logo san paolo
martedì 18 gennaio 2022
 
ANNIVERSARI
 

Quando Monicelli ci parlava dell'Armata Brancaleone e degli altri capolavori

07/04/2016  In occasione dei 50 anni dall'uscita del film con Vittorio Gassman, ripubblichiamo l'intervista che il grande regista ci concesse nel 2006 all'uscita del suo ultimo film Le rose del deserto

Apre la porta, e un frastuono rompe la quiete della palazzina nel cuore di Roma dove lui vive. Con aria serafica, abbassa il volume della radio e spiega: «Sto ascoltando musica rock per metterla nel mio nuovo film. Non mi piace la musica nei film, soprattutto quella di commento: che fastidio sentire i violini nei momenti drammatici o una musica roboante nelle scene d’azione. Se proprio devo metterla, preferisco usare canzoni rock, moderne. Anche se il film è ambientato negli anni Quaranta, voglio che sappia parlare al pubblico di oggi».

Lui è Mario Monicelli, 91 anni e 65 film diretti, molti dei quali entrati nella storia del cinema ma soprattutto nel cuore della gente, da L'armata Brancaleone a Speriamo che sia femmina... «Su, non esageriamo », si stizzisce. «La grande guerra e I soliti ignoti, forse. Guardie e ladri? Non so. Amici miei? No, è un film dozzinale, con beffe divertenti, ma nulla più. Se avessi fatto film tristi, impegnati, allora sarebbero entrati nella storia, ma io ho sempre cercato di far ridere e i film comici, tranne rarissime eccezioni, non vengono nemmeno invitati nei festival cinematografici».
Monicelli è appena tornato dalla Tunisia, dove in nove settimane ha girato Le rose del deserto. Ispirato al romanzo Il deserto della Libia di Mario Tobino, è una commedia amara che racconta le disavventure di un reparto di soldati italiani in Libia dal 1940 fino alla disfatta di Tobruk del 1942.

A 91 anni, ha girato nel deserto sopportando continue tempeste di sabbia, con una temperatura che spesso superava i 50 gradi. Scusi, Maestro, ma chi gliel’ha fatto fare?


«Perché si stupisce? Mi andava di farlo e basta. Anch’io ho fatto la guerra, dal 1940 al 1943, in cavalleria. Sono stato nei Balcani e poi dovevo andare in Libia. Combattevo sperando in una nostra sconfitta. Quando sentivo arrivare i bombardieri degli Alleati ero contento, poiché sentivo che finalmente l’Europa democratica si era svegliata. Però avevo anche paura, perché le bombe potevano finire su di me. Il 25 luglio del ’43 ero a Napoli pronto per imbarcarmi per l’Africa, quando arrivò la notizia della caduta di Mussolini. Andai subito nella mia camerata, indossai un vestito borghese, uscii dalla porta secondaria della caserma e fuggii a Roma dalla mia famiglia».

Chi sono i personaggi del suo film?

«C’è Alessandro Haber, un medico che non sa nemmeno lui perché si trova lì; c’è Giorgio Pasotti, un giovane convinto di andare a fare un’avventura in un luogo da Mille e una notte, pieno di donne bellissime; e c’è Michele Placido nella parte di frate Simone, un personaggio che ho inventato io, che gira l’Africa al seguito delle nostre truppe, prendendosi cura dei feriti e insegnando nelle scuole ai bambini. E poi ci sono loro, i ragazzi che a vent’anni furono mandati con cappotti pesanti a marciare su distese di dune senza fine che neanche immaginavano, malnutriti, malissimo armati e soprattutto convinti che la guerra sarebbe finita in fretta. Hanno il volto di attori che ho preso dalla strada. Ho fatto molta fatica a trovarli per ragioni antropologiche: i soldati allora erano quasi tutti operai e contadini, piccoli, magri, con le gambe storte. Ai provini, invece, si presentavano sempre spilungoni palestrati...».

Dopo tanta fatica, adesso è soddisfatto del risultato?

«Non lo so. Adesso sto montando il film. Vediamo che forma prende, perché la forma è tutto. Sono convinto che il vero cinema sia quello dell’epoca del muto: in quei film è stato raccontato tutto, ma in una forma sublime, mai più raggiunta. Con il sonoro è iniziata la corruzione, poi è arrivato il colore, quindi gli effetti speciali e, infine, il computer... Per questo film volevano farmi girare alcune scene di guerra usando l’elettronica, ma io mi sono opposto. Le ho girate dal vero, facendomi investire dal fragore delle bombe e delle macerie, perché sono convinto che alla fine lo spettatore si accorge della differenza».

Le è piaciuta l’Africa?

«Per niente. Non ho ho mai sopportato tutta la retorica sull’avventura, sul fascino dei deserti. Ci sono stato la prima volta a vent’anni, proprio in Libia, come aiuto regista nello Squadrone bianco, un film di propaganda fascista. Avevo incontrato una terra dura, senza pietà, e anche adesso ho provato una pena infinita verso quella povera gente che vive in case senza un tetto, con mura che vengono divorate dalla sabbia».

Dopo la vittoria della Nazionale ai Mondiali, lei ha detto che gli italiani sono una massa di perdenti. Perché?

«Abbiamo perso tutte le guerre a cui abbiamo partecipato. Più in generale, il popolo italiano nella sua storia è sempre stato vilipeso, bastonato, ingannato. E tuttavia non si è mai arreso e continua a mandare avanti questo Paese. I personaggi dei miei film sono tuttavia persone semplici che nei momenti difficili sopportano tutto. Penso ai meridionali che emigrarono al Nord o all’estero, lavorando in condizioni terribili, o ai tanti giovani che ancora oggi muoiono nei cantieri. Mi accusano spesso di essere cinico. In realtà il mio cinismo consiste nel non esprimere tutta l’indignazione che provo. Preferisco raccontare le cose in modo divertente».

Sono leggendarie anche le sue sfuriate con gli attori. Perché si diverte a maltrattarli?

«Semplicemente mi diverto a ironizzare sugli altri, un’ironia che a volte sfiora il dileggio, ma lo faccio con tutti sa, anche con lei. Lo faccio perché l’ironia è un bisturi, va a fondo, svela senza pietà i difetti degli altri. In questo modo posso ottenere il meglio dai miei attori».

Con gli anni è diventato più intollerante verso il mondo?

«No, sono solo più esplicito. Prima ero ugualmente intollerante, ma ero vile, non avevo il coraggio di dire tutto quello che pensavo per non passare dei guai. Ma adesso che sono vecchio che cosa possono farmi? Togliermi la pensione? Mandarmi in galera?».

Va ancora al cinema?

«Sono pochi i film che mi interessano e poi adesso faccio anche parecchia fatica a leggere. Uso questa (prende una grande lente di ingrandimento, ndr.). Ormai ci vedo proprio poco, ma non mi importa più di tanto».

Lei vive da solo. Non ha paura della solitudine?

«Cos’è la solitudine? Quando uno legge un libro o sente un disco non è mai solo. E poi ho la fortuna di poter lavorare ancora. Sant’Agostino ha detto una cosa fondamentale per chi vuole fare l’autore: la mente non si nutre se non è allegra (fa una pausa, ndr.). Abbiamo finito? Chissà che cosa scriverà...».

Multimedia
"Cedete lo passo...", i momenti più divertenti di Brancaleone
Correlati
I vostri commenti
3

Stai visualizzando  dei 3 commenti

    Vedi altri 20 commenti
    Policy sulla pubblicazione dei commenti
    I commenti del sito di Famiglia Cristiana sono premoderati. E non saranno pubblicati qualora:

    • - contengano contenuti ingiuriosi, calunniosi, pornografici verso le persone di cui si parla
    • - siano discriminatori o incitino alla violenza in termini razziali, di genere, di religione, di disabilità
    • - contengano offese all’autore di un articolo o alla testata in generale
    • - la firma sia palesemente una appropriazione di identità altrui (personaggi famosi o di Chiesa)
    • - quando sia offensivo o irrispettoso di un altro lettore o di un suo commento

    Ogni commento lascia la responsabilità individuale in capo a chi lo ha esteso. L’editore si riserva il diritto di cancellare i messaggi che, anche in seguito a una prima pubblicazione, appaiano  - a suo insindacabile giudizio - inaccettabili per la linea editoriale del sito o lesivi della dignità delle persone.
     
     
    Pubblicità
    Edicola San Paolo