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martedì 05 luglio 2022
 
l'intervista
 

Marina Casini: «I nuovi diritti civili sono una minaccia ai veri diritti dell’uomo»

11/11/2021  La presidente del Movimento per la Vita: «Sull’aborto bisogna continuare a dire la verità con benevolenza e coraggio: il concepito è uno di noi». E sottolinea l’impegno pro life di tanti giovani: «Hanno voglia di mettersi a servizio e di difendere una grande causa, anche con gli strumenti digitali che gli sono tanto familiari»

La presidente del Movimento per la Vita Marini Casini
La presidente del Movimento per la Vita Marini Casini

«Bisogna continuare a dire la verità con benevolenza e coraggio: il concepito è uno di noi. Lo dice la scienza, lo conferma la ragione che fa appello al principio di uguaglianza». Marina Casini Bandini, presidente del Movimento per la Vita (MpV), traccia un bilancio del 41° Convegno nazionale che si è svolto dal 31 ottobre al 3 novembre scorso a bordo della nave da crociera Magnifica sulla rotta Venezia – Spalato e che ha visto coinvolti i MpV locali, i Centri di Aiuto alla Vita (CAV), le Case di Accoglienza, il Progetto Gemma e SOS Vita e tantissimi giovani. «Dobbiamo mostrare», sottolinea, «le contraddizioni e le derive antiumane dei cosiddetti “nuovi diritti civili” che altro non sono che una minaccia frontale all’autentica cultura dei diritti dell’uomo».

Che bilancio fa di questo Convegno, primo appuntamento in presenza dopo la pandemia?

«Ottimo. Ne è uscito rafforzato il nostro impegno su tutti i fronti sia sul piano assistenziale sia su quello culturale: formazione dei giovani, iniziative e presenza culturale nella comunità civile ed ecclesiale, impegno per il bene comune anche attraverso il dialogo con la politica. Sono dimensioni peraltro strettamente unite, due facce della stessa medaglia, perché certamente l’amore verso la vita si manifesta in primo luogo con la solidarietà concreta verso le persone, ma è indispensabile anche la parola che salva e che moltiplica la solidarietà; nello stesso tempo la parola è resa credibile dalla solidarietà concreta. Ne è uscita rafforzata anche l’identità del Movimento: la difesa e promozione della vita nascente come primo passo per un rinnovamento generale della società, la vocazione civile del nostro impegno come ha sottolineato il presidente della Cei, il cardinale Bassetti: “La vostra”, ha detto, “è una missione civile di prim’ordine che aiuta anche a riscoprire il vero significato della laicità”».

Come comunicare tutto questo?

«Senza alzare barricate, ma costruendo ponti per l’incontro e varchi per il dialogo con stile positivo e propositivo. Abbiamo rilanciato la campagna “Cuore a cuore” e annunciato la conferenza stampa del 19 novembre in cui, in occasione dell’anniversario della Convenzione sui Diritti del Bambino che parla di tutela anche legale prima della nascita, verrà riproposto il disegno di legge per riconoscere che la capacità giuridica spetta ad ogni essere umano dal concepimento».

Perché avete scelto come tema: “Usciamo a rivedere le stelle. Identità, luce che traccia la rotta”?

«La celebre frase di Dante ci è sembrata molto significativa anche per noi, per tutti, come il presagio di un nuovo orizzonte di luce dopo il buio dello smarrimento dovuto alla pandemia. Ma non basta. Nel titolo c’è il tema delle stelle e quello del viaggio, che abbiamo realmente fatto in nave, che ci porta a essere in uscita. Noi siamo “in uscita” cioè aperti verso tutti, perché è con tutti che vogliamo costruire la civiltà della verità e dell’amore. Le stelle sono i 250mila bambini nati grazie alla presenza del MpV con tutte le sue articolazioni; le stelle sono i sorrisi delle loro mamme, ma anche i volti delle volontarie, dei volontari, dei tanti giovani; le stelle sono tutte le nostre iniziative culturali. Per sapere dove e come navigare abbiamo bisogno di riscoprire e rafforzare la nostra identità che in estrema sintesi si sostanzia nella fedeltà al carisma originario: portare la società a tutti i livelli a posare lo sguardo sulla dignità umana nel più povero dei poveri, il non nato, con la consapevolezza che da questo sguardo ne esce rinforzata e purificata ogni istanza di solidarietà verso tutte le povertà. Carlo Casini diceva “non si può incontrare tutto l’uomo se non si incontra solo l’uomo”».

Qual è la rotta per il prossimo futuro per chi difende e promuove la vita?

«Prendo lo spunto dal bellissimo messaggio che ci ha inviato il cardinale Bassetti che, a un certo punto, cita un brano “natalizio” di Carlo Casini e che mi piace ricordare: “I Re Magi”, scriveva, “simboleggiano il potere politico, economico, culturale che rivolge uno sguardo contemplativo sul Bambino. La stella luminosa indica l’orizzonte finale della storia: la ‘civiltà della verità e dell’amore’ che deve conquistare anche gli Stati, i governi, i legislatori, gli scienziati, gli intellettuali e deve rendere veri i valori della libertà, della solidarietà, della democrazia e della pace. La stella si ferma per indicare un bambino e il bambino indica, a sua volta, la sintesi di tutti i valori: la pace, universale e definitiva tra tutti gli uomini e tutti i popoli”. Del resto, non è proprio quello che si legge nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo quando afferma che il riconoscimento della dignità inerente ad ogni essere appartenente alla famiglia umana costituisce il fondamento della libertà, della giustizia, della pace nel mondo? Di ogni essere appartenente alla famiglia umana, appunto, quindi anche del bambino concepito nel grembo della mamma o, come oggi accade, in una provetta di laboratorio».

La questione dell’aborto è percepita dalla società laica come una scelta, tra le tante, di libertà e autodeterminazione. Come è possibile rovesciare questa narrazione rifuggendo dal muro contro muro e dalle contrapposizioni ideologiche anche violente?

«Semplicemente continuando a dire la verità con benevolenza e coraggio: il concepito è uno di noi, lo dice la scienza, lo conferma la ragione che fa appello al principio di uguaglianza. Aborto di massa significa che abbiamo ovunque, attorno a noi, persone che direttamente o indirettamente hanno già, nella loro storia, l’aborto. Non bisogna spargere sale sulle ferite. “Chi è contro l’aborto per amore dell’uomo non può non amare ogni uomo”, diceva Carlo Casini. Dobbiamo entrare nella storia e fare leva sui cardini della modernità: dignità umana, uguaglianza, diritti dell’uomo e parlare dei bambini non nati come si parla dei bambini nati, perché qualitativamente non c’è differenza. La nascita è solo una tappa, la cesura tra il non esserci e l’esserci è il concepimento. Da quel momento la vita del nuovo essere umano è caratterizzata da una dignità che è sempre presente con la stessa forza e la stessa intensità per tutto il tempo dell’esistenza. Embrione, feto, neonato, bambino, adolescente, adulto, anziano sono nomi che descrivono l’aspetto evolutivo dell’unico essere umano, la cui vita ha sempre lo stesso valore a prescindere dalle circostanze e dalle condizioni: nato/non nato; giovane/vecchio; sano/malato; cittadino/immigrato. Ecco perché lo scienziato di fama mondiale, Jerôme Léjèune, non ha esitato a chiamare l’embrione umano, l’essere umano nella fase più giovane della sua esistenza. Egli è davvero il più bambino dei bambini. Purtroppo, la cultura dello scarto, che è tale perché rifiuta lo sguardo sul bambino non nato, fa di tutto per occultare la verità con la censura e il silenzio, la menzogna, l’inganno, l’annacquamento».

Non le sembra che la cultura dello scarto sia talvolta mascherata dalla narrazione sui “diritti civili”?

«Sì ma dobbiamo avere fiducia perché il valore della vita risuona, nonostante ogni contraria apparenza, nella mente e nel cuore di tutti; occorre lavorare con tenacia operosa, su tutti i fronti, un passo dopo l’altro nella logica della gradualità; è necessario che il linguaggio e le azioni per la vita suscitino simpatia per la verità; dobbiamo mostrare le contraddizioni e le derive antiumane dei cosiddetti “nuovi diritti civili” che altro non sono che una minaccia frontale all’autentica cultura dei diritti dell’uomo, dobbiamo sviluppare una sempre più acuta attenzione all’universo femminile ponendolo in prima linea nell’accoglienza della vita; ricercare continuamente uno stile e un linguaggio che esprimono in una visione positiva amore alla vita e volontà di dialogo, fare appello alla ragione prima che alla fede, testimoniare solidarietà concreta verso le madri in difficoltà, rifiutare ogni giudizio sulle persone mentre si mette in campo con ogni energia per rimuovere la cultura dello scarto a favore della civiltà della verità e dell’amore. Dobbiamo poi distinguere il fine dai mezzi: si può rinunciare allo strumento penale per tutelare il diritto a nascere, ma non si può rinunciare ad affermare la verità sulla identità umana del concepito e a difendere il diritto alla vita anche con mezzi diversi dalla minaccia penale».

Al Convegno hanno partecipato anche i volontari della “generazione Z”. Chi sono e perché si impegnano?

«È la conferma che siamo sempre in movimento e che il messaggio di bellezza che comunichiamo attraverso le nostre iniziative e servizi è davvero un messaggio universale. È una partecipazione che ci infonde anche tanta speranza: contrariamente a quanto dicono i media, i giovani sono interessati alle grandi questioni e hanno valori che vanno coltivati e portati fuori. Sono giovani e giovanissimi che si vogliono mettere in gioco e in prima fila, hanno voglia di mettersi a servizio e di difendere una grande causa, anche con gli strumenti digitali che gli sono tanto familiari. Li vedrei come dei semi che vanno curati e verso cui abbiamo grandi responsabilità: dobbiamo, anche per loro, essere testimoni di una volontà e di un impegno di una società che sia davvero a misura d'uomo e a tutela del più piccolo e indifeso. Per questi giovani, ogni anno, organizziamo dei momenti mirati; il più importante è sicuramente il seminario “Vittoria Quarenghi”, momento di crescita e di confronto che quest'anno si è svolto proprio a bordo della nostra nave».

Durante la pandemia, l’assistenza del Movimento ha subito una battuta d’arresto?

«È andata avanti. Certo, non possiamo nascondercelo, è stata dura: oltre alle difficoltà di una gravidanza difficile o inattesa ci sono state le difficoltà di un Paese intero e quindi delle famiglie e delle persone. Dunque anche delle volontarie e dei volontari della vita che, però, hanno rifuggito ogni tentazione di ripiegamento e chiusura. Il MpV ha reagito facendo fronte a tutte le necessità, compatibilmente con la situazione. L’esigenza di non mollare nell’assistenza e nell’accompagnamento è stata molto forte soprattutto da parte di chi ha ruoli di responsabilità verso gli altri. È stato vissuto anche in questo caso il “motto” che ha dato origine ai CAV: “Le difficoltà della vita non si superano sopprimendo la vita, ma superando insieme le difficoltà”. Poteva sembrare una frase destinata a ricordare solo un momento, una circostanza storica, ma è stata in realtà un vero e proprio programma attuato quotidianamente, mai così attuale e vissuto con tanta coerenza come in tempo di pandemia. Abbiamo cercato di garantire tutti i servizi rimodulandoli alla situazione contingente, operando in condizioni via via più difficili sempre con le opportune precauzioni. Abbiamo lavorato sulla gestione del limite di non poter manifestare affetto attraverso la corporeità proprio laddove la manifestazione di affetto è importante, si pensi alle case di accoglienza, e abbiamo dovuto inventare nuovi modi di relazionarsi e di vivere la prossimità anche nel lutto, educando ed educandoci a nuovi ritmi di vita, a scoprire nuove forme di carità, di comunione, di presenza culturale».

 
 
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