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venerdì 01 luglio 2022
 
Corruzione
 

«Mani pulite non è finita
Ma io non sono Di Pietro»

02/07/2014  Parla il Commissario anti-corruzione Raffaele Cantone. Che ha ottenuto poteri ampi e una squadra di 350 uomini. E sa che, dopo gli scandali del Mose e dell’Expo, l’italia si aspetta molto da lui. Forse troppo. Perché, dice, un solo uomo non può battere la corruzione se l’onestà non diventa valore di tutti

Ci ho pensato a lungo prima di assumere questo incarico. Poi mi sono detto, anche da cittadino e da credente, oltre che di servitore dello Stato, che se volevo un’Italia dalle mani pulite non potevo tenere in tasca le mie, così ho accettato. Ma non ritengo di essere in grado di risolvere problemi di portata epocale». Raffaele Cantone, il magistrato già in prima fila contro i clan dei Casalesi, è molto lucido nel ricostruire i suoi primi giorni di presidente dell’Autorità anticorruzione.
Ci tiene a sgombrare subito il campo dagli equivoci: «Non mi sento l’arcangelo Gabriele chiamato a fare giustizia e a preservare le tasse degli italiani onesti. C’era la mia disponibilità a fare un lavoro complicato, difficile e anche molto rischioso. Le false aspettative sono pericolose. Già al primo incidente di percorso c’è chi ha detto: allora non ti accorgi di quello che accade».

- A proposito di Mani pulite. Che ricordo ha dell’epoca di Tangentopoli?
«Nel 1992 ero entrato da poco in magistratura. Ho guardato ai colleghi del pool di Milano con grande ammirazione e grande speranza. Mi pareva una grande occasione di cambiamento».

- Vent’anni dopo, però, Tangentopoli sembra essere rimasta tale e quale...
«Rispetto a quello che era accaduto in quella stagione non è stato fatto nulla per mettere in campo gli anticorpi contro i virus della corruzione e della concussione. Quelli tentati dalle mazzette hanno capito che, in realtà, non è che fosse cambiato molto. E così hanno continuato a fare quel che facevano prima, in maniera forse più raffinata. L’inchiesta Mani pulite ha semplicemente creato una selezione della specie».

- In che senso selezione della specie?
«Hanno resistito i corruttori più bravi, più potenti, più resistenti. Passata Tangentopoli non c’è stata alcuna stigmatizzazione. Su certe materie si è andati addirittura a peggiorare. Si è indebolita la normativa aumentando i tempi delle prescrizioni, rendendo molto difficile arrivare a sentenze definitive di condanna, si è depenalizzato il falso in bilancio. Si è ottimisticamente pensato – in buona fede e in mala fede – che il tema era ormai superato. Ci sono stati rapporti ufficiali che dicevano addirittura che la corruzione era ormai un fenomeno debellato».

- In vent’anni, a parte i recenti casi eclatanti, Aquila, Expo, il Mose, non ci sono state moltissime inchieste...

«I numeri giudiziari non rendono il fenomeno. Probabilmente la loro esiguità è la dimostrazione che il fenomeno operava con grande impunità».

-Come funziona il suo ufficio?
«Siamo oltre 350, perché abbiamo ereditato, inglobandola, l’Autorità di vigilanza dei contratti pubblici. Per controllare l’Expo abbiamo un’unità operativa snella, composta soprattutto da personale della Guardia di finanza. Per l’Expo di Milano saremo fisicamente presenti, guarderemo e passeremo
al setaccio tutti gli appalti, tutto ciò che verrà fatto mattone su mattone».

È la mafia che alimenta la corruzione o accade il contrario?
«I due fenomeni sono autonomi ma correlati. Non è automatico che dove ci sia mafia ci sia corruzione e viceversa. Ma sicuramente dove c’è una forte organizzazione criminale i meccanismi corruttivi sono favoriti. La mafia può mettere sul tavolo, oltre che ingenti quantità di denaro, anche la forza dell’intimidazione. Anche se l’intimidazione viene adoperata sempre come estrema ratio. L’imprenditore mafioso preferisce più creare con il pubblico amministratore un rapporto di fedeltà, tentandolo con il denaro, che usare la violenza».

- Bastano le leggi per fermare un fenomeno diffusissimo in Italia?
«La lotta alla corruzione è un fenomeno educativo. Le buone leggi devono essere accompagnate da comportamenti morali, di costume, perfino antropologici. Perché anche oggi sono in molti a provare simpatia per il furbo, per chi aggira gli ostacoli e unge le ruote».

-Il maggiore ostacolo che incontra?
«Finora non ho trovato ostacoli. L’unico ostacolo è la confusione che si può creare sul mio ruolo e l’eccesso di aspettativa. Io non sono il Di Pietro dell’epoca della stagione di Mani pulite. Il nostro compito non ha nulla a che vedere con chi deve scoprire fenomeni corruttivi (anche se, ovviamente, se ci imbatteremo in episodi sospetti li segnaleremo all’autorità giudiziaria). Un altro equivoco è quello di pensare che noi possediamo la ricetta per far scomparire la corruzione dall’oggi al domani. Gli effetti benefici ci saranno, ma non saranno dall’oggi al domani. Arriveranno, ma a condizione di avere il coraggio di attendere».

- Sulla corruzione papa Francesco è intervenuto più volte condannando i seguaci della «dea tangente che produce pane sporco per i propri figli».
«Sono molto contento dell’attenzione che il Papa dedica a questi temi, frutto anche della sua esperienza di pastore nella sua terra: come è noto l’America latina ha un tasso di corruzione molto elevato. Le sue parole, oltre che avere un grande valore morale, contribuiranno a un grande cambiamento delle coscienze. Ma non basta che lo dica il Papa, deve tradursi nell’impegno di tutti i sacerdoti e dei cattolici in politica. Mi aspetterei da cittadino e da credente che queste affermazioni venissero tradotte anche in attività concrete. In passato questo impegno nella Chiesa non ha avuto la stessa determinazione, è stato intermittente. Se un sacerdote fa la campagna per il politico squalificato, diventa poco credibile quando dal pulpito predica contro la corruzione».

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Papa Francesco: prendere tangenti è come dare pane sporco ai figli
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