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mercoledì 12 maggio 2021
 
Le nostre interviste
 

Marco Paolini: «Quando il padre vuol fare solo l'amico del figlio...»

13/11/2016  L'attore-autore veneto, da poco diventato papà, per la prima volta protagonista nel grande schermo col film "La pelle dell'orso", parla del difficile ruolo dei padri oggi, del rapporto tra generazioni, di internet. E spega la sua svolta artistica.

Marco Paolini, padre nel film,  neo papà nella vita. Un’occasione per riflettere sul complicato rapporto tra generazioni, sul ruolo dei genitori, sui giovani e la trasmissione dell’esperienza, “senza voler dare lezioni”.
   Ma partiamo dal cinema: Pietro (Marco Paolini), un balordo e ubricone, che non è mai stato un buon padre per il figlio Domenico; “el diaol”, il “diavolo”, ovvero un minaccioso orso che compare e fa strage del bestiame al villaggio di montagna, una scommessa esagerata e un viaggio pericoloso alla caccia della bestia, un’avventura che si trasforma in viaggio dentro se stessi. Il tutto ambientato in un paesaggio dolomitico così poco oleografico da non sembrare neanche la Val Di Zoldo, ma una montagna selvaggia e basta. Sono gli ingredienti del film di Marco Segato “La pelle dell’orso”, nelle sale da pochi giorni, liberamente tratto dal romanzo omonimo di Matteo Righetto.

  Paolini, per la prima volta impegnato nelle vesti del protagonista (questo pessimo padre dal passato poco limpido), racconta il film, che è d’avventura, ma  anche di formazione, un po’ parabola e un po’ “western dolomitico”, ambientato  negli anni ‘50, e centrato sul rapporto difficile tra un genitore e un figlio. E lo fa da neo-padre, “senza certezze, né ambizioni di voler fare il saggio, quindi”, all’età di 60 anni, dopo tanto teatro civile e racconti di memoria. A una curva secca della vita e della carriera.

Western e montagne

 “L’idea di fare una specie di ‘Zanna Bianca’ dolomitico mi intrigava; e mi piaceva la sfida di inventare un’avventura pericolosa, un viaggio in una montagna  non da cartolina, mettendo al centro sia il rapporto tra padre e figlio, sia quello tra questi uomini e il selvaggio”, esordisce l’attore-autore che proprio in questo periodo sta portando in scena “Ballata di uomini e cani” dedicato a Jack London. “Non sono un uomo di montagna. Sono nato ai piedi delle Alpi, poi scivolato sempre più in pianura. Però, come ogni veneto, le montagne le hai nel tuo orizzonte visivo. Il richiamo, nostra la bussola, inevitabilmente,  punta a Nord,  perché lì ci sono le Alpi”.

 Che storia è quella del film?
   “Il film narra una storia minima, quasi  metropolitana, di sottoproletariato. Ma in montagna prende una sua lentezza. Perché lassù i rapporti sono lenti, come i movimenti in alta quota e le persone sono crode da conquistare, con fatica.  Questo film è un western volutamente senza cavalli. Con limiti di velocità”. 

Pietro e la paternità

E Pietro chi è?

 “Un povero diavolo, come l’orso. Uno poco credibile. E un padre anafettivo, che parla pochissimo. Poi attraverso il viaggio nella foresta piena d’insidie, per ammazzare il mostro e aggiudicarsi la scommessa, riesce a cucire un inizio  di dialogo col figlio che aveva deciso di seguirlo. Domenico non sa nulla della madre e ha sete di risposte. Dietro al silenzio omertoso di tutto il villaggio, sta un segreto vergognoso, che va esorcizzato. Che fine aveva fatto mamma? Elemosina  informazioni che il padre centellina. Ma alla fine Pietro gli rivela  la sorte della madre”.

 E’ un punto cruciale del film?
   “Sì. Chi vuole crescere cerca di sapere le ‘cose dei grandi’.  Questa è la vera iniziazione: partecipare delle cose che i grandi sanno e conviverci. Domenico cerca suo padre dentro l’avventura e si prende i suoi rischi. Diventa adulto attraverso questo viaggio a due”.

Il Paolini padre riflette sui padri d’oggi… 
 “Non  è voluto, né ho  insegnamenti da impartire. La paternità, però, mi ha responsabilizzato nei confronti delle nuove generazioni. Il problema della trasmissione dell’esperienza è un essenzialmente paterno, e non materno. Oggi la rivoluzione digitale mette in crisi famiglia, scuola, Stato, perché la conoscenza viene dal futuro, il now-how te lo da’ la Rete. L’auctoritas degli antenati non sta più nel trasmettere gli strumenti per affrontare il futuro. Lo fa molto meglio internet”.

L’educazione e la Rete

Che ruolo rimane ai padri, allora?

    “Nel mondo ‘liquido’ odierno mentre la madre, nello svezzamento mantiene una funzione fondamentale, il rischio è che il padre sia relegato al solo ruolo di ‘mammo’, di amico del figlio. Ad andare in crisi, allora, è il ruolo educante del padre.  Educare significa creare degli argini. Che non vuol dire porre freni, bensì condividere un’esperienza complessa, un pensiero caldo, una storia che non può essere appresa dal futuro.  Abbiamo bisogno di questo per crescere, per diventare adulti. E un padre dovrebbe precisamente far fare questa fatica necessaria ai figli, senza delegare gli scout o i social”.

Ma allora, non è forse l’adultità stessa ad essere entrata in crisi?
   “In effetti ciò che latita, oggi, è la condizione dell’adulto.  Vogliamo mostrarci ‘giovani’ coi figli, anche quando non lo siamo più, finché non arriva una badante a metterci brutalmente di fronte alla realtà. L’esagerata confidenza uccide la possibilità di trasmettere l’esperienza con autorità. Ma il problema è che l’auctoritas in qualche modo va, comunque, esercitata”.

Marco Paolini nostalgico della società patriarcale?
  
“No di certo. Detesto i clan e le società patriarcali. Ma di figure autorevoli, credibili, quello sì. Non svolgere quel ruolo, cioè aver buttato via il bambinio con l’acqua sporca,  è un suicidio collettivo, perché non elimina la ricerca di autorità da parte dei ragazzi. La sposta solo verso altro; inevitabilmente verso dei surrogati, come ad esempio internet, che sa bene come fare da ‘genitore’”.

Insomma: la latitanza del padre davanti alle domande è disastrosa. E allora?
    “Allora i figli s’aggrappano a chiunque abbia sembianze di roccia. Magari al solido cowboy come Tex Willer, o al boss Bruce Springsteen. A pensarci bene, Boss non significa forse padrino? Padre?”.

E, alla fine,  Pietro salderà il suo pesante “debito” col figlio?
  “Coi propri limiti, fa il padre, magari in modo non politicamente corretto,  ma recupera, com’è capace, una parte del tempo perduto. Ci sarà un prezzo da pagare, ma a Domenico lascerà il segno della paternità addosso”.

Teatro, impegno civile e memoria

Qualcuno dice che Paolini  è diventato intimista. Che ha abbandonato l’impegno civile. E' così?
   “Arrivato a 60 anni ho messo in discussione il ruolo dell’aedo della memoria che  per tanto tempo mi ha contraddistinto. Ora è bene che lo facciamo altri,  le generazioni più giovani.

Perché?
   “Rischio troppo di portare con me dosi di letale nostalgia. Un teatro del genere ammicca a chi ha vissuto gli eventi  portati in scena, ma diventa insopportabile per chi è troppo giovane. Come fosse colpa di chi arriva dopo. Allora si deve passare il testimone e voltare pagina, anche per rimanere liberi. Capisco che sia disorientante per lo spettatore, ma è necessario farlo. E poi il teatro, l’arte Che risarcisce un danno, facendo memoria, non può che essere una parentesi, un’eccezione”.

 E’ la fine del teatro civile di Vajont?
   “Adesso non m’interessano più le vicende tragiche del nostro Paese. Non m’interessano neanche le vicende pubbliche. Temo che la mia vita, ora, sia più influenzata dalle prossime promozioni che dalle prossime elezioni politiche”.

Promozioni?  In che senso?
   “Nel senso commerciale del termine. Nel senso degli sconti, dei saldi. Ciò che determinerà la mia vita, più che i governi, saranno le opportunità a basso costo che mi rendono più potente. E’ internet e il suo flusso affascinante. La rete è una eccezionale protesi  che ci aumenta, ci potenzia. ‘Tutto intorno a te’, recitava uno slogan pubblicitario qualche tempo fa. Ma l’appagamento  della mia aumentata efficienza, mi farà dimenticare la solidarietà? Che danni umani collaterali creerà questa rivoluzione tecnologica? C’è una dittatura della convenienza tecnologica che azzera il nostro senso politico. Tutto è futuro prossimo. Ecco perché ora mi interessa il futuro e non più il passato. Ecco perché studio con Gianfranco Bettin scienza, tecnologia e potere. Ecco perché sto portando in scena “Numero primo”.

 Dal passato prossimo, al prossimo futuro. Dalla memoria alla fantascienza. Tutto si tiene, benissimo: da un figlio “ritrovato” durante una pericolosa caccia, la prima abilità che apprese l’uomo della pietra, a un figlio-non figlio nato senza procreazione, l’ultima meraviglia della techne e della sua volontà di potenza.  

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