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martedì 28 settembre 2021
 
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Marcinelle, l'inferno dei minatori italiani

08/08/2018  L'8 agosto del 1956 un terribile incendio della miniera di carbone di Bois Cazier, in Belgio, uccise 262 lavoratori, fra di loro 136 italiani. Ecco che cosa accadde quel giorno che ogni 8 agosto celebra il sacrificio del lavoro degli italiani nel mondo

(Foto Ansa)

Quella mattina dell’8 agosto 1956 sulle radure intorno alla piana di Marcinelle, sobborgo operaio di Charleroi, in Belgio, gravava una nebbiolina bassa e insistente. Durante la notte, il gran caldo del giorno precedente aveva sprigionato dal terreno una fitta coltre di vapore acqueo che soltanto un sole alto avrebbe spazzato via. Ma, nonostante lo scenario che li aveva accolti, gli operai del primo turno erano allegri. Ancora un paio di giorni e poi sarebbero andati in ferie. Al pozzo Saint Charles du Bois du Cazier erano in prevalenza italiani e le valigie erano già pronte per far ritorno, almeno per un po’ di giorni, ai paeselli d’origine, sulla Sila, nel Marchesato di Crotone, a Manoppello, in provincia di Pescara.

Sono da poco passate le otto. Un vagoncino carico di carbone entra nella gabbia dell'ascensore soltanto a metà. Mentre il minatore addetto al caricamento cerca di rimediare, convinto che il carico sia ultimato, il manovratore che opera ai piani superiori preme il pulsante d'avvio. Nella risalita il vagoncino sporgente sradica una putrella tranciando i cavi elettrici ad alta tensione e le condotte dell’olio. Le scintille innestano l’incendio e, mentre la miniera piomba nel buio, una micidiale miscela di olio e carbone scatena un mare di fiamme alimentate dai ventilatori che immettono aria nel pozzo. I soccorritori tentano di raggiungere le gallerie del più basso livello scavando un passaggio trasversale, ma l'impraticabilità del pozzo d'emergenza e il calore eccessivo che fonde le pareti e provoca frane continue impediscono di proseguire.

Già il giorno successivo al disastro, l'affannosa lotta per strappare i sopravvissuti alla morte manifesta tutta la sua impotenza. Le squadre di soccorso sono ostacolate dalle fiamme, frenate dall’ossido di carbonio. Non solo nessuno riesce a raggiungere l'ultimo livello della miniera, a 1.035 metri di profondità, dove si trovano 130 minatori, quasi la metà degli uomini mancanti all'appello, ma neppure i cunicoli superiori. La comunicazione tra la superficie e i piani sottostanti è interrotta e soltanto il 12 agosto i soccorritori raggiungono il livello 907. La notizia del disastro si diffonde in un battibaleno. La gente accorre da tutte le parti e la folla accalcata intorno alla miniera si ingrossa di ora in ora. Per quattro giorni e quattro notti nessuno si sposta di un centimetro.

Il “popolo invisibile”

Alla mezzanotte dell’8 agosto nove cadaveri sono estratti dalla fanghiglia oleosa dei primi livelli. Assieme a quei corpi gonfi e neri tornano in superficie tredici superstiti. Ma da quel momentola miniera restituirà soltanto corpi senza vita, carbonizzati dal fuoco, asfissiati dal fumo e dal grisou. Comincia il conto impressionante dei morti: 262 vittime di dodici diverse nazionalità. i Gli italiani che hanno perso la vita nel Bois du Cazier sono la maggioranza: 136. Il più giovane ha 14 anni; il più anziano 54. Le operazioni continuano fino al 23 agosto. Poi l’agghiacciante sentenza pronunciata in italiano: «Sono tutti morti».

Un accordo fra l’Italia e il Belgio, firmato il 23 giugno 1946, prevedeva che il nostro Paese avrebbe potuto acquistare una notevole quantità di carbone in cambio di mano d’opera. Una serie di manifesti affissa in tutti i comuni d’Italia sembrava porre fine allo spettro della disoccupazione. Ma quali saranno le condizioni di questo lavoro lo scopriranno a loro spese i 140.000 partiti alla volta del Belgio. E con loro 18.000 donne e 29.000 bambini. Il centro di raccolta è la Stazione Centrale di Milano, dove sono stati requisiti i piani sotterranei, lontani da occhi indiscreti. Per essere dichiarati idonei bisogna affrontare quattro visite mediche, tre in Italia e una in Belgio. Dopo le prime tre e un viaggio di cinquantadue ore, i reclutati sono fatti scendere nelle stazioni addette allo scarico delle merci. Anche da quelle parti è meglio che nessuno veda. Il "popolo invisibile" è tenuto lontano dalle città e alloggiato nelle baracche che, durante la guerra, i tedeschi avevano destinato ai prigionieri russi.

Il lavoro si svolge a oltre mille metri di profondità. Una pala, una piccozza, un casco a bacinella dotato di lampada a batteria, e via. Nessun minatore è munito di maschera antigas, il cui uso sarà introdotto soltanto dopo il disastro. Per scavare le gallerie si adopera la dinamite e a mano a mano che quel labirinto di cunicoli invade le viscere della terra, il materiale è spostato con carrelli trascinati da grossi cavalli da tiro. I minatori lavorano a cottimo e ricavano in media tre tonnellate di carbone al giorno. Ma c’è anche chi ha toccato quota 15, l’equivalente di 150 sacchi. La paga oscilla fra i 200 e i 300 franchi al giorno, che bastano appena per vivere. E siccome il salario è commisurato al carbone estratto, non al lavoro effettuato, l'opera di puntellamento dei cunicoli non è calcolata.

Il silenzio su quei buchi neri

  

Non ci si ferma neppure per mangiare e mentre il martello pneumatico continua a perforare il sottosuolo si addenta pane e polvere nera. Silicosi garantita, che nessuna assicurazione belga copre. Le miniere di Marcinelle erano state definite: "le più antiquate d’Europa", ma i primi a non volerne parlare sono proprio i belgi, consapevoli di una vergogna nazionale, che è preferibile spazzare e nascondere sotto il tappeto. Anche l’Ambasciata italiana a Bruxelles non parla volentieri di quei buchi neri dove ogni giorno muore o rimane ferito gravemente un minatore per non allarmare oltremodo i numerosi connazionali che vi lavorano. Ma dopo quel maledetto 8 agosto il cerchio del silenzio si rompe e salta fuori la verità, salta fuori che il carbone bisogna ormai andare a cercarlo oltre i mille metri, che la produzione ridotta ha annullato i profitti, che tutto il distretto minerario versa in una situazione deficitaria, che i contributi della Ceca (Comunità europea del carbone e dell’acciaio) non bastano a ripianare i bilanci in rosso e che allora bisogna risparmiare all'osso eliminando le spese di manutenzione delle gallerie le cui armature di sostegno sono ridotte a grovigli di legno marcito.

Anche sul costo del lavoro bisogna risparmiare e i sindacati chiudono un occhio se in miniera scendono pure i ragazzi. Ovviamente sottopagati. Il processo che fece seguito alla tragedia si concluse con l’assoluzione della società mineraria e la responsabilità dell’accaduto fu attribuita all’addetto alla manovra dei carrelli. Un italiano perito nel disastro e ucciso una seconda volta. Non dal gas e dalle fiamme, ma da un’infame sentenza.

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