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martedì 19 ottobre 2021
 
La figlia del regista
 
Credere

Mariantonia Avati: «Ho immaginato le parole di Maria nel silenzio del Sabato santo»

29/03/2018  La figlia del famoso regista Pupi Avati è l’autrice di un libro sulla madre di Gesù alla vigilia della risurrezione. A Credere racconta il suo percorso di fede passato attraverso prove difficili, fra cui la perdita di un figlio

Le domande hanno le spalle cariche dei nostri dubbi, ma corrono e non demordono: davanti a una risposta che non arriva, mettono in croce tutto. Accade con la fede, per esempio, bersagliata da un incalzare quotidiano di interrogativi che conosce solo una pausa all’anno: dura quaranta ore, quelle che passano tra la croce e la risurrezione di Cristo. In quei giorni le risposte non ci sono, la razionalità abdica al suo istinto: si ferma, cala il silenzio. È il «silenzio del sabato», giorno in cui tutto tace dopo la morte di Cristo, lasciando spazio a una riflessione intima.

Il silenzio del sabato è anche il titolo di un bel libro (La nave di Teseo edizioni) che rischiara e riscalda. Rischiara il silenzio di Maria, madre che soffre per la morte di un figlio, ma cui gli evangelisti non concedono parola. E poi riscalda, come solo l’amore di un genitore sa fare. «È questa la fede per me: sentirmi figlia. Sempre. So che non è facile, ma serve umiltà, serve soprattutto imparare a far silenzio», dice l’autrice Mariantonia Avati, 52 anni, figlia del famoso regista Pupi Avati. «Ci facciamo tutti tante domande. C’è chi cerca risposte sotto forma di pensieri, ha bisogno di sentire la propria voce perché teme che non ce ne sia un’altra, e scalpita. C’è invece chi si fida del silenzio e si ferma, impara ad attivare canali nuovi e riceve risposte che sono sensazioni, ovvero felicità impensabili».

MARIA: DONNA DEL SILENZIO?

Che il silenzio sia con noi, allora. Ma non per sempre. Quello della Madonna, per la Avati, ha bisogno di parole, invece. Come può una madre essere stata trascurata nel momento più drammatico della sua vita come accade nei Vangeli? Nei trentatré anni di Gesù Maria ha voce solo in quattro occasioni: l’annunciazione, la visita a Elisabetta, il ritrovamento di Gesù al tempio e le nozze di Cana. Perché le opere d’arte la ritraggono distante dal punto focale nel momento della crocifissione?  

Sono le domande da cui parte l’autrice, che sceglie questa fase di sospensione del sabato per riempirla con i pensieri di Maria. «Tempo fa lessi una frase magnifica: “La Madonna è luce e la luce non parla”», scrive nell’introduzione. «È vero. Ma la Madonna era anche una madre». Ed è in questo che sta la grandezza di Maria, per la Avati. Nell’essere stata madre vera, quindi fragile e insicura.

«Mi sono chiesta: perché non darle spazio? Se Gesù che è Figlio di Dio ha invocato in croce il Padre, figuriamoci cosa avrà provato lei. Forse avevo bisogno di ascoltare la sua voce, chissà. Mi sono immaginata i suoi sentimenti, ma mi sono ispirata a donne comuni. Mamme degli amici di mio figlio. Oppure donne conosciute nelle corsie di ospedale. Loro, come Maria, sono accomunate da uno sguardo sereno, quello che esiste al di là di ogni dolore».  

La serenità che nasce dopo una prova è una conquista e va protetta, perché il dolore è il punto dove tutto nasce e tutto torna. Succede a noi. È successo anche alla Avati, donna che ha conosciuto la perdita di un figlio (a quattordici giorni dalla nascita), ma anche la forza di diventare madre una seconda volta e sostenere il nuovo figlio nella malattia.

ARRENDERSI È UNA VIRTÙ

  

«La serenità arriva quando si sceglie l’arrendevolezza, ovvero si entra in sintonia con la storia della propria vita, anche se si è disperati. Proprio come avrà fatto la Madonna. Spesso andiamo controcorrente ed è una fatica improduttiva. Basterebbe invece lasciarsi guidare perché è quello il momento in cui arriva ciò che i credenti chiamano Provvidenza».

A sentire parlare la Avati, voce delicata e tono deciso, vorresti chiederle di non fermarsi. Ogni frase ha il fascino delle parole scelte una per una. Anche quando racconta la sua vita fatta dei primi «dolci obblighi», ovvero le Messe della domenica con i genitori durante l’infanzia (il papà Pupi, e la sua famiglia d’origine, sono stati da sempre molto credenti e praticanti).

A diciotto anni invece «il primo scongelamento», grazie a una prof di religione che aveva uno sguardo felice quando parlava e che l’ha conquistata. Poi è arrivato l’incontro intellettuale con i libri di padre Turoldo, pagine che «hanno reso libero il mio sentimento religioso. Il richiamo verso il Cielo appartiene a tutti ma da allora per me è iniziato un percorso nuovo».

UNA CHIESA PIÙ LUMINOSA

La Avati diventerà anche catechista. «Sono cresciuta in anni in cui le chiese erano buie, le finestre piene di drappi, la Madonna lacrimosa. Oggi vado nella stessa parrocchia della mia infanzia, San Giacomo in via del Corso, ma è piena di luce e di colori. Sono anni diversi, per fortuna». Anche lei è una donna diversa. «Non mi sento mai sola. Col tempo ho scoperto che sentirsi figli è la cosa più bella al mondo. Non significa che tutto sia facile, cado in crisi ogni giorno tremila volte, ma mi fido… e se non va tutto come vorrei, di sicuro ci arrivo attrezzata, con la forza necessaria per affrontarlo. Dio ci accompagna nel rispetto del nostro libero arbitrio. Anche se lui non vuole che accadano certe ingiustizie, ci siamo poi noi uomini che sbagliamo. Ogni giorno però mi sveglio sempre pensando che sarà il giorno più bello della mia vita: è questa la mia fede quotidiana. Dire “vita” e dire “Dio” per me è la stessa cosa».

Tra il silenzio e la maternità, si insinua un’altra parola bellissima nei suoi discorsi: «Dovremo iniziare a fidarci del “niente”, o di ciò che sembra niente, perché poi arrivano cose inimmaginabili. Si deve però fare con costanza, come fosse un allenamento muscolare». Il che non significa impegnarsi a convincere gli altri. Non lo fa neanche con suo figlio. «Parliamo molto noi due, ma lui è nel pieno dell’adolescenza e la sua ricerca è su tutti i fronti. Non mi interessa se diventerà ateo o buddhista, voglio solo che faccia una scelta con il massimo della consapevolezza. Rinunciare al proprio istinto religioso significa rinunciare alla possibilità di rendere la propria vita più ricca».

Quanto al resto, a ognuno sono riservati un momento e un dolore diversi. «Ho la fortuna di aver ancora i genitori vivi, ma arrivano dove possono. È Maria che, invece, sento che non si ferma davanti a nulla: più la strada si fa ardua, più si fa viva». È la stessa Maria che nelle pagine del suo libro si scambia un «ti voglio bene» con il figlio Gesù. Una donna della tenerezza. «Il mio è un libro femminista, ma la maternità di cui parlo non è biologica: è la vocazione femminile che spesso le donne congelano o reprimono. È quel sentimento di accoglienza e arrendevolezza a cui, invece, dovrebbero ispirarsi sempre, perché questo è il loro potere».

Foto di Stefano Dal Pozzolo/Contrasto

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