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domenica 19 maggio 2024
 
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Mario Desiati: "Ero bambino, ho raccontato l'Heysel per non dimenticare"

28/05/2015  Scrittore, saggista, Desiati aveva 8 anni la notte della tragedia allo stadio di Bruxelles, prima della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool, il 29 maggio 1985, dove morirono 39 persone.

Mario Desiati la sera del 29 maggio 1985 aveva 8 anni, aspettava suo padre per la sua prima grande serata di sport da telespettatore: l’amata Juventus in finale contro il Liverpool in Coppa dei campioni. La sua serata è finita presto con una frase di papà: «Tu alle nove e mezza vai a dormire, tanto non giocano». Un imperativo protettivo, lo sguardo di un padre che difende suo figlio da uno spettacolo che non è bene mostrare a un bambino. Mario bambino scoprirà la verità in differita, attutita dalle parole della madre, incontrata per casa alzandosi di notte, mentre cerca spiegazioni per quello che vede dalla finestra: auto in strada, un carosello, ma muto. «Mamma abbiamo vinto?». «No, stasera non ha vinto nessuno. Sono morte tante persone».

A distanza di trent’anni, l’elaborazione di quella cupa prima partita è un libro intitolato La notte dell’innocenza. Heysel 1985, memorie di una tragedia.

Memorie non vissute, Desiati. Perché ha sentito il bisogno di andarle a cercare per raccontare?

«Era la mia prima partita da spettatore, allora non è che ne dessero tante in Tv, e non l’ho vista. Ma ho capito che era accaduta una cosa tanto grave da costringermi a chiedermi come il calcio avesse potuto continuare come prima il suo gioco. Cercare è stato un modo di darsi una risposta. L’altra ragione è l’indignazione che mi assale nel prendere atto che oggi una tragedia come quella è un’occasione, sugli spalti del pallone, per insultare la memoria anziché coltivarla».

Che cosa le ha impedito di disamorarsi del pallone, dopo un esordio come quello, ammesso che si possa rispondere a una domanda così?
«Il calcio è un fenomeno umano, è un gioco ma ci dice cose profonde di noi. Fa parte della vita andare avanti anche dopo una tragedia, sopravviverle. E’ un istinto che abbiamo, trovare una strada per superarla. Nel calcio, nel rapporto che abbiamo con lui, ci sono implicazioni che vanno oltre la partita: implicazioni politiche, sociali che spiegano in parte il divampare di certa violenza. Direi che ci sono anche implicazioni psicanalitiche: si pensi a come il gioco possa avvicinare le generazioni. Un bambino che sa della sua squadra più di quanto ne sappia il padre preso da altri interessi, il padre che davanti alla partita si emoziona come solo i bambini sanno fare».

Resta il fatto che quella tragedia non ha fatto crescere il nostro calcio in consapevolezza: si va ancora allo stadio con i coltelli, l’Heysel come Superga non sono tragedie ma insulti. Gli inglesi hanno arginato gli hooligans noi e altri facciamo fatica, possibile?
«Credo che il calcio rispecchi la società che c’è fuori, gli inglesi hanno un diverso relazionarsi con la vita civile rispetto a noi e ad altri popoli, meno inclini al rispetto delle regole. Il calcio riflette quello che c’è fuori».

Nel libro la sua partita  non vista e la sua ricostruzione a posteriori, più che dalle immagini che pure ha visto anni dopo e descrive, prendono forma soprattutto dai racconti, in particolare dal racconto letterario che ne ha fatto Ugo Ricciarelli: le parole evocano meglio delle immagini?
«In qualche modo sì, le parole dei grandi scrittori danno spesso una dimensione in più che le immagini non riescono a evocare:  una lettura che va oltre. Quando Margherite Duras colpita dalla tragedia intervista Platini e cerca di stanarlo sul senso di aver giocato una partita a quelle condizioni, capisce che il calciatore tergiversa, scantona, a quel punto lo incalza. È lì che Platini trova quella frase: “Quando muore il trapezista entrano i clown”.  Marguerite Duras afferra al volo che non resta altro da dire, che l’intervista finisce lì, perché quella frase dice tutto il non detto».

E lei a distanza di questo tempo che idea si è fatto della polemica: giocare/non giocare, la coppa alzata eccetera?
«Mi sembra che sia fare un uso distorto della memoria, mi sembra assurdo che trent’anni dopo invece di parlare dei morti e di ricordarli si parli della Coppa, della partita, fosse anche per chiedersi se si dovesse giocarla, per ragioni di ordine pubblico. Dovremmo parlare del coraggio civile di Roberto Lorentini, un medico che sopravvissuto alla prima carica degli inglesi si era fermato a soccorrere un bambino che aveva smesso di respirare. E’ morto così, colpito dalla seconda carica degli hooligans».

Trent’anni dopo ha l’impressione che qualcosa il calcio abbia imparato?

«Sì, forse costretto dagli eventi, come succede dopo gli incidenti aerei, ha dovuto ragionare di più meglio di sicurezza: oggi in uno stadio come quello non si potrebbe giocare una finale di Champions. Gli stadi sono molto più sicuri di allora. Ci raccontiamo la poesia di un calcio antico più bello, ma dimentichiamo che nel 1985 sono state quasi 100 le persone morte attorno a una partita di calcio in Europa. In questo senso quei 39 non sono morti invano».

Che suggestioni le evoca sapere che a una settimana dall’anniversario, trent’anni dopo, la Juventus giocherà un’altra finale di Champions?

«Suggestioni romanzesche. E’ la storia che gioca con la trama di un romanzo circolare: Michel Platini comunque vada a finire sarà lì a mettere al collo una medaglia a ragazzi che indossano la sua maglia di allora, primi o secondi che siano, e sarà un cerchio che si chiude. Anche se spesso i calciatori non hanno tutta questa coscienza dell’enorme potenziale simbolico delle cose che accade loro di vivere».     

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