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Credere

Il carcerato che disegna i francobolli di Natale per il Papa

20/12/2018  È rinchiuso nel carcere di Opera con un ergastolo per delitti di mafia. Ma con i suoi quadri parla di fede e misericordia e ha trovato la redenzione

La giornata è luminosa e calda. Solo il presepe, allestito davanti alla carraia, ricorda che è quasi Natale. Se fosse per le tende color sabbia della sala colloqui, che celano le sbarre del carcere di massima sicurezza, sarebbe un giorno come altri, di un tempo che a Opera non vuol passare mai. Mi stringe forte la mano: per la prima volta in 26 anni di detenzione, Marcello rilascia un’intervista. È emozionato e cerca con cura le parole. Non per parlare di mafia, termine che nel nostro colloquio non usa mai (si rivolge all’organizzazione in cui ha militato per anni e per cui è stato condannato a vita chiamandola Cosa Nostra o il Male), ma di peccato e redenzione.

Marcello D'Agata ha da poco compiuto 70 anni. Per circa 8 è stato al 41 bis (il regime di carcere duro riservato alla criminalità organizzata) e oggi è detenuto in Alta sicurezza nel carcere alle porte di Milano. Dove ha iniziato a dipingere: la redenzione di un uomo è un cambiamento troppo intimo per tentare di decrittarlo leggendo i rituali della vita di una persona detenuta o quelli mortiferi del suo passato, ma l’arte può aiutare.

Due suoi lavori, Annunciazione e Natività, sono diventati francobolli di Natale del Vaticano per le Poste di papa Francesco, tenuti a battesimo – pochi giorni fa – proprio nella Casa di reclusione di Opera, alla presenza, oltre a lui, di Mauro Olivieri, direttore dell’Ufficio filatelico e numismatico della Città del Vaticano, dell’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, e del direttore del carcere, Silvio Di Gregorio. Un suo dipinto, quello del Sacro Cuore, è stato portato in udienza dal Papa, mentre un altro lavoro, L’albero della conoscenza del Bene e del Male, è appeso in carcere. Raffigura un albero diviso a metà: da una parte rigoglioso e verde, dall’altro con le foglie appassite. Ma con qualche rado bocciolo. «Rappresentano la speranza», ci dice Marcello, «perché si può sempre rinascere».

 Lei ha avuto una infanzia serena ed è stato educato in una scuola cattolica, con la Messa tutte le mattine. Quando ha scelto di entrare nella mafia, si rendeva conto che stava scegliendo il male?

«Vengo da una famiglia numerosa: eravamo 8 figli. Mio padre, non potendo mantenerci tutti agli studi, decise che quattro di noi, tra cui io, avrebbero dovuto lavorare, così da dare la possibilità ai rimanenti quattro di proseguire la scuola. Io avevo frequentato, durante le elementari e le medie, una scuola cattolica, e poi a 13 anni fui costretto ad abbandonarla. Ma fu soltanto dopo la morte di mia madre, nel 1983, che mi sono fatto avvolgere dall’oscurità. Avevo 30 anni e mia madre era sempre stata come una “chioccia”, con noi figli attorno. Quando è morta, ci disperdemmo. Provavo una grande rabbia, prima di tutto verso me stesso, e mi mancavano punti di riferimento. In quegli anni, poi, quella di Catania, la mia città, era una società opaca...».

Che cos’è il male?

«Il contrario del bene. Ma il male non paga, invece lo si paga. Non porta al futuro. In quel periodo, del resto, non pensavo di avere un domani».

Lei ha due figlie, ormai adulte. Che tipo di padre è stato?

«Anche un amico, oltre che un genitore. Le mie figlie mi raccontavano i loro segreti adolescenziali e davo loro dei consigli. Stanno pagando scelte che non hanno fatto. Mi hanno rimproverato di essere state tradite, ma mi hanno perdonato. Oggi ho anche due nipoti».

I suoi dipinti attingono al Giubileo della Misericordia. Perché Dio dovrebbe avere misericordia di lei?

«Dio ha sempre misericordia e perdona: è amore e luce. Siamo noi che non lo ascoltiamo e ci allontaniamo, lui ci è sempre vicino. Dio è verità e sa leggere dentro di noi: per questo, per anni non sono più entrato in chiesa, perché non si può pregare con il male dentro».

Eppure la mafia è intrisa di elementi religiosi. Non a caso, Giovanni Paolo II e Francesco hanno rivolto parole di scomunica ai mafiosi. Cos’è la fede cristiana per la mafia?

«Entrare in un’associazione di tipo mafioso è un atto di fedeltà, che si compie attraverso il giuramento e la cosiddetta pungitina. Un po’ come nella Cresima si diventa soldati di Cristo, con il giuramento si diventa soldati del male. Però, la cultura e l’istruzione hanno un ruolo fondamentale e infatti solo l’ignoranza può indurre a credere che bene e male coesistano, mentre sono due forze che si respingono. Quindi, ha fatto bene papa Francesco a dire che è assurdo poter credere che chi vive nell’illegalità possa pregare. Io parlo ovviamente di un contesto di 40 anni fa, ma credo che più generalmente non si possa parlare di autentica fede cristiana da parte della criminalità, bensì di una convinzione alimentata dall’ignoranza: si credeva di essere nel giusto e con troppa facilità si chiedeva perdono a Dio del male commesso».

Dio comanda: non uccidere. Cosa gli risponderà?

«Credo che non me lo chiederà, perché mi ha già perdonato. Mi accoglierà come il figliol prodigo tornato alla casa del Padre».

Che differenza c’è tra chi preme il grilletto e chi ordina di farlo?

«Nessuna».

Lei ha un ergastolo ostativo, che vuol dire fine pena mai. Che cos’è la libertà?

«Io mi sento già libero. Ho avuto l’occasione, in questi ultimi anni, di sentire la voce del Signore».

Ha più rimorsi o più rimpianti?

«Solo rimorsi e l’unico rimpianto di non essere stato capace di rendermi conto che stavo scendendo in un pozzo senza fine. Ero cieco e la mia mente era al buio».

Quando prega? E come prega?

«Il mio è un dialogo continuo con il Signore. Che mi dà gioia».

Prega per le sue vittime?

«Sempre. Prego per tutte le vittime e per tutte le persone defunte, perché possano trovare la salvezza».

Quando e come è entrata la fede nella sua vita di carcerato?

«Era il 2002, mi trovavo ristretto in regime di 41 bis, quello del carcere duro, quando ricevo da un amico una cartolina con l’immagine del Sacro Cuore di Gesù, la stessa di un dipinto che stava in alto all’altare della chiesa della mia scuola. Da allora, quella cartolina mi ha sempre seguito, nel mio peregrinare di carcere in carcere. Successivamente, durante il Giubileo della Misericordia, papa Francesco ha concesso anche a noi detenuti di attraversare la Porta Santa e ricevere l’indulgenza plenaria e con essa la certezza del perdono. Io ho vissuto quel momento con una grande intensità, avvertendo una grande gioia nel cuore».

Ha mai parlato della fede con altre persone detenute?

«Con alcune di loro vivo insieme il momento della Messa. Non serve parlare; sono esperienze personali».

Quando è stata l’ultima volta che ha pianto?

«Si dice che quando si invecchia si torna un po’ bambini. Per me è così: piango spesso, anche davanti a un film o a un quadro. Non si piange per debolezza, ma perché il bello commuove».

I cristiani sanno che l’assoluzione dai peccati presuppone il pentimento sincero, concreto, effettivo. E la riparazione. Allora, come è possibile per un cristiano dissociarsi dalla mafia, ma non “pentirsi”?

«Il pentimento non è relativo alla collaborazione. Verità e giustizia sono sempre collegate, ma un conto è la giustizia degli uomini, un’altra cosa è quella di Dio. Io seguo quella divina e sono già libero».

Considerato che l’unica riparazione concretamente possibile dopo l’arresto è la collaborazione con lo Stato, pensa che sia possibile pentirsi senza collaborare?

«Ripeto: il pentimento è personale. Ci sono stati collaboratori di giustizia che non si sono pentiti, hanno solo collaborato per ottenere benefici di legge. Detto questo, se io sapessi che con il mio silenzio mi sto rendendo complice del male, non esiterei un solo istante a parlare».

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