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Mare nostrum: noi c'eravamo stati

30/08/2014  Il racconto sul campo dell'operazione della marina italiana. Noi eravamo saliti a bordo a gennaio, a pochi mesi dalla partenza del progetto.

Gli occhi già bruciati dal mare li bruciano ancora le lacrime. Di emozione per essere stati salvati, di dolore per chi non ce l’ha fatta, di attesa per il futuro che verrà.
Ne sono passati tanti per la nave San Marco: 3.500 dal 18 ottobre 2013, data di inizio dell’operazione umanitaria Mare Nostrum. Un totale, finora, di 6.142 migranti tratti in salvo da tutte le nostre unità. “L’ultimo grosso evento risale all’inizio di gennaio”, racconta il contrammiraglio Francesco Sollitto, comandante del 29° Gruppo navale dedicato all’operazione , “il giorno 3 ne abbiamo salvati 833 più un gatto che una famiglia siriana aveva portato con sé”.
“Cerchiamo di salvare tutto il salvabile”, si commenta a bordo, “le persone innanzitutto, ma anche i bagagli, quello che hanno. Ci siamo resi conto che, in quelle poche cose, c’è tutta la loro vita”. Sono cambiati, gli uomini e le donne dell’equipaggio “perché quel dolore non può non lasciare traccia.  Arrivano bambini, mamme, uomini: spesso sono febbricitanti, debilitati, impauriti. È un crimine non soccorrerli”. Quando sbarca a terra, prima di risalire, l’equipaggio raccoglie gli indumenti anche da casa propria da aggiungere a quelli che le organizzazioni di volontariato spediscono a bordo per il primo cambio. Asciugarli e riscaldarli è la prima necessità.
Con l’Operazione  Mare Nostrum l’Italia è il primo Paese al mondo che non aspetta un segnale di aiuto, ma cerca le imbarcazioni in difficoltà. Un complesso sistema di scambio di informazioni tra le nostre forze per capire se quel puntino che compare sui radar, in un’area che è grande 43mila km quadrati, sia un peschereccio, una semplice imbarcazione o un barcone in procinto di affondare. Un’operazione delicata resa ancora più difficile quando il mare è grosso e persino le onde si confondono con le carrette di fortuna che partono soprattutto dalle coste libiche.
Dalla nave anfibia San Marco si vede il pattugliatore Libra, ormai vuoto, che torna da Augusta. Identificati il 23 gennaio proprio dalla San Marco, 205 migranti, tra cui 1 donna e 3 bambini, sono stati soccorsi dalla fregata Zeffiro e poi trasbordati sull’altro pattugliatore fino al porto siciliano. “Il momento più difficile delle operazioni è il momento in cui i migranti si accorgono della nostra presenza”, sottolinea l’Ammiraglio di squadra Filippo Maria Foffi, “perché si sporgono tutti dal lato dove ci vedono arrivare oppure, non sicuri di essere stati visti, cercano di attirare l’attenzione magari incendiando qualcosa a bordo. Quello è il momento in cui si rischia che l’imbarcazione, già precaria, si capovolga. Quando poi riusciamo ad avvicinarci, spesso, è la divisa che fa paura perché molti di loro sono abituati a essere percossi, perseguitati, aggrediti dai militari. Bisogna muoversi con molta cautela, cercando innanzitutto di rassicurarli”.
Un’opera che svolgono soprattutto i due mediatori culturali che, a rotazione, la polizia di Stato porta a bordo. Con i megafoni, mettendosi sopravento, i mediatori urlano di stare fermi, di non avere paura, di seguire le istruzioni per essere tratti in salvo. Dagli elicotteri e dai mezzi di soccorso arrivano salvagenti e acqua. Solo dopo che tutti hanno indossato il salvagente comincia il trasbordo sui nostri gommoni e poi sulle navi. “Tanti non sanno nuotare, alcuni di loro non avevano mai visto il mare, è quindi indispensabile dotarli di salvagente individuale, perché se cadono in acqua affondano immediatamente”, aggiunge l’ammiraglio. Proviamo anche noi a raggiungere l’altra fregata. Ma l’acqua arriva in faccia come uno schiaffo gelido e crudele. Le onde sono alte, il gommone le solca senza domarle, si squarcia da un lato nel tentativo di accostare Nave  Zeffiro, qualche metro più in là. Si torna indietro protetti dai nostri marinai. E intanto pensiamo  a quanto deve essere grande la disperazione dei migranti per prendere il mare con mezzi di fortuna, viaggiando per giorni, sapendo che si può non arrivare mai dall’altra parte. “Già alla partenza ci avevano detto che la possibilità di vivere o di morire era del 50 per cento”, ha confidato un padre siriano preso a bordo della San Marco. “Ma restare in Siria significava morire di sicuro”.
La nave trasuda la presenza di chi è passato da qui, qualche anfratto nasconde pezzi di vita: riemerge un pettinino nero, un laccetto per capelli. “Portano quello che possono, a volte quello che pensano necessario a un possibile lavoro”, racconta un marinaio. “Noi dobbiamo aprire tutto, per questioni di sicurezza. Poi la polizia di Stato procede all’identificazione. Abbiamo visto una parrucchiera, per esempio, con tutte le piastre, i phon. Oppure le borse con i trucchi, con mille cassettini, aperture…”. “Le mamme portano l’occorrente per i bambini, dal latte ai vestitini, c’è chi ha portato persino un triciclo”, interviene Anna Zoccatelli, 24 anni, ostetrica, volontaria della Fondazione Rava. A bordo non è ancora nato nessuno, ma “siamo pronti a qualunque evenienza”. Tra qualche giorno si imbarcheranno anche una ginecologa e un anestesista, sempre della Fondazione, “per assistere ancora meglio le donne e i bambini”. È in particolare dalla Siria che arrivano intere famiglie, passaporti alla mano, per scappare dalla guerra. “Noi abbiamo tutto, dal latte ai pannolini, dai biberon ai vestiti, ma abbiamo visto che le mamme sono molto attente e, prima di partire, mettono nelle borse il necessario per i loro figli, prima che per se stesse. Quando le visitiamo e facciamo la prima ecografia la domanda di quasi tutte è sempre la stessa: vogliono sapere se il bimbo è maschio o femmina. Qualunque sia la risposta si aprono in un sorriso”.
Anche il cappellano, don Marcello Calefati  fa la sua parte: “Cerco di sostenere l’equipaggio e anche il personale civile che è a bordo e di adoperarmi per l’accoglienza delle persone che ospitiamo. Sono rimasto colpito dalla grande fede di queste persone e dalla presenza di molti nuclei familiari. Ricordo in particolare un gruppo di cristiani copti che, la mattina successiva al salvataggio, prima di fare colazione, ci ha chiesto di poter pregare. Oltre 150 persone che i loro ministri di culto hanno aperto dopo aver benedetto delle bottigliette d’acqua. Hanno pregato anche per noi. Era metà novembre e anche noi, da quel momento, non manchiamo di pregare per queste persone, perché  non si perdano nell’Occidente”.
Il clima è quello della grande famiglia. A bordo e a terra. A Lampedusa, Assunta vede la divisa di Daniele Frigoli, ufficiale addetto alla logistica, e comincia a parlare. “Anche noi della parrocchia ci diamo da fare, apriamo le nostre case, qualche ragazzo immigrato resta qui in affido. D’altra parte la nostra stessa parrocchia è un segno. È intitolata a San Gerlando, il santo dei forestieri”. “Un buon esempio di cooperazione”, spiega il Capitano di Corvetta Pasquale Razzino, ufficiale addetto all’operazione Mare nostrum, dalla Centrale operativa aeronavale di La Storta, vicino Roma. “Con noi ci sono la guardia di finanza, i carabinieri, la polizia di Stato, l’aeronautica, la guardia costiera. E poi ci sono le Ong che hanno un ruolo fondamentale. Questo è il vero punto di forza: la collaborazione tra di noi e con il personale civile. Perché quello della salvezza delle vite umane è la priorità”.
Insieme con l’impegno a catturare gli scafisti: 16 arresti il 9 novembre, con la cattura della cosiddetta “nave madre”, 3 sospetti fermati il 14 dicembre, due altri arresti il 12 gennaio ed un altro ancora il 23 gennaio. “Stiamo svolgendo un compito, come Marina italiana, che è però un compito europeo”, conclude Roberta Pinotti, sottosegretario alla Difesa (oggi ministro, n.d.r.).
Da poco si è aggiunta all’operazione anche una nave slovena. “Noi ci aspettiamo, però, un maggior coinvolgimento non solo per il soccorso in mare e per il pattugliamento, ma anche per la gestione successiva. Interveniamo come primo soccorso, ma dopo esiste un impegno verso questi migranti che dobbiamo assumere come Europa. Nel semestre di presidenza europea porremo questo problema. Intanto vorrei sottolineare che  Mare nostrum costa 12 milioni di euro al mese tratti dal bilancio ordinario della Marina. La Marina sta rinunciando ad altre cose per sostenere questo progetto. Ci immagineremo anche qui un maggior impegno dell’Europa. Ma intanto che si decide non possiamo fermarci, non possiamo che continuare a salvare vite umane”.  

 
 
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