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martedì 30 novembre 2021
 
Vittime del Mediterraneo
 

Migranti, si indaga sul caso denunciato da “Mare deserto”

07/12/2013  Una delle tante carrette del Mediterraneo, 63 morti. Soltanto 9 sopravvissuti. Siamo nel marzo 2011. Due giornalisti della Televisione Svizzera Italiana cominciato a indagare. Ne nasce un film-documentario, “Mare deserto”, che dimostra l’omissione di soccorso: i migranti sono stati lasciati morire. Ora il Consiglio d’Europa e le magistrature francese e spagnola hanno aperto un’inchiesta.

Emiliano Bos, autore del film documentario insieme a Paul Nicol, con 4 dei sopravvissuti, nel campo di Choucha, in Tunisia. In copertina: il cimitero dei barconi a Zarzis, sempre in Tunisia.
Emiliano Bos, autore del film documentario insieme a Paul Nicol, con 4 dei sopravvissuti, nel campo di Choucha, in Tunisia. In copertina: il cimitero dei barconi a Zarzis, sempre in Tunisia.

«C’erano molti morti sull’imbarcazione, ma non riuscivamo a farli vedere. Il bambino invece era piccolo, l’ho sollevato, l’ho mostrato loro per far capire che era morto. Chiedevo per favore, l’hanno visto benissimo, ma non ci hanno aiutato. Ero sfinito in quel momento. Piangevo, perché sempre più persone stavano morendo. Eravamo senza cibo, senz’acqua». Abukurke, etiope, è uno dei nove sopravvissuti alla storia di uno dei tanti barconi che partono dalla Libia, raccontata nel documentario “Mare deserto” realizzato da Emiliano Bos e Paul Nicol per la televisione svizzera Rsi.

«È stata la prima volta che ho visto delle persone morire davanti a me», aggiunge Dan. Nove sopravvissuti, 63 morti (2 neonati, 20 donne), questo il bilancio. Siamo a fine marzo 2011, in Libia è appena iniziata la guerra e da Tripoli migliaia di lavoratori africani si imbarcano verso l’Italia. Uno dei tanti gommoni però finisce in avaria, e nonostante la richiesta di soccorso arrivi direttamente alla centrale operativa della Guardia Costiera Italiana, nessuno interviene. Nemmeno le decine di navi da guerra della Nato che in quei giorni presidiano quel tratto di mare, impegnate nei combattimenti. Si limitano a mandare un elicottero militare («Abbiamo urlato: “Per favore, aiutateci”»), che getta ai naufraghi un po’ d’acqua e biscotti, poi sparisce nel nulla. D’altronde, si bombardava, ma si prestava poca attenzione ai civili che scappavano dal conflitto.

Uno scorcio del campo profughi di Choucha.
Uno scorcio del campo profughi di Choucha.

La carretta del mare torna ad arenarsi sulla costa libica

Ciascun naufrago pregava il proprio Dio, come il prete ortodosso Petros, anche lui in fuga dall’Etiopia. Ma i giorni alla deriva nel mare passavano: «Abbiamo tagliato le bottiglie vuote e abbiamo bevuto la nostra urina, capisci?», racconta Elias. «Abbiamo miscelato acqua di mare e urina col dentifricio, per togliere il sapore del sale». Continui a sognare la terra o un aiuto, dopo sette giorni iniziano le prime morti, altri profughi danno segni di follia: «La barca era molto stretta, eravamo seduti accovacciati, anche sul bordo. Ma una persona morta non sta seduta, abbiamo dovuto gettare i cadaveri in mare».

Un bambino etiope muore due giorni dopo sua mamma, una madre nigeriana vede perire il suo neonato e spira due giorni dopo. «Mia moglie è morta, era mamma di due bambini, lei non c’è più e io sono vivo, mi porto dentro questo dolore», racconta Girma, eritreo. Dopo 14 giorni di navigazione e 61 morti, appaiono delle montagne, la barca si arena su una spiaggia: i naufraghi non riescono a camminare («Strisciavamo come bambini»), una donna muore stremata. Poi Abukurke vede la bandiera libica, sono sbarcati nuovamente nella terra di Gheddafi.

Toccare terra non è la fine dell’incubo: i militari libici li rinchiudono in prigione senz’acqua per due giorni e così, con una nuova morte, il macabro conteggio arriva a 63 vittime. Vengono rilasciati solo quando un amico etiope paga la cauzione.

Il giornalista della Televisione svizzera italiana Emiliano Bos.
Il giornalista della Televisione svizzera italiana Emiliano Bos.

Ora sono state avviate inchieste sul mancato soccorso ai profughi

  

Nella chiesa cattolica di Tripoli, la Caritas finalmente aiuta i sopravvissuti. Il vescovo di Tripoli Martinelli ascolta la prima testimonianza e li mette in contatto con Emiliano Bos della televisione svizzera.

Dopo qualche mese, alcuni dei sopravvissuti ripartono e questa volta riescono a sbarcare a Lampedusa. Anche il Guardian racconta la loro storia ed Emiliano Bos, per la trasmissione Falò, decide di indagare sul perché nessuno ha soccorso i naufraghi. Ritraccia tutti i nove superstiti, tra Italia, Tunisia e Norvegia. Ascolta le loro testimonianze, raccoglie i documenti e costringe la Nato – dopo che per mesi aveva negato ogni coinvolgimento – ad ammettere di aver ricevuto una chiamata d’allarme dalla Guardia costiera italiana il 27 marzo e che una sua unità navale si trovava a circa 44 chilometri: la Nato sostiene però che l’allarme non obbligava al soccorso, ma solo a comunicare l’eventuale avvistamento.

Nel frattempo, grazie alla tenacia della senatrice olandese Tineke Strik, il Consiglio d’Europa apre un’inchiesta e “Mare deserto” viene proiettato all'Assemblea Parlamentare del Consiglio; successivamente, viene approvato un rapporto sulle responsabilità per i profughi abbandonati nel Mediterraneo durante la guerra in Libia, mentre in Francia e Spagna sono aperte delle inchieste anche dalla magistratura.

Uno dei sopravvissuti al campo di Choucha.
Uno dei sopravvissuti al campo di Choucha.

«Mare nostrum è spacciata come un intervento di salvataggio, ma è solo un’operazione militare»

Cosa ci dice oggi la vicenda raccontata in “Mare deserto”, nel tempo di “Mare nostrum”, la missione militare-umanitaria annunciata dal Governo italiano dopo le ultime stragi nel Mediterraneo?

«Quella di oggi», risponde il giornalista, «è spacciata come un’operazione di salvataggio, ma non è nulla di nuovo, è un’operazione militare. Non è finalizzata all’intervento umanitario, ma a realizzare barriere militari per proteggere la Fortezza Europa, per fermare chi cerca un’alternativa. Non sono offerte alternative ai barconi e non vengono considerate le ragioni di chi parte, magari in fuga dalla guerra, e potenziali richiedenti asilo politico: non è un problema solo umanitario, ma di diritto internazionale. Così come i respingimenti immediati di egiziani e tunisini appena arrivati in Italia, di cui anche in questi mesi si ha notizia».

Emiliano Bos punta il dito contro gli accordi con i Paesi dell’altra sponda del Mediterraneo, spesso tenuti segreti: «In questi giorni, c’è una retorica di finta pietas verso le navi in arrivo dalla Libia. Piuttosto, il Governo italiano renda pubblici gli accordi con la Guardia costiera libica. Cosa prevedono quelli firmati dal ministro Cancellieri nel 2012 con il premier di Tripoli?».

Secondo Amnesty International, in molti punti ricalcano il Trattato di amicizia sottoscritto nel 2008 con l’allora amico Gheddafi.

“Mare deserto” riporta anche la testimonianza di don Sandro de Pretis, un missionario che opera a Choucha, il campo profughi dell’Onu al centro del deserto tunisino, ora smantellato. In passato Choucha è arrivato a ospitare fino a 4.000 profughi scappati dalla Libia. De Pretis sottolinea come il barcone, e quindi l’immigrazione illegale, sia l’unica strada.

Per chi scappa dalla guerra o dalla miseria è quasi impossibile entrare con le carte in regola nel nostro Continente: «Sanno tutti che possono morire. La questione va ben oltre l’episodio singolo di questi 9 sopravvissuti. Va nella direzione di quale sia il nostro atteggiamento verso gli Stati africani che spesso sono dittature e che noi riconosciamo come governi legittimi. Se questa gente dev’essere obbligata a imbarcarsi su carrette delle quali una su due arriva a Lampedusa, é perché noi li spingiamo a farlo. E poi li denunciamo come clandestini».

Per chi volesse vedere il documentario, lo può trovare su youtube. Ecco l’indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=cRpco4JqH7w.

 
 
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