, giorno in cui aveva fissato la partenza definitiva, è di nuovo a Monaco. Auguri, Fabrizio. In Italia, purtroppo, ci sarà un (altro) neurochirurgo in meno.

                                                                                                           Laura Ferriccioli

Gli unici che ci superano, fra gli immigrati dall'Unione europea, sono i polacchi, in assoluto i più numerosi. Nemmeno gli spagnoli, che pure nell'ultimo anno sono affluiti a frotte (+24,5%), formano a Berlino una comunità ampia come la nostra. Con un aumento del 13,4%, nel 2012 gli italiani residenti nella città-Stato hanno quasi raggiunto, secondo l'Istituto di Statistica del Brandeburgo, quota ventimila (19.770). Fra i quali, stando agli ultimi dati dell'Ambasciata italiana, 8.700 studenti abbassano l'età media. E se dagli anni Sessanta Berlino è bravissima ad attirare artisti e musicisti, oggi il flusso migratorio dall’Italia s'è fatto più corposo, con giovani in cerca di impiego serio e senza raccomandazione, famiglie attirate dalla qualità della vita e perfino pensionati. Già, perché nella capitale che il sindaco Wowereit ha definito "povera ma cool", lo stato sociale è alto come nel resto della Germania ma l'esistenza scorre a ritmi meno stressanti e a portata di tutte le tasche.

La scrittrice Gabriella Di Cagno, autrice, insieme con Simone Buttazzi, di un manuale per i connazionali che hanno in mente di emigrare, "Tutti a Berlino".
La scrittrice Gabriella Di Cagno, autrice, insieme con Simone Buttazzi, di un manuale per i connazionali che hanno in mente di emigrare, "Tutti a Berlino".

Berlino non ha la finanza di Francoforte, il commercio di Amburgo o l'industria di Monaco. Colpa di una eredità storica legata alla divisione della città, che anche nella zona occidentale ha prodotto seri danni alla produzione e, in seguito, per una riunificazione avvenuta sul piano economico al di sotto delle aspettative. Fatto sta che oggi, più che di soldi, la capitale è ricca di idee. E, fedele alla sua identità basata sulla tensione al cambiamento, è cosmopolita, culturalmente stimolante e in forte espansione urbanistica. "A Berlino c'è quel pizzico di “anarchia” che rende l'atmosfera più distesa rispetto alla Germania tipica, più sul vivi e lascia vivere", afferma Gabriella Di Cagno, 52enne, passata sei anni fa da Firenze all’ex cuore della “Guerra fredda” e autrice, insieme a Simone Buttazzi, di un manuale apposito per i connazionali in procinto di emigrare, "Tutti a Berlino" (ed. Quodlibet, 189 pp., 12 euro) aiuta a muoversi spediti negli uffici pubblici della capitale – con tanto di modulistica riprodotta per non farsi cogliere impreparati nella compilazione – e a superare ostacoli non solo istituzionali. Il vademecum, che a maggio sarà presentato a Milano (per informazioni, http://www.tuttiaberlino.eu), prende in esame ogni aspetto della vita berlinese e lo traduce ai principianti: dalle modalità d'acquisto e di locazione degli immobili alle tasse sul reddito, dalle istruzioni per l'uso dell'assistenza sanitaria alla scelta dell’asilo per i figli. Con in più una serie di indirizzi utili per perfezionare il tedesco, ad esempio, o per sistemare e arredare casa fino a cucinarci, volendo, con gli ingredienti giusti in italiano.

Il capitolo introduttivo si intitola Primi passi in Prussia. È così rigido e burocratico l'ambiente berlinese?
“Qui vige un sistema di regole dove tutto è canalizzato. E vale la pena inserirsi rispettando le procedure a cominciare dall’Anmeldung, ovvero dalla registrazione anagrafica presso le autorità tedesche. Va fatta entro due settimane, è compatibile con la residenza italiana ed è indispensabile per qualunque cosa, dall’apertura di un conto corrente bancario all’affitto di un appartamento. Senza contare che dà accesso al welfare”.

Nel frattempo, finché non ci si iscrive all’AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero), per le cure mediche vale la tessera sanitaria italiana…
“Certo, perché l’Italia garantisce il rimborso delle prestazioni erogate. Negli ultimi anni, però, i tedeschi si sono fatti diffidenti: il nostro è un Paese in crisi, ritenuto insolvente, e per questo può capitare che i medici anziché accettare la tessera italiana emettano fattura da saldare all’istante. Compiono un’infrazione, per cui ci si potrebbe addirittura rivolgere alla polizia, ma certo è che vivere tutti i giorni con un documento mal visto e dover discutere è molto sgradevole”.

I costi dell’assistenza sanitaria tedesca, però, possono spaventare...
“È vero ma se si ha un’occupazione non sono un problema. Per i dipendenti paga il datore di lavoro insieme al resto delle tasse, mentre per gli autonomi i versamenti corrispondono al 15% del reddito lordo, qualsiasi esso sia, con una quota minima di 150 euro l’anno. E il sistema, oltre a essere ben pensato, funziona con efficienza. Consente di farsi visitare da qualsiasi specialista privato senza obbligo di passare dal medico di base, il quale peraltro non è fisso come in Italia, e senza dover sborsare nulla. Fino a dicembre scorso si pagavano 10 euro di contributo trimestrale agli ambulatori ma a gennaio 2013 è stato abolito e anche per gli esami non esistono ticket, sono gratuiti. Il dentista, invece, non è incluso, ma i conti non sono astronomici e per le cure c’è un contributo della cassa sanitaria. Io, ad esempio, per cinque otturazioni rifatte di recente passando dal vecchio piombo alla nuova malgama ho speso 250 euro. E non ho nemmeno dovuto anticipare la parte di competenza pubblica, perché la differenza che non è a carico del paziente risulta sempre tramite il microchip della tessera sanitaria e viene scalata in automatico dal totale. Un altro elemento positivo è che a Berlino avere un sostegno psicologico non è da ricchi, anzi è piuttosto consueto: lo Stato stanzia appositamente milioni di euro l’anno. E se gli ambulatori pubblici sono strapieni, la cassa sanitaria paga fino a 50 sedute in quelli privati”.

A proposito di sostegni pubblici: ci sono ancora immigrati che, come in Gran Bretagna, approfittano dei sussidi per vivere il più possibile a spese dello Stato?
“Sì, è chiaro che un certo tipo di persona, diciamo poco affezionata al lavoro, qui trova terreno fertile. Negli uffici pubblici, però, ci hanno assicurato, mentre raccoglievamo informazioni per il libro, che i primi a marciarci sono i tedeschi. I berlinesi sono abituati all’assistenzialismo per via di una mentalità che affonda le radici nel dopoguerra, quando tutto per loro era garantito sia a Est che a Ovest. Sono viziati, sinceramente non li invidio. Comunque, accedere ai sussidi adesso è diventato una gara a ostacoli, cercano di sfinirti psicologicamente. Dal 2009, con la grande crisi nel Sud Europa, la maglia degli aiuti statali si è ristretta e, nell’ultimo anno, il governo Merkel ha deciso di bloccare le erogazioni agli stranieri. Un provvedimento per il quale molti si sono rivolti anche al tribunale”.

Oltretutto, trovare un buon lavoro non dev’essere tanto semplice...
“Berlino è immersa nella disoccupazione. Nonostante questo, c’è un afflusso di massa dal Sud Europa di neolaureti e di persone con abilità in ambiti informatici e creativi, in grado di lavorare nel settore molto trainante delle start-up digitali. Fermo restando che gli ingegneri di qualunque branca sono sempre i benvenuti. Poi, le possibilità di impiego, specie in campi meno istituzionali, sono molteplici: collocarsi in fabbrica o nell’amministrazione pubblica è più difficile, perché c’è maggiore concorrenza da parte dei madrelingua, ma se un italiano ha inventiva, di possibilità qui ne ha. Ad esempio, se un educatore dall’Italia vuole venire a Berlino, parlando il tedesco ha la possibilità di lavorare come Tagesmutter, anche se è uomo. Funziona così: tu apri un asilo a casa tua, fino a cinque bambini, e lo Stato ti finanzia. Basta un appartamento normalissimo, con minime misure di sicurezza”.

È sempre così immediato mettersi a lavorare in proprio?
“Le procedure burocratiche per aprire un’attività sono molto più semplici che in Italia. Anche per un caffè o un ristorante, non occorre il budget che servirebbe a Milano, né tantomeno si rischia di essere taglieggiati. Una cosa, quest’ultima, non da poco, dato che la qualità della vita ha a che fare anche con la sicurezza personale e del proprio patrimonio. Investire a Berlino fa sentire entusiasti, perché i rischi sono contenuti e se si è sprovvisti di capitali non è complicato avere sovvenzioni statali. Infatti la città attrae sia le persone che hanno spirito d’impresa sia quelle che in Italia si trovano svantaggiate. Per alcune categorie professionali, come quella degli artisti – nella quale rientrano tutti i mestieri intellettuali –, c’è inoltre a disposizione una cassa sociale che fa da datore di lavoro pagando agli iscritti quasi tutti i contributi pensionistici e metà dell’assicurazione sanitaria”.

Un’altra agevolazione è data dai prezzi degli affitti. In Tutti a Berlino-Guida pratica per italiani in fuga è riportata una quota media a metro quadro di 7,55 euro, corrispondente al luglio 2012, con una punta massima di 12 euro a Unter den Linden...
“Però trovare un appartamento a Berlino adesso è diventato veramente difficile: occorre presentare una mole di documenti, non proprio a portata di mano, per dimostrare che si è in grado di pagarlo. Per questo, in molti approfittano del Nachmieter, un vantaggio insito nei contratti di locazione: si tratta di un subentro, legale, che non richiede nemmeno il cambio d’intestazione. È molto applicato, anche perché i tedeschi vivono perlopiù in affitto e cambiano casa spesso”.

È facile, dunque, per i tanti italiani che investono nel mattone a Berlino procurarsi una rendita tramite locazione?
“Facilissimo. Fino a poco tempo fa mi sono occupata anche di compravendita immobiliare e ho sempre avuto un gran numero di richieste. Fra l’altro, gli italiani comprano per affittare ai connazionali, i quali bypassano così la montagna di documenti che i tedeschi richiedono. È vantaggioso sia per i proprietari sia per gli inquilini, tanto che si è creata una sorta di Little Italy del mercato con agenzie apposite per chi viene dal Belpaese”.

La città è ancora gettonatissima anche da chi compra per rivendere?
“Sì, anche se adesso i prezzi sono aumentati. Le tasse d’acquisto una tantum sono salite negli ultimi quattro anni dal 3,5 al 5% del valore dell’immobile, proprio perché c’è stato un boom di stranieri, specie dal Sud Europa, che sono venuti a comprare qui: lo Stato ha deciso di guadagnarci”.

Tornando agli immigrati, come sono visti gli italiani?
“Quelli che portano con loro uno charme e un curriculum sono assolutamente ammirati e frequentati. Nel mondo intellettuale, essere italiani è solo un plus. Chi arriva con poca istruzione, invece, è visto con diffidenza, specie dai tedeschi che non sono mai stati in Italia e che a loro volta possiedono un bagaglio culturale scarno”.

Si riesce a contrarre amicizie con i berlinesi o è più frequente rimanere nella cerchia degli stranieri?
“I berlinesi sono rari da incontrare. I primi tempi, infatti, per curiosità li cercavo. Adesso ne ho alcuni come amici e tutto sommato sono piacevoli, anche se non aprono casa facilmente, neanche fra loro. La vita sociale si svolge tutta fuori”.

Del resto la città non è cara...
“È vero. Al ristorante, per mangiare bene bastano venti euro; due, in genere, per bere un’ottima birra. In effetti, emigrare qui nel 2013 è una pacchia, lo vorrei sottolineare. Oggi chiunque arriva trova strutture pubbliche che favoriscono l’integrazione con corsi di lingua gratuiti, o quasi, e un welfare che è ampio anche in virtù delle tante presenze straniere. Rispetto agli emigranti degli anni Sessanta, poi, siamo favoriti dai nuovi mezzi di comunicazione e dai voli diretti low cost. E non si può dire che l’Italia ci manchi, perché ce l’abbiamo qui con i negozi e i ristoranti, gli amici, il cinema e i libri in lingua”.

Quali sono, invece, gli svantaggi?
“Clima a parte, comune a tutto il Nord Europa, direi che i rapporti formali tra le persone e la tranquillità della vita berlinese comportano una rarefazione del calore umano e, per noi italiani, specie se veniamo da un luogo pittoresco, c’è anche una certa perdita di appagamento estetico. Berlino è glaciale, disadorna, grigia: qui il buon gusto, l’eleganza e le atmosfere romantiche ce li possiamo dimenticare. Detto questo, di italiani è piena”.

                                                                                                                  Laura Ferriccioli

Monica Auriemma, 44 anni, illustratrice, nella sua casa di Londra.
Monica Auriemma, 44 anni, illustratrice, nella sua casa di Londra.

Da Napoli a Londra per inseguire il sogno di vivere facendo l’illustratrice. Monica Auriemma, 44 anni, è in Inghilterra da poco più di 5 mesi. Racconta: «Sino a qualche anno fa non avrei pensato di lasciare l’Italia, amo viaggiare e poi tornare a casa. A maggio 2012 la notizia dell’imminente cassa integrazione per il mio compagno mi ha dato la spinta. Una cosa che ricordo nei momenti bui è che la parola “crisi” in cinese ha due ideogrammi: uno sta per “pericolo”, l’altro per “opportunità”». 

Dunque, ecco Monica a Londra per nuove chance nella sua professione: «Quando ho cominciato a pubblicare come illustratrice avevo tante speranze. Poi una serie di disillusioni, la tendenza a considerare alcuni lavori creativi come hobby che non vanno neppure pagati, una tendenza al ribasso che in Italia rende impossibile sopravvivere solo di questo mestiere. Avevo la sensazione netta che il lavoro, faticoso, impegnativo, al quale si arriva dopo anni di studio e di corsi per migliorarsi, in Italia non avesse la dignità che merita. E infatti non ce l’ha». 

A Londra, invece, nonostante sia qui da pochi mesi, la Auriemma avverte che tira un’altra aria: «La letteratura per ragazzi ha grande considerazione, e non parlo solo di Harry Potter. Le chance per un illustratore sembrano molte di più. Sicuramente non è un momento facile, il Regno Unito non è immune dalla crisi e le difficoltà sono maggiori che in passato. Ma per quello che vedo non c’è paragone con l’Italia. Io sto ancora cercando una mia collocazione, quindi non canto vittoria, tuttavia sono davvero ottimista. E poi qui a Londra uno straniero non è visto come un problema, ma come una risorsa. È un problema fintanto che non s’inserisce nel mondo del lavoro e quindi le autorità cercano di dargli tutti gli strumenti perché lo faccia al più presto, così potrà contribuire attivamente, pagare le tasse e arricchire il Paese».

                                                                                                                      Pino Pignatta

Valeria Plutino, 28 anni, ingegnere elettronico, a Sydney, in Australia.
Valeria Plutino, 28 anni, ingegnere elettronico, a Sydney, in Australia.

Per Valeria Plutino, l’Australia è sempre stata la meta dei sogni. La spinta per fare il grande salto è arrivata con l’inizio della crisi europea. «In Italia lavoravo per una società informatica, ma è fallita lasciando a casa circa cento persone». Senza impiego è rimasta anche lei, 28 anni, di Reggio Calabria, ingegnere elettronico con la voglia di rimettersi in gioco in un Paese in cui «tutto sembra ancora possibile». Valeria ha pianificato con cura lo sbarco nella terra dei canguri. «Ho perfezionato il mio inglese, senza il quale lavorare qui è difficile. Ho messo da parte 4 mila euro e, soprattutto, prima di partire ho verificato se il profilo professionale poteva essere appetibile sul mercato australiano: se non lavori i soldi finiscono subito e alla fine sei costretto a tornare a casa». 

Atterrata a Sydney a fine settembre, per un paio di mesi ha frequentato un corso di inglese tecnico mentre era ospite di parenti. Poi ha cercato un’occupazione. «Sono privilegiata: in due settimane ho trovato posto in un’azienda informatica», racconta. «Ora lavoro in un team internazionale. Guadagno 4 mila dollari al mese, più del doppio della mia paga italiana». Valeria vive a Manly, un quartiere residenziale della capitale australiana affacciato sull’Oceano Pacifico. Per sopportare i costi di Sydney condivide l’appartamento con altre due ragazze. E appena ha tempo corre in spiaggia a fare surf. 

Tornare a casa? «Spero che il mio sogno non s’interrompa proprio adesso», dice. Il problema principale è quello del visto. Lei ha un working holiday visa, rilasciato a chi ha meno di 31 anni, che permette di lavorare legalmente per 12 mesi. «Mi restano cinque mesi prima della scadenza. L’azienda dovrebbe sponsorizzarmi. Se dovessero cambiare idea mi toccherà andare a lavorare per tre mesi in fattoria, l’unico modo per rinnovare di un altro anno il visto. Certo, pensare di finire a zappare la terra non è il massimo, ma se sarà necessario lo farò».

                                                                                                          Stefano Vergine

Bruno Colledani, 30 anni, laureato in Ingegneria gestionale, trasferito in Cina dove lavora per la Luxottica.
Bruno Colledani, 30 anni, laureato in Ingegneria gestionale, trasferito in Cina dove lavora per la Luxottica.

Da appena tre mesi vive a Dongguan, Sud della Cina. La storia di Bruno Colledani è un po’ diversa: non è andato all’estero spinto da frustrazione, ma perché è stato mandato dall’azienda per cui lavora, la Luxottica. Insomma, ha ricevuto la proposta di impegnarsi in uno dei mercati più in crescita: un Pil che aumenta dell’8 per cento l’anno. Si occupa di creare ed espandere la rete post vendita per Cina, Hong Kong, Singapore e le future filiali. Poteva rifiutare un’offerta così un ragazzo di 30 anni? 

Bruno, originario di Spilimbergo, Friuli, laureato a Udine in Ingegneria gestionale, esperienze di lavoro precedenti nel settore manifatturiero, con una specializzazione nello snellimento dei processi produttivi, fidanzato con Federica, ha accettato con entusiasmo ed è volato in Cina. Racconta: «L’esperienza paga anche in termini economici, sarà perché si lavora più che in Italia. Ma ho deciso di partire soprattutto per curiosità, culturale e imprenditoriale: per vedere come si vive e si lavora in Cina, capire che prospettiva ha il mondo dal Paese che dominerà questo secolo. Non nascondo che toglie tanto a livello affettivo (famiglia, fidanzata, amici), ma è una forte spinta professionale, soprattutto se l’azienda utilizza la Cina come palestra per far crescere le sue leve: come il vivaio per una squadra di calcio». 

Bruno ha trovato casa a Dongguan, un mondo di per sé effervescente: «L’immobiliare cinese è come un flipper vorticoso. Sto anche imparando il cinese per capire la testa della gente e il Paese in cui vivrò per due anni. Con un welfare garantito da accordi tra l’impresa e ditte specializzate: dottore, dentista eccetera. Per il tempo libero? Ci si arrangia trovandosi fra colleghi per una pizza o una cena al ristorante italiano. Altro che involtini primavera».

                                                                                                                  Pino Pignatta

Michele Moresco, 31 anni, ingegnere elettronico, davanti al Mit di Boston.
Michele Moresco, 31 anni, ingegnere elettronico, davanti al Mit di Boston.

«Emigrare è arricchirsi nel senso ampio del termine», riflette Michele Moresco, 31 anni, di Roma, ingegnere elettronico impegnato in un dottorato al Mit di Boston, il celebre Massachusetts Institute of Technology. Dopo 7 anni nella mecca mondiale della scienza e dell’innovazione, spiega: «Dell’America mi piacciono le opportunità, i nuovi sbocchi dietro l’angolo: nel mio piccolo, nonostante la crisi, ho già avuto dieci proposte per dieci carriere differenti». 

Certo nel suo caso la crisi è attenuata dal settore: i semiconduttori per microchip in cui è specializzato sono alla base di tutta l’elettronica di largo consumo. Ma le sue convinzioni sono quelle di tutti gli italiani che sbarcano da questo lato dell’oceano con un titolo di studio e in testa tanta voglia di fare: «Cercavo un luogo con più opportunità e meritocrazia: non che meritassi più di altri, però l’idea di un futuro cosi ostile ai giovani mi spaventava». E aggiunge: «Nel mio laboratorio siamo dodici, di 12 nazioni. Ognuno porta la sua esperienza e arricchisce il gruppo. Trovo magnifico che questo Paese, gli Stati Uniti d'America, riesca ad attrarre talenti da tutto il mondo». 

La violenza dilagante negli Usa, anche quella che nei giorni scorsi ha toccato proprio il Mit, non lo preoccupa. E come per quasi tutti gli italiani emigrati l’idea di tornare in Italia è sempre presente, ma più passa il tempo più ha un valore solo affettivo. «Purtroppo vedo l’Italia con preoccupazione, soprattutto per i coetanei», confida Moresco. «Qualcosa nella macchina-Paese ha smesso di funzionare». Nostalgia di casa? «Ho trovato una stupenda comunità di italiani», conclude, «dalla quale sono stato adottato. Giovani pieni di speranze e ambizioni che hanno scelto di lasciar casa. Molti di noi forse non torneranno mai».

                                                                                                                Stefano Salimbeni

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