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lunedì 30 gennaio 2023
 
TRA FICTION E REALTÀ
 

Manuel Bortuzzo, la storia vera del nuotatore ferito per uno scambio di persona

06/05/2022  Si allenava con Paltrinieri. Era uscito con gli amici. Gli hanno sparato nella notte tra il 2 e il 3 febbraio 2019, in una strada di Roma, scambiandolo per uno sconosciuto coinvolto in una rissa. Ecco com'è andata a finire

Fino a quella notte, le due tra il 2 e il 3 febbraio 2019, quella di Manuel Bortuzzo era la vita di un nuotatore quasi ventenne con l’ambizione di crescere: da poco si era trasferito, da Treviso dove abitava con la famiglia, per stabilirsi a Roma prima in un appartamento condiviso con dei compagni e poi presso la foresteria del centro sportivo delle Fiamme Gialle di Castelporziano. Il tutto al fine di affidare la propria preparazione nelle gare preferite, medie distanze e mezzofondo stile libero, al centro tecnico federale della Federnuoto di Ostia. Per prepararsi con i migliori e ambire alla convocazione in Nazionale. Nato a Trieste nel 1999, aveva iniziato a nuotare con il Team Veneto, per poi tesserarsi per la società Aurelia Nuoto di Roma. Sognava di avvicinarsi ai suoi migliori compagni di allenamento: Gregorio Paltrinieri, Gabriele Detti e Domenico Acerenza. Quella sera Bortuzzo è uscito con la sua ragazza Martina, conosciuta poco tempo prima - e alcuni amici. Sono fermi vicino a un distributore di sigarette – attimo di trasgressione per due non fumatori abituali – nei dintorni di piazza Eschilo nel quartiere di Axa a Roma, quando Manuel si accascia a terra.

UNA VICENDA ASSURDA

Un colpo di arma da fuoco lo ha raggiunto al torace. Bortuzzo resta tre giorni in coma, viene operato per fermare l’emorragia e poi di nuovo in neurochirurgia e ha salva la vita, ma sarebbe bastato che il proiettile, 12 millimetri più in là, bucasse l’aorta per ucciderlo in 90 secondi. Non gli basta a evitare una grave conseguenza: una lesione midollare lo lascia paraplegico, togliendogli l’uso delle gambe. Bortuzzo non ha frequentazioni che lo rendano un possibile bersaglio. Le forze dell’ordine intervenute sul posto acquisiscono le registrazioni delle telecamere a circuito chiuso dei negozi intorno. Due giorni dopo, il 6 febbraio, si presentano in questura con i loro avvocati Lorenzo Marinelli e Daniel Bazzano. Si costituiscono per il ferimento di Manuel. Hanno precedenti. Avevano partecipato poco prima a una rissa davanti al pub di Piazza Eschilo. Decisi a vendicarsi di chi l’aveva scatenata si erano procurati una pistola e poi credendo di riconoscerne uno in Bortuzzo, hanno sparano tre colpi da uno scooter, uno è andato a segno. La vita di Manuel Bortuzzo è stata sconvolta da uno scambio di persona, per questo non ama che si dica che si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato: continua a ripetere che si trovava in un posto normale per un ragazzo normale. Lo sbaglio è stato solo di quei due.

QUELLA NOTTE

  

Quella notte. È così che Manuel la chiama sempre, tanto surreale gli sembra nominare una sparatoria. Nel libro Rinascere, l'anno in cui ho ricominciato a vincere (Bur) cui Manuel ha affidato la propria storia e da cui è tratta la fiction prevista su Rai uno l’8 maggio 2022, la racconta così: «Ho pensato che c’erano tantissime cose che avrei voluto ancora fare. Questa sensazione, questo pensiero, sarò durato una manciata di secondi, a me però è sembrato un tempo lunghissimo, infinito. Forse perché credevo che quei secondi sarebbero stati gli ultimi. Era tutto molto confuso, stavo velocemente perdendo contatto con la realtà. Ma Martina era lì davanti a me, la vedevo, vedevo il suo viso a due centimetri dal mio, forse stava gridando, anche se io non sentivo niente. Era tutto ovattato. Ecco, per esempio, avrei voluto dirle che l’amavo. Visto che ero sicuro di stare per morire, quella sarebbe stata la mia prima e ultima occasione per farlo, e così ne ho approfittato. “Ti amo”. Erano le 2.23 del 3 febbraio. Tutte le luci si sono spente e io sono piombato nel buio più pesto». Martina in quel momento ha 16 anni, Manuel neanche 20. La vita davanti è una parete verticale difficile da salire a qualunque età. Quello che hanno vissuto quella notte in qualche modo li legherà per sempre, ma non nel modo in cui lo si poteva dire prima, soprattutto a quell’età.

DI NUOVO IN PISCINA, NELLA NUOVA VITA

Manuel Bortuzzo viene stabilizzato, operato due volte, finisce in coma farmacologico per tre giorni e di lì in poi deve imparare a fare i conti con la sua nuova vita in carrozzina e vuol dire imparare di nuovo tutto da capo a cominciare da come ci si gira su un letto. Al centro di riabilitazione Santa Lucia ritrova il suo elemento: la piscina, ma la prima volta è uno choc. Non a caso è il momento da cui Manuel sceglie di partire per scrivere la sua storia: «Guardandola da seduto e non dall’alto del mio metro e novantadue, l’acqua è molto più vicina, se mi chinassi un po’ riuscirei forse anche a sfiorarla. Non ho il coraggio di provarci però. Non mi avvicino nemmeno: sono seduto qui, bloccato, e se sporgendomi cadessi rischierei forse di affogare. Ridicolo, lo so, ma non posso evitare di pensarlo. Io, un nuotatore professionista, che ho paura di cadere in acqua. Mi incute un timore che mai avrei pensato di sperimentare». Invece poi, attraverso le domande, la rabbia, la presa di coscienza qualcosa cambia, anche serve tempo per metabolizzare il cambio di prospettiva che passa dagli allenamenti con i campioni olimpici a dividere l’acqua con anziani e bambini con il tubolare e la tavoletta.

FRANCO, PAPà BORTUZZO

  

Se mamma è la figura che al risveglio è servita a prendere atto di essere vivo e a sentirsi rassicurato dalla presenza davanti alla quale non si smette mai di essere figli. Franco è la roccia che si fa carico di tutto: si mette in aspettativa, si trasferisce da Treviso a Roma «con piglio manageriale» aiuta Manuel a gestire la sua nuova logistica: una casa senza barriere e quello che deve venire.

CONTRO LE BARRIERE

La nuova vita è fare i conti con la tempesta di dentro e prendere atto delle tante barriere di fuori cui non aveva mai fatto caso prima. Anche per questo ha deciso di utilizzare la sua visibilità per accendere un riflettore su questo problema a nome dei tanti che nessuno vede e ascolta. Ha spiegato in molte occasioni che la stessa controversa decisione di entrare nella casa del Grande Fratello per un paio di mesi è stata presa con quell’intenzione. Anche se la relazione maturata in diretta, presto finita per «divergenze insuperabili», con Lulù Selassie principessa etiope della casa ha suscitato non poche, prevedibili, reazioni anche dal mondo paralimpico.

NUOVI SOGNI

  

Manuel Bortuzzo non nasconde di sentirsi ancora un nuotatore, le Paralimpiadi, ripete, sono una prospettiva, anche se al momento non si capisce bene quanto sia concreta e prioritaria rispetto alla presenza nello star system e alla popolarità “altra” che il Gf ha sortito. L’altro sogno, ovviamente lontano, di cui Manuel non ha mai fatto mistero, è che quel filamento rimasto nella lesione midollare possa aprire nuove prospettive di recupero. l’esperienza di alzarsi e muovere qualche passo con particolari tutori c’è stata davvero, ma è difficile dire quanto sia lunga la strada e dove porti.

LA VICENDA GIUDIZIARIA

Il processo di primo grado, per tentato omicidio, porto, detenzione e ricettazione d’arma da fuoco, nei confronti di Bortuzzo e Martina Rossi si conclude il 9 ottobre del 2019 con la condanna a 16 anni dei due imputati, processati con rito abbreviato (giudizio allo stato degli atti che prevede lo sconto di un terzo della pena). La giudice dell’udienza preliminare Daniela Caramico D’Auria riconosce la premeditazione, non i futili motivi. «La sentenza non cambia le cose: non mi restituirà certamente le gambe», è il commento a caldo di Bortuzzo, «In questo momento penso esclusivamente a riprendermi, consapevole che la giustizia debba fare il suo corso. Non mi importa sapere se chi mi ha fatto del male sia punito con 16 o 20 anni di prigione. Nessuna sentenza mi può fare ritornare come prima. So di dovermi confrontare con una realtà diversa, che sto affrontando con positività e determinazione».

Il 23 luglio del 2020 si conclude il processo d’Appello. La pena è ridotta a a 14 anni e 8 mesi di carcere, perché cade l’accusa di tentato omicidio nei confronti di Martina Rossi.

Il 14 dicembre 2021 la Cassazione ha accolto il ricorso presentato dalle difese dei due imputati limitatamente alla premeditazione. Stando alle motivazioni della prima sezione penale della Suprema corte il poco tempo intercorso tra la rissa e il regolamento di conti con la persona sbagliata potrebbe non essere idoneo dimostrare l’azione ponderata della premeditazione oltre ogni ragionevole dubbio. Toccherà alla Corte d’Appello di Roma riesaminare questo aspetto ed eventualmente riqualificare il reato e rideterminare la pena.

 
 
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